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  • Decalogo per impiegati ai “Tele…Lavori Forzati“

    Decalogo per impiegati ai “Tele…Lavori Forzati

    Di guide dedicate ai “neo-smartworkers” — rabbrividisco già solo ad usare la parola! — ne sono comparse e ne stanno fioccando sempre di più, via via che da preferenziale l’homeshoring sta diventando è diventato imperativo quale ripiego obbligato per la “continuity of operations” (CoOp) della maggioranza delle funzioni impiegatizie, per le quali la “comprovabile necessità” di una presenza fisica sul posto di lavoro si affievolisce ad ogni nuova emanazione di un’ordinanza locale o nazionale…

    Rispetto a queste guide, in troppi casi riferibili a “gitanti del Telelavoro” più alle prese con la scelta del più adatto abbigliamento per una call che con un contenimento del danno sempre più trascendente l’azienda, la città, la nazione od un dato continente, l’elenco seguente vuol essere nettamente meno sovrastrutturale

    1. Imparare a concentrarsi sulle attività da svolgere anziché sull’ambiente di lavoro (sociale), quello attuale (figli e parenti in una condizione ad alta densità negli spazi disponibili) obbligato dalle restrizioni e quello appena abbandonato: non è più possibile alcuno scaricabarile; non è più possibile accentuare la condivisione su una scelta qualunque per diluirne le responsabilità in capo a sé stessi; non è più possibile sperticarsi per una bella figura formale in quanto n’è rimasta l’opportunità solo per una sostanziale; forme di seduttività, orizzontale o verticale, sono almeno assai limitate; eccetera, eccetera, eccetera… Si è nudi di fronte ad un’attività probabilmente già quantificata sulla base di un più o meno venturo ricorso agli ammortizzatori sociali e non si può far altro che prenderne definitivamente atto.
    2. Dedicare quanto tempo possibile a colmare le proprie lacune informatiche, da ufficio ma non solo, sfruttando le risorse (testuali! — leggasi il quarto punto) disponibili online. La richiamata nudità, infatti, si estende all’esigenza di una maggiore autonomia nella manutenzione ordinaria, predittiva e straordinaria di strumenti di lavoro oggi come oggi difficilmente sostituibili, nonché alla probabile carenza di supporto tecnico esterno. Primissima lezione: ridurre la dimensione di un file usando strumenti di compressione (vedi sotto). Seconda lezione: la cd. “stampa su file” in Postscript (idem con patate).
    3. Dedicare non minore attenzione all’ergonomia della situazione: alla prima fitta alla testa (occhi affaticati?), al primo dolore alla schiena (postura?) od alle articolazioni è preferibile, potendo, interrompere del tutto quella lavorativa dedicandosi ad attività diverse, che consentano un tempo di recupero congruo. Salvo differenti accordi su un’eventuale reperibilità oppure deadline imminenti, infatti, quell’ufficiosa opportunità di distribuire flessibilmente l’orario di lavoro che da decenni è il corollario dalla maggior parte degli arrangement telelavorativi, in una situazione straordinaria come quella contingente, deve diventare ordinaria pur di preservare l’individuo sia sotto il profilo fisico che, soprattutto, quello psichico, per quanto più tempo possibile.
    4. Ridurre al minimo indispensabile qualsiasi forma di streaming Audio/Video per preservare la propria e l’altrui banda, tentando di accorgersi che forse risulterà già dal medio periodo meno dispensabile avere delle brevi conversazioni non lavorative con singoli colleghi, a qualsiasi ora del giorno, pur di mantenere i rapporti sociali, piuttosto che impegnarne tre o quattro, nello stesso momento schedulato, per una senza dubbio meno breve tele/video-conferenza… Se poi, mitigate le lacune di cui al punto (2), si sarà divenuti capaci pure di ridurre la qualità audio/video delle comunicazioni andrà ancora meglio!
    5. Per la stessa ragione disabilitare eventuali automatismi di sincronizzazione (posta elettronica, cloud storaging, etc.), provvedendo manualmente sia al download che all’upload di qualsiavoglia file o flusso di dati ed organizzandosi perché almeno una copia di sicurezza delle “major version” dei propri elaborati sia sempre memorizzata su un altro dispositivo, purchè accessibile anche da altri colleghi (mailbox/webmail, Google Drive/DropBox/etc..).
