Tag: Telelavoro

Il termine “Telelavoro” indica una modalità d lavoro in cui le attività vengono svolte grazie alla Telematica. Poiché spesso, ma erroneamente, viene considerato coincidente con la sua accezione domiciliare (i.e. attraverso il “Telependolarismo“), è forse preferibile impiegare il termine, ancora più generico, di “Telecollaborazione“-

  • 49 Anni di Lavoro da Remoto

    49 Anni di Lavoro da Remoto

    Sul suo blog Jack Nilles ricorda la genesi di quegli studi che lo portarono a dei neologismi che successivamente han acquisito ulteriori declinazioni – oltre a quella italiana ed amena di "Smart Working":

    My original motivation for the project was to discover ways of getting people out of their cars, particularly for the twice-daily commutes between home and work.

    Solo vent’anni dopo, con l’avvento di Internet, la tecnologia costituì le basi per una remotizzazione diffusa; ce ne vollero ulteriori dieci per raggiungere una banda larga in grado di supportare e sopportare il traffico generato dalla dispersione geografica dei lavoratori ed altri dieci per una sufficiente maturazione nella distribuzione – il cd. “Cloud” – delle applicazioni groupware.

    On New Year’s Day 2000 the FT published an interview with me about telecommuting on its front page. I thought that maybe this might turn the tide of interest in telecommuting.

    È stato soltanto con la “mezza età“, però, che il “Work from Anywhere” ha conosciuto un (profondamente) inatteso successo. Il CoViD, infatti, più delle già presenti – nonché importanti… – istanze economiche, ecologiche e sociali, è riuscito a fargli fare breccia nella testa delle persone, oltretutto (spesso) riportandolo alla modalità più tradizionale prevista dallo stesso Nilles: quella domestica, cioè la più favorevole al distanziamento sociale invocato dalle misure anti-contagio.

    Covid-19 forced the world to de-congregate. The traditional office was no longer an option. […] Millions of offices emptied for indefinite periods. Globally.

    Cosa ci ha insegnato – od, invero, costretto ad affrontare… – la pandemia?

    • Che il troppo pendolarismo, oltre a costituire un costo economico diretto (per i lavoratori) ed uno indiretto (per la Collettività, l’Ambiente, etc…), consuma, in molti casi in maniera assai meno giustificata e “giustificabile” rispetto al passato, una risorsa non solo analogamente finita ma pure celebrata: il tempo, e la salute che può risultare minata da un uso disfunzionale di questo;
    • Che il Mercato del Lavoro, avendone l’opportunità, non ha invalicabili confini geografici (ad es. “South Working“), politici (incentivi e disincentivi) e di cultura d’impresa (redditi, carriere, formazione, networking, etc…);
    • Che il lavoro può essere svolto da soli, in compagnia o mischiando le due situazioni a seconda della contingenza della specifica attività in cui si è impegnati e che ne costituisce una parte, e non soltanto “come si è sempre fatto“.

    Va detto che ultimamente, in un afflato restaurativo più riconducibile a desiderata (politici) dei mercati immobiliare e dei servizi che ad una concreta istanza organizzativa, da più parti s’è tentato di convincere sia decisori che interessati – l’hype più recente sarebbe l’aumento dei costi delle spese domestiche, che andrebbe ad impattare, su base annua, quanto i rifornimenti di benzina in soli 2-3 mesi – della pessima Telelavorabilità dell’abitudine lavorativa acquisita durante i lock down e continuata dopo, apparentemente senza alcuna rinuncia all’efficienza ed all’efficacia richieste.

    …after 49 years it appears that telework is here to stay, whatever it’s called lately. It has been almost five decades of learning, experimentation, testing, revising and expanding.