    6. Predisporre soluzioni di backup temporaneo per tutto: qualora non funzionassero né il PC né il tablet ci si dev’essere già preparati ad usare lo smartphone, e così via, ricordandosi che tante assistenze tecniche per questi dispositivi sono e resteranno attive il più possibile; se morisse la connessione wired ad Internet si deve avere già configurato ciascun device per passare ad una wireless (3G/4G) — e qualora non se ne possedesse nemmeno una ci si deve pre-accordare con eventuali vicini di SSID.
      (Si noti l’alterazione volontaria della “consecutio temporum”!)
    7. Eleggere a massima priorità la forma dematerializzata (paperless) di qualsiasi documento, vuoi perché carta ed inchiostro/toner non sono infiniti, vuoi, soprattutto, perchè ne va garantita la massima condivisibilità possibile. Oltretutto oggigiorno non è così ovvio il possesso domestico d’una stampante standalone o multifunzione, sicché il vizio di stampare “la qualunque” andrebbe quantomeno rimandato al futuro ritorno in ufficio. Nella situazione di potere o dovere, invece, procedere alla (originaria!) digitalizzazione di una fonte cartacea è preferibile aver già imparato a contenere la dimensione del file prodotto manipolando i parametri di scansione, laddove la capacità di applicarvi un’elaborazione OCR è apprezzabile ma non immediatamente necessaria.
    8. Tornare a valorizzare la Posta Elettronica in virtù della sua asincronicità e della sua leggerezza (lightweight) rispetto a strumenti tanto più moderni quanto più onerosi in termini di consumo di bandwidth. In tal senso rimando a quattro esaustivi post scritti ed aggiornati negli anni:
    9. Emanciparsi da quello proto-industriale abbracciando un approccio artigianale nella gestione delle attività, che vieppiù necessariamente andranno distribuite nella loro completezza (check-in/check-out) in quanto la suddivisione in fasi delle stesse, e rispettivi differenti operatori, poco a poco soccomberà alla necessità di minimizzare le variabili (dalla mera difficoltà a connettersi ad un parente da accudire, fino — ahinoi! — ad un ricovero) che potrebbero compromettere i tempi o la riuscita del lavoro. A fronte di un livello organizzativo di questa prassi, per il quale ciascuna attività potrebbe essere affidata, a caduta, a non meno di tre individui (principale, vice e vice del vice), ne esiste pure uno individuale: non andrebbe avviata una nuova micro-attività, la “pratica” da espletare ad esempio, fintantoché non è stata terminata — in tal senso vedasi il punto (5)! — la precedente; pur di soddisfare questo requisito ci si dovrebbe rassegnare a sfruttare l’orario flessibilizzato, anticipando ad oggi le chiusure che in una situazione ordinaria si sarebbe potuto tranquillamente rimandare all’indomani.
    10. Compreso che l’arco temporale di questa situazione, salvo l’avvento d’un risolutivo vaccino che moderi l’esigenza di prolungare il distanziamento sociale quale profilassi, s’estenderà assai oltre uno sperabile rientro dall’emergenza attuale in settimane o pochi mesi sta ai singoli lavoratori assumersi quel tanto di responsabilità e d’intrapreneurship da investire nelle proprie capacità telelavorative:
      • Ripetendo ossessivamente i punti dal primo al nono (strutturali) per poi passare alle citate guide sovrastrutturali;
      • Recependo le soluzioni di groupware telecollaborativo scelte dal datore di lavoro per quello che probabilmente sono, cioè un affrettato tentativo senza dubbio perfezionabile da quella sorta di “Research & Development Department” a cui ogni dipendente dovrebbe contribuire, se non altro nel proprio ambito di attività;
      • Prendendo atto che di qui ad un anno quella stessa posizione lavorativa, o proprio l’azienda, potrebbero non esistere più, ma resisteranno ubiquamente le competenze fintanto apprese.
  • Pianificare progetti on-line in maniera condivisa

    Pianificare progetti on-line in maniera condivisa

    Nell’esatto momento in cui il perfezionamento di una commessa richiede il coinvolgimento di più persone, un team insomma, il semplice time tracking, magari individuale, non è più sufficiente — o quantomeno non è più abbastanza comodo — a garantire la necessaria analizzabilità e trasparenza di gestione per tutti i partecipanti, né per chi si pone a coordinamento dello stesso. Innanzitutto a cambiare sono i costi delle risorse, che potrebbero variare da membro a membro della squadra:

    • In un team di lavoratori subordinati ciascuno avrà un suo “costo aziendale” (globale),1 dal quale pervenire a quello orario;
    • In un team di freelance, come ad esempio in un network telelavorativo, ognuno di questi, salvo differenti accordi, avrà una sua tariffa2 o persino tariffe diversificate a seconda del tipo di attività svolta.3

    Fintantoché si lavora da soli — la casistica include anche moltissimi liberi professionisti — e l’orizzonte temporale della commessa è ancora umanamente gestibile il principale accorgimento è quello di soddisfare la scadenza finale (cd. “deadline“) e quelle intermedie (cd. “milestone“).

    Ciascuna di tali scadenze — sempre restando nei lavori intellettuali — verosimilmente coinciderà con la produzione e/o l’acquisizione di un “elaborato” (cd. “deliverable“),4 ad esempio un documento o dei file, per elaborare i quali si saranno compiute tutta una serie di micro-attività (telefonare, fare riunioni, scrivere, consultare, etc.) raggruppabili entro una macro-attività (cd. “task“) più specifica — banalmente: a cui poter dare un titolo identificativo fra altri titoli, comprensibili sia al professionista che, soprattutto, al committente.5

    Ciascun task, infine — capita, ahinoi, persino con le micro-attività! —, magari potrebbe essere concluso, od appena essere avviato, solo se in precedenza se ne è perfezionato un altro, se non più d’uno: in tal caso si parla della cd. “dependancy” (“dipendenza“)6 fra task.

    La quantificazione dei tempi opportuni (basemargine di sicurezza) a perfezionare l’insieme dei micro-task e, a sua volta, l’insieme dei task, unitamente a quella dei costi ed ad una valutazione della priorità della commessa rispetto, ad esempio, ad altre concorrenti, a sua volta influenzata dalla deadline, confluiscono nella stima economica. Questa, al netto delle famigeratevariazioni in corso d’opera” richieste dal committente dopo l’approvazione del preventivo oppure ingeneratesi per cause esterne indipendenti da committente e prestatore, dovrebbe essere infine garantita.

    Questo è il livello limite di complessità fino a cui il Time Tracking può ancora considerarsi bastevole: un prestatore, uno o due committenti, una singola commessa o due, al massimo, con deadline (i.e. “Progetto“) oppure senza (ad es. “subfornitura di servizi“); il prestatore tiene traccia delle ore lavorate, nel primo caso, cercando di restare in quelle preventivate, nell’altro per farsele riconoscere, presentandone un rendiconto, via via che si accumulano.

    A mettere i bastoni fra le ruote a tale garanzia, tuttavia, ci sono molte incognite, talora neppure contemplabili a priori: da 2-3 giorni di malattia inabilitante potrebbe scaturire lo stravolgimento a catena di specifiche milestone, deliverable e, pertanto, della deadline; alle medesime conseguenze si potrebbe arrivare per colpa di un ritardo addizionale nella disponibilità di un documento (burocrazia statale e locale) o di risorse finanziarie (burocrazia bancaria) a un qualche punto della commessa. Nei casi più semplici e fortunati al ritardo (cd. “slittamento“) su un task (ad esempio 3 giorni) corrisponderà linearmente (sempre 3 giorni) un ritardo sulla deadline; in quelli meno fortunati potrebbero sussistere tali e tante combinazioni di dipendenze fra i task da moltiplicare il singolo ritardo, richiedendo una ri-pianificazione dell’intera commessa.