    Ciò che i maliziosi detrattori si ostinano a fare finta di non vedere è che la “Scienza del Telelavoro“, le varie discipline che se ne interessano, iniziò ad argomentare la vexata quaestio della produttività fin dai suoi albori, semplicemente per corroborare la fattibilità della remotizzazione del lavoro

    Era prevedibile, dunque, che chi ci capisce qualcosa di Telelavoro avrebbe liquidato la questione con l’etichetta (quasi patologica) di #ProductivityParanoia

  • Smart Working, "The Arrangement Formerly Known As Telework"

    Smart Working, "The Arrangement Formerly Known As Telework"

    Mentre sindaci ed associazioni di categoria tentano in tutti i modi1 di mettere una pezza all’emorragia di abitudini speculative oggi minacciate dalla remotizzazione del lavoro ovunque si moltiplicano, invece, le soluzioni creative che, poiché si sa ormai di non poter far altrimenti, la cavalcano

    Correttamente si dovrebbe dire che tutto il mondo è paese, dunque, se non fosse che il fenomeno condiviso che tutto il mondo chiama in un modo — vabbé, i tecnici lo chiamano “Telelavoro” e tutti gli altri “Remote Working2 — noi, nel Bel Paese, insistiamo a chiamarlo “Smart Working, peraltro unicamente in base ad una (maliziosamente?) fallace traduzione normativa di un termine dal significato ben più complesso.

    Nell’immaginare la rassegna stampa che un soggetto straniero potrebbe fare degli articoli italiani a riguardo, a loro volta citanti notizie dall’estero, come nel caso delle Barbados, non riesco a frenarmi nel percepire il ridicolo di cui ci stiamo coprendo, abusando di un’altra lingua, l’Inglese, per denominare qualcosa che ha già un nome in entrambe…

    Sicché ho deciso di ribattezzare il “Lavoro Smart/Agile“, nell’interpretazione italiana — beninteso —, con un acronimo inglese che gli amanti del compianto Prince troveranno famigliare: “TAFKAT“, “The Arrangement Formerly Known As Telework“. Trovato il font adatto, quello di “Purple Rain” per intendersi, mi sono pure dilettato a creare un’immagine, sperando che non me vogliano gli eredi per l’abuso del logo — comunque modificato apposta…

    TAFKAT

    Sia l’acronimo che il logo, infatti, e la storia che li riguarda, mi sembrano adeguati alla circostanza. Prince, infatti, per svincolarsi dai limiti legali sul proprio nome d’arte emergenti dai dissidi con la Warner Bros, negli Anni ’90 adottò un logo e soprattutto un acronimo: “TAFKAP“, “The Artist (Formerly Known As Prince)“.3 Oltre a ciò in alcuni video, ad es. “My Name Is Prince” — non a caso… —, si coprì il volto, altrettanto legalmente vincolato

    Era sempre lui, Prince, ma ha potè legalmente riappropriarsi del proprio nome solo anni dopo, mantenendo, però, il logo…

    Si spera che anche il Telelavoro, in Italia, possa finalmente riappropriarsi della propria definizione.

  • Lo "Spintone" Evolutivo…

    Lo "Spintone" Evolutivo…

    Da svariati lustri, ormai, fin da prima che andasse in pensione e solo anni dopo in una vera quiescenza, ho confronti intellettuali con mio padre: ex-dirigente industriale, ex-“tagliatore di teste“, ex-assessore comunale (al Personale), ex-controparte (datoriale) nella contrattualistica nazionale e così via… Fra il divertito ed il laconico sono solito spiegare che anziché portarmi a pesca, prendendo a prestito dall’immaginario cinematografico americano, mi ha edotto sulla sua più spiccata competenza ed abilità: le dinamiche organizzative (anche nella naturale contestualizzazione politica, in senso lato)…

    Da almeno vent’anni ci confrontiamo anche riguardo al Telelavoro — dettaglio: quando è stato assessore, Anni ’90, l’ha caldeggiato, ed ancora adesso, sulla soglia degli ottanta, lo considera assolutamente ovvio laddove viabile… — e prevedibilmente il Coronavirus, sin dai primi momenti, è stato un tema caldo pure rapportato al primo: nonostante la quiescenza e la differenza d’età, infatti, entrambi siamo stati consci che l’unica soluzione sarebbe stata ricorrervi, ed il più presto possibile, già ben prima che un DPCM lo decretasse; analogamente siamo stati da subito consci che la carenza di progressività nell’adozione avrebbe causato disagi