    Si tratta di un lavoro “nel” e “per” il lavoro (fissare scadenze, assicurarsi di rispettarle, etc.) su cui già possono insistere la complessità e la durata di una singola commessa. Quando queste si moltiplicano, si accavallano andando magari in conflitto fra loro — è tutt’altro che raro proporre una deadline posticipata rispetto alle richieste iniziali soltanto perché il tempo a disposizione è limitato — il rischio di fare confusione diventa sempre più concreto — basti vedere, da un lato, i tomi che diventano, con il tempo, le agende di molti professionisti e, dall’altro, la diffusione di strumenti come i calendari online, sincronizzati magari con lo smartphone.

    Sin da questo punto è quantomeno preferibile, salvo che non si manifestino capacità logico-aritmetiche da “Idiot Savant“, affidarsi a strumenti digitali per la pianificazione, ideati sia per contemplare una molteplicità, e la reciproca interferenza, di commesse concorrenti che per computare gli effetti (combinati) di eventuali slittamenti, anche solo simulandoli. Prima ancora questi tool permettono di visualizzare, e quindi pure presentare alla committenza7 — ma non solo… — dapprima le previsioni e successivamente l’andamento della commessa.

    Già quando si comincia a collaborare fra due persone, di norma alla pari ma non per forza, emergono altri fattori:

    • La suddivisione dei compiti: ci si può spartire nettamente i task8 ma persino arrivare al livello di dettaglio di preferire che, all’interno di un task, uno dei due vi compia buona parte dei micro-task e l’altro/a quella residua, e viceversa per un altro task;
    • L’individuazione di un referente verso il Cliente, vuoi perchè è preferibile che vi sia qualcuno che si ricordi tutti i temi, soprattutto quelli laterali, non formalizzati come requisiti od obiettivi, affrontati dalla committenza nell’arco della commessa, vuoi perché a molti committenti non piace un’alternanza di referenti, salvo quando necessaria;
    • L’esigenza di Comunicare & Condividere: dall’esterno (committenza, terze parti, etc.) verso l’interno e viceversa, fra i due collaboratori; sull’avanzamento rispetto alle milestone delle singole attività e micro-attività, rispetto ai tempi stimati ed effettivi, rispetto ai costi sostenuti, etc…

    Tali fattori — si noti bene: meno riferibili alla commessa in sé (task, deadline, requisiti, etc.) rispetto all’umanità delle risorse coinvoltevi — già rendono molto impegnativo passare da una “monade” (lavoro da soli) alla “diade” (lavoro a due). Ancor più impegnativo è passare alla “triade” (lavoro a tre) ed oltre, tant’è che si dice che il numero perfetto per un team sia di 5-6 persone oltre al referente/coordinatore. Al di sopra di questo numero sarebbe preferibile spartire la commessa su più team.9

    Il tracciamento delle ore lavorate, a questo punto dal singolo membro del team e per ciascun task, diviene integrato nei tool di pianificazione: al di là dell’elemento economico, sempre più articolato, ciò fungerà da fonte previsionale sull’attuale aderenza, o meno, dell’andamento rispetto alla pianificazione, suggerendo d’approntare in tempo eventuali interventi correttivi.

    Ulteriore suddivisione dei compiti, ulteriori referenti ma soprattutto ulteriore esigenza di Comunicare & Condividere, oltretutto il più tempestivamente possibile, tanto che proprio quest’ultima diventa discriminante del successo della commessa.

    Vale la pena precisare che mentre requisiti ed obiettivi, legati ai task, alle milestone ed ai deliverable, sono “narrativi” — descritti e via via aggiornati in un documento di progetto consultabile e per i quali val più che bene una riunione, un banale colpo di telefono o meglio una corrispondenza elettronica10 per, appunto, comunicazioni e condivisioni in itinere — mentre risulterebbe assai ridondante nonché molesto se alla stessa stregua a tutto il team fosse notificato, per esempio, ogni aggiornamento sulla percentuale di completamento di un’attività da parte di ciascun membro o la consegna di un deliverable privo di dipendenze per il singolo…

    Molto più chiaro e snello raccogliere e gestire questo tipo di dati grezzi, per quanto importantissimi, in una sistema informativo piattaforma condivisa, ossia su Web, almeno fra i membri del team:11 una Dashboard (“cruscotto“) che consenta a tutti, in primis chi lo coordina, innanzitutto di essere ininterrottamente consapevoli dell’andamento della commessa.

    Una di queste è PlannerHQ.com. Ecco il post scritto ieri da me per Blog.Pmi.it.

    Pianificazioni a colpo d’occhio con PlannerHQ.com

    PlannerHQ.com è un servizio on-line dedicato – e già  il nome non potrebbe far pensare ad altro.. – alla pianificazione progettuale.

    È realizzato dalla stessa azienda, la estone Apprise, che cura il già citato Toggl.com e con il quale può essere totalmente integrato, permettendo l’importazione di Clienti, Progetti, Attività  e Risorse.

    Le Attività , la loro declinazione temporale e la loro allocazione su ciascun membro del team, sono rappresentate da barre, famigliari per chiunque abbia già  utilizzato applicazioni di project management come Microsoft Project, Primavera (Windows) o Planner (Linux).

    Le funzionalità da Grafico Gantt come dipendenze, milestone e deadline non sono supportate ma evidentemente non è questo lo scopo del servizio offerto, orientato più alla supervisione dell’andamento di un progetto nelle sue varie fasi, e l’impegno delle diverse risorse, che alla progettazione da zero vera e propria. Conferma quest’impostazione la possibilità  di alterare velocemente la struttura dei progetti con un semplice drag & drop delle singole Attività, in modo da riorganizzarli in caso di qualsiasi incidente di percorso.

    PlannerHQ.com, come Toggl.com, è uno strumento molto spartano ed è questa la sua più apprezzabile peculiarità , soprattutto considerando che la platea di utenti cui idealmente entrambi sono destinati è costituita dai gruppi di lavoro medio-piccoli – basti pensare che, alla fine dei 30 giorni di prova, il costo per singolo utente/membro del team è di 4$ –, la cui principale criticità da affrontare è proprio il pronto, reattivo controllo sul buon andamento, anche economico, delle proprie commesse.

  • 10 Previsioni "apocalittiche" sul Telelavoro (in Italia)

    10 Previsioni "apocalittiche" sul Telelavoro (in Italia)

    Da tempo sono un estimatore di Satira Preventiva di Michele Serra: la sua arguzia e capacità retorica erano già inarrivabili ai tempi di Cuore. Ciononostante un tentativo di emularlo con una salva di dieci brutte imitazioni di fila dedicate al Telelavoro — mi son detto — posso anche farlo, se non altro perché difficilmente, benché la carne non mancherebbe, ci si potrebbe aspettare, con tanti temi sui quali deridere a destra e manca, un suo contributo anche su questo. In realtà il conteggio dovrebbe fermarsi a nove ma un sassolino dalla scarpa dovevo proprio cavarmelo