    Posso parlare solo per me dicendo che, sollecitato anch’io dallo stato di emergenza, mi sono concentrato soprattutto sulle possibili lacune pratiche dei neo-telelavoratori, sul ritardo strategico delle imprese e sull’imbarazzante approccio normativo. Ora che, bene1 o male,2 il meccanismo va operativamente rodandosi se ne notano gli effetti collaterali, senza dubbio favorevoli, seppur prevalentemente nel medio-lungo periodo,5 pur’io mi trovo a contemplare entità eccessive6 delle mie stesse elucubrazioni futurologiche, tali da costituire significativi problemi nel brevissimo7 ma solo un assaggio delle naturali compensazioni rispetto a questi.8

    Volendo tentare un’analogia cinematografica ben più ficcante di quanto potrebbe apparire ben si potrebbe citare la scena cubana di uno dei più recenti Fast & Furious in cui, a causa dell’embargo statiunitense (la siderale lontananza dalla preparedness di questi), a gareggiare sono due scassoni (i paesi europei), fra i quali quello ancora più scassone (il nostro) deve prima essere elaborato alla meglio (agevolazione all’adozione dello “Smart Workingprivato all’inizio dell’emergenza) già solo per partecipare; si spera non anche auto-disintegrarsi pur di vincere, poi, la sfida. È chiaro che siamo ben distanti dalla classica muscle car e/o veicolo ipertecnologico che caratterizzano il resto del franchise ma che richiedono tutt’altro che solo parti originali ed una messa a punto tanto accurata quanto specializzata…

    Analogamente, infatti, il cigno nero del CoViD-19 ha richiesto di sovra-alimentare — ma forse si potrebbe anche dire over-clockare — una situazione, quella sull’adozione del Telelavoro, che è immediatamente apparsa per lo scassone che almeno vent’anni di carente messa a punto ci hanno consegnato: capace di un boost, sì, ma a quale prezzo?

    Forse da troppo tempo esposto alla malizia di mio padre nel rilevare i retropensieri maliziosi altrui l’ho coniugata con una complementare bona fide. Magari è proprio vero che l’intellighenzia ed i primati hanno continuato ad attribuire al Telelavoro esclusivamente una valenza sociale, a favore di lavoratori con prole e/o famigliari di cui occuparsi o per agevolare una maggior salubrità nel Work/Life Balance, tematiche che, se trattate dilettantisticamente, son buone per un salotto culturale e per solleticare qua e là il potenziale elettorato, ma suonano nelle orecchie dei decisori come “benefit“, quindi se va bene di marginale importanza e se va male assolutamente da evitare: “labor“, in latino, significa pure “sofferenza” ed il Paese è notoriamente ricco di “latinisti“, che si sostengono culturalmente l’un l’altro nonostante le evidenze contrarie di un secolo di teorie organizzative sulla produttività individuale e collettiva…

    Tuttavia sempre mio padre mi ha influenzato sull’esigenza d’una diligente rassegna stampa, quantomeno sui temi di mio interesse e di mio interessamento, sicché — prendo ad esempio il caso dello Snowmageddon a Roma del 2010 — trovo, se non già da culpa lata, come minimo sciatta l’assenza di un approfondimento finanche superficiale sul tema a partire dalle contromisure escogitate altrove9 di cui s’abbia notizia,10 preferendovi autoreferenzialmente insistere in un pedissequo citazionismo normativo. Non dico da vent’anni ma quanto si sarebbe potuto fare dal 2010 per non ritrovarsi “in braghe di tela” di fronte ad un qualunque repentino stravolgimento dello “status quo”?

    La “foglia di fico” della Telelavorabilità, dopo esser stata pudicamente incollata a tanti, troppi lavori, già nell’arco di alcune settimane è stata, bene o male — come si è detto —, strappata via dall’esigenza di evitare il totale black-out dell’operatività, soddisfacentemente garantita.