    1. Spaurimento fra Giuristi, Sociologi e Sindacalisti: di fronte ad una inaspettata esplosione del Telelavoro come modalità di lavoro migliaia di operatori sarebbero costretti ad aggiornarsi mettendosi a studiarne le molteplici declinazioni oltre a quello domestico, le innumerevoli variabili — in primis tecnologiche — che lo connotano e l’assoluta promiscuità ed aleatorietà di situazioni che i primi due fattori possono provocare in combinazione fra loro. Molti fra questi finalmente si farebbero un corso di base di Informatica, essenziale per capire come utilizzare quella mailbox che il figlio o il nipote od un amico già aveva creato loro qualche anno prima e rimasta in cavalleria. Seguirebbero a ruota Fiscalisti e Consulenti del Lavoro, per capire se e soprattutto come considerare detraibili o deducibili determinate spese di subordinati e professionisti, ed infine a quale addizionale IRPEF locale votarsi correttamente
    2. Angoscia fra le Società Emettitrici di Buoni Pasto, i Pubblici Esercizi e i non-Telelavoratori: potendo evitare di usare i voucher per comprarsi nei supermercati gli ingredienti dei pranzi al sacco da consumare in ufficio, compensando così di sponda la vera fondamentale uscita dei trasporti quotidiani, i telelavoratori (domestici) resterebbero impassibili di fronte alla riduzione delle erogazioni da parte dei datori di lavoro, in quanto variabilmente decaduta la sostituzione-mensa; più scomposta la reazione di bar, paninerie, self-service, etc. che si vederebbero ulteriormente segata una fetta dei potenziali avventori e, per questo, ma sempre invocando i costi di locazione, delle materie prime, nonché l’immancabile Stato succhiasangue, da un lato ridurrebbero il numero di camerieri non in nero e dall’altro aggiungerebbero per l’ennesima volta un 15-20% ai prezzi dei prodotti più in del menù, a cominciare dall’insalata, a questo punto arrivata a 20 Euro (condimenti esclusi). Comprensibile reazione dei non-Telelavoratori: ripiegare ancor più spesso sui supermercati, alimentando così la spirale inflazionistica innescata dai Pubblici Esercizi, mai dimostratisi pratici di Domanda & Offerta. Arrivati all’equivalenza “1 buono pasto = 1 bicchier d’acqua (purificata, non da bottiglia)” ci sarebbe il tracollo dell’intero sistema dei voucher, comunque come sempre già da tempo in ritardo con i rimborsi. Successive indagini individuerebbero in un certo Bernardo Lorenzo Madoffi l’architetto di una complessa operazione perpetrata grazie all’apprezzamento delle foto e delle grafiche contenute, fra un voucher e l’altro, nei blocchetti e col favoreggiamento di famosi critici d’arte contemporanea.
    3. Ansia fra Agenzie Immobiliari, Investitori e Notai: raggiunta l’età da figli ed attaccata al chiodo quanto basta la propria FoMO (“Fear of Missing Out“), e forse galvanizzati dall’elegia delle cittadine sonnolente ma molto più amichevoli di una volta di “Cars – Motori Ruggenti” — o, a seconda delle preferenze, “Se Scappi Ti Sposo” —, i telelavoratori inizierebbero concretamente a considerare la Provincia come una destinazione papabilissima pure per i restanti giorni cinque giorni a settimana in cui non la frequentano già per pranzi, gite fuori porta, ferie, feste comandate od, infine, per tornare dai parenti al paese. Sindaci golosi di nuovi contribuenti/utenti rincarerebbero la dose garantendo asili pubblici, doposcuola, centri estivi e forse anche servizi di babysitting, e non si dimenticherebbero neppure degli adulti: agevolazioni per chi volesse aprire ristoranti fusion, perentorie ordinanze ai bar perché imparino a mescolare i contenuti delle bottiglie e non solo mescerne una sola alla volta e soppressione delle rotatorie. Gentrificazione residenziale e business in grossa crisi. Gli istituti di credito non si scomporrebbero più di tanto e riaprirebbero le filiali accanto ai crediti cooperativi chiuse mesi prima.
    4. Smarrimento fra Criminalità Organizzata ed affiliati fra gli Imprenditori ed i Politici: ridotto l’afflusso di neolaureati dal Sud ed aumentato il riflusso di quelli oramai al sesto master, ora finalmente in possesso di un lavoro e che, preso il treno, si accorgono d’esser seduti nello stesso vagone dei loro datori di lavoro, anche loro di ritorno a casa, le mafie perderebbero buona parte delle giustificazioni per far arrivare soldi a fondo perduto per sostenere l’attività più di successo nel Mezzogiorno, cioè la prestidigitazione. I denari arriverebbero, sì, ma sotto forma di buste paga regolarmente tassate, direttamente sui conti correnti dei telelavoratori. Il colpo di grazia al Piano verrebbe dalle rilevazioni ISTAT sulla disoccupazione: complice un ancora ingenuo e quindi contenuto costo della vita, infatti, con le retribuzioni con cui al Nord tre persone potevano aspettarsi solo di condividere un monolocale al Sud sembrerebbe ci potrebbero vivere quattro persone; con un colpo di genio un parroco avrebbe suggerito a tutti di chiedere il part-time al 75%, tanto che il già aumentato numero di nuovi occupati nel territorio avrebbe dovuto essere ritoccato verso l’alto di un 33,33%. Su insistenza dell’ISTAT, non persuasa dalla relazione fra il 75% ed il 33,33%, questa verrebbe certificata da un ex-bocconiano, specializzatosi alla LUISS ed al momento al 41Bis per beghe di famiglia
    5. Delusione fra Industrie Alimentari e di Integratori: riducendosi le occasioni di sminuire l’esperienza del pasto alle sole tre fasi di scelta, deglutizione e conto — o sceltaconto e deglutizione, a seconda del caso — i telelavoratori poco per volta, ripresa quel po’ di dimestichezza col proprio pollice opponibile, inizierebbero col tagliare il pane per imbottirlo, a seconda del momento della giornata, di dolce o salato, recuperando in breve l’abilità di processare pure pietanze più complesse come un uovo sbattuto od un’insalata — e chissà poi quali altre prove culinarie; parallelamente al recupero della manualità da parte dei telependolari, prima esercitata prevalentemente durante gli spostamenti con mezzi propri o pubblici, i cibi pronti ed i surgelati vedrebbero flettersi lo skyrocketing nelle vendite nelle ultime tre decadi, con la sola prevedibile esclusione dei prodotti dolciari, Nutella in testa. Per attenuare il problema le industrie alimentari si accorderebbero con quelle di integratori per una permuta: le seconde restituirebbero i principii nutritizionali alle prime, che a loro volta restituirebbero lo zucchero alle seconde, ben sapendo che queste lo rivenderebbero alla Ferrero per produrre ulteriore Nutella, così da compensare le perdite sul ricco mercato dei multivitaminici per evitare i mali di stagione.
    6. Panico fra Sindacati e Partiti Politici: andando culturalmente decadendo, seppur a macchia di leopardo, il tradizionale approccio commerciale del “io cedo del tempo a te, tu cedi del denaro a me” in favore di un più umanisticoio faccio un lavoro per te, tu me lo riconosci“, alcuni lavoratori, oramai dimentichi dalla logica del cartellino, comincerebbero a fingere di metterci lo stesso tempo e sforzo degli altri a completare le pratiche affidate loro, avendo intanto ristrutturato in economia un appartamento, lanciato un’attività secondaria di bed & breakfast, accompagnato i figli a tutte le attività pomeridiane e scritto alcune sceneggiature su base autobiografica già prelate da degli studios americani; ciò da un lato incrinando leggermente la percezione di equivalenza a priori dei lavoratori tanto cara al Sindacato e, dall’altro, minando lo Status Quo meritocratico, a sua volta tanto caro alle gerarchie burocratiche, specie nel Pubblico Impiego, con il sempre più concreto rischio che la Corte dei Conti possa in futuro basarsi sui rilievi delle differenti performance individuali, che nel caso dei telelavoratori sarebbero oltretutto genericamente aumentate di circa il 25%, per investigare su promesse elettorali di assunzioni, locali o di massa, passate all’incasso
    7. Fastidio fra Società Sportive Professionistiche e (loro) Inserzionisti Pubblicitari: pur di riportare di peso in stadi e palazzetti dei capoluoghi i telelavoratori-tifosi rifugiatisi in provincia, e nella pay-per-view, le prime si vedrebbero costrette dai secondi ad organizzarne la logistica, persino quando la squadra è in trasferta, con prevedibili rosicchiature agli utili. I consulenti della Comunicazione e delle Public Relations dovrebbero convincere le star dello sport a prendere atto del cambio di prospettiva di molti fra i loro ammiratori: oltre a farsi fotografare in qualche località esotica o a dei party delle presenze in qualche sagra più importante, a gustarsi rigorosamente dei prodotti bio, non potrebbero che giovare alla loro immagine. Seguirebbero a ruota proprio le pay-per-view che, dopo le aspre proteste dei tecnici installatori, non più disposti ad accettare trasferte sotto-pagate, proporrebbero ed otterrebbero una legge per poter scrivere ancora più in piccolo, nelle pubblicità televisive e cartellonistiche, la dicitura “installazione gratuita solo per i non-Telelavoratori”.