    Tempo alcuni semestri ed il lavoro privato si adeguerà, seppur elaborando la propria struttura sostituendo le parti originali con pezzi nuovi o comunque più idonei alla sfida. Il motivo è semplice: se sai già lavorare il Telelavoro ti cambia principalmente la maniera in cui lo fai, non i suoi effetti.11 Quello pubblico, paradossalmente, secondo me si adeguerà anche prima: non esiste altro contesto organizzativo in cui la proceduralizzazione sia tanto propensa, ma così anche la passibilità d’automazione, sicché lo scenario più spiacevole potrebbe manifestarsi dapprima in una ulteriore disintermediazione fra procedure e cittadini/imprese (e.g. comunicazioni telematiche), con vari lavoratori meri “controllori ex post“, e successivamente in una polarizzazione fra qualificati ed esuberi di fatto (pensionandi?).4

    Non è la quotidiana operatività lavorativa a dover preoccupare, anzi: chiamati  — come invero siamo, per esempio dagli impegni finanziari che ci stiamo prendendo con la UE — a dare un boost alla nostra produttività e dunque al PIL per fugare i rischi di accendere ipoteche sugli anni e le generazioni a venire l’occasione è d’uopo per un rimpasto realmente meritocratico, nelle conseguenze e non, come “si è sempre fatto“, nelle premesse, nella forza lavoro. Sono gli effetti collaterali positivi, a questo punto, a sollecitare maggior attenzione, ed ancor di più i danni collaterali e le ripercussioni che una adozione massiccia di questa modalità — ripeto, senza un percorso di transizione ben governato — può generare sulle città,12 tenendo altresì conto di non mortificare i primi mentre si porta avanti una exit strategy ormai irrinunciabile, nondimeno inoccultabile, sui secondi…

    Sarebbe sperabile che al percorso di transizione ben governato invocato dal Sindaco di Milano, che ha aggiustato il tiro rispetto alle infelici dichiarazioni di qualche giorno prima,13 non corrisponda soltanto il mero ripristino tout court dello status quo antecedente a mesi e mesi di homeshoring dei comunali meneghini, che oggi suonerebbe come una vera e propria restaurazione degli interessi economici di tutto l’indotto commerciale, che con l’accentramento di persone dalle periferie non solo garantisce occupazione ma ha vieppiù corroborato spunti per la speculazione, a danno di quelli che Sala definisce i più deboli. Iniziando, tuttavia, dai lavoratori, pubblici o privati, indotti da questo stesso accentramento (geografico) a sostenere spese solo nelle ultime decadi diventate oggettivamente evitabili (con la remotizzazione) ma che già da prima, sotto l’egida di un mercatistico laissez-faire, si erano gonfiate trasformando il legittimo e meritorio “rapporto Qualità/Prezzo” in un legittimato ma meno meritoriorapporto Centralità/Prezzo“, a sua volta inquinato, in termini di Concorrenza, dalla rendita di posizione: tendenzialmente immutabile nonché perciò conservatriceprotezionistica, a discapito della salubrità dello stesso Mercato…

    Il Telelavoro, di fatto, ci sta facendo scoprire che certe abitudini che ritenevamo inossidabili e soprattutto ineluttabili altro non erano che “bolle speculative” per troppo tempo mantenute. Sarebbe naïf, controproducente e pericoloso imporre alle persone di sottostarvisi di nuovo, in assenza di garanzie sulla programmazione di eque contropartite fin dal prima possibile…

    Tutt’altro che naïf, ed invece senza dubbio assai ponderata, l’altra invocazione di Sala per un possibile ripensamento adeguato ai tempi, dei diritti e dei doveri in generale. Forse di un nuovo Statuto dei lavoratori, a riprova che il lavoro pubblico sia già percepito come solo una parte della sfida da affrontare.14 Non vorrei risultare troppo ottimista od in bona fide ma se un domani venisse sancita la integrazione del Telelavoro nella Legge 300, superando l’accessorio contrattuale qual finora è stato (costretto ad essere), dovremmo riconoscerne il merito a questa precipua scintilla. A suggerire qualche scetticismo, invece, l’aspettativa che non sia superato il regolatorio astrattismo previsionale finora riservato alla questione, laddove il percorso di transizione, cioè la citata strategia d’uscita (dall’induzione a spendere di più rispetto al rapporto qualità/prezzo), andrebbe governato considerando, sì, i tempi di adattamento dell’indotto commerciale ed occupazionale attuale, ma anche che questi tempi verranno finanziati dalle tasche dei lavoratori e dall’indotto