    8. Amarezza fra i Trasporti (pubblici e privati) e la Ricettività: l’eventuale aumento della lunghezza delle tratte percorse dai telelavoratori non compenserebbe il flesso nella loro quota di impiego dei servizi; fra i più incarogniti i tassisti che, già colpiti da una rarefazione dei trasfertisti dovuta al sempre più abituale uso di Skype, vedrebbero contrarsi pure l’ampio segmento ombra dei clienti appiedati da mezzi overbooked, in vistoso ritardo o semplicemente non prensentatisi sul più bello alla fermata prevista; anche le controparti delle partecipate pubbliche di trasporto, con un ridotto chiavistello d’indignazione pubblica sulla qualità dei servizi, sarebbero in ambasce per capire come scagionarsi invocando il rimpolpamento degli investimenti in infrastrutture; il calo del trasfertismo colpirebbe pure le strutture ricettive, quantomeno quelle di medio livello, a causa dello spostamento degli investimenti immobiliari delle imprese dalle strutture operative a quelle uso foresteria, dotate di tutti i comfort e le necessità per i lavoratori ma soprattutto più celermente alienabili se se ne potesse oppure dovesse presentare l’opportunità; il fiutato business trasformerebbe in altri casi le foresterie, in comproprietà di partnership fra imprese, in veri e propri alberghi dotati di centri congressi, presso i quali farsi finanziare le job fair universitarie e non
    9. Disappunto fra Telco ed ISP: più di qualche telelavoratore, definito da molti focus group ed in altrettante riunioni strategiche «anarco-fondamentalista» — in realtà semplicemente con un piano dei rientri periodici in sede molto più di ampio respiro —, oserebbe trasferirsi in posti ameni di montagna o di campagna dove non prende il segnale e l’unica connessione possibile è quella a 56K; in certi casi i trasferimenti sarebbero supportati dai datori di lavoro, chiamati negli stessi focus group e riunioni «traditori della patria», e fatti da gruppi di lavoratori, che potrebbero così fondare delle sedi distaccate. Gli amministratori degli enti locali, a quel punto chiamati «sporchi collaborazionisti» nelle riunioni ma non da tutti i partecipanti e comunque non nei focus group, farebbero così tanto fuoco e fiamme presso i loro canali politici da ottenere una legge nazionale sulla “connettività nei posti ameni“, costringendo al potenziamento di linee fisse e mobili le telco, ancora ignare del fondamentale contributo alla causa dell’Ente Nazionale Turismo, mantenutosi ufficialmente in disparte per tutto il tempo della querelle. Il relativo advertising, oltre a qualche figone e momenti di gaudio & sollazzo, dovrebbe iniziare a contemplare mucche, feste del patrono ed il lento passare delle stagioni
    10. Puro terrore fra Software House e Web Agency: l’aumento della domanda di applicazioni client svincolate da un’installazione su una o più specifiche postazioni da ufficio lascerebbe dapprima atterite entrambe e, poi,  le costringerebbe a sciogliere gli indugi e collaborare; le prime dovrebbero imparare nuovi linguaggi ed approcci — ché le accozzaglie di comandi ed il cd. “Frankensoftware” (programmi fatti con pezzi di altri programmi) già non si posson più vedere! —, le seconde capire che cool e multimediale spesso non fanno rima con utile e funzionale; tutto, nell’arco di qualche semestre, nella chetichella generale, passerebbe su interfaccia Web (Web Application) richiedendo solo un browser – magari di un device mobile… – per essere fruibile da qualsiasi luogo.

    È fuor di dubbio che almeno questa ultima previsione — che soltanto tale non è: già nel 2001 progettai l’evoluzione di un’intranet aziendale in servizio distribuito appoggiato, solamente appoggiato, a diversi Application Server di Microsoft (e.g. Sharepoint) — non solo si sia già avverata ma l’abbia fatto oltre ogni mia più rosea aspettativa o speranza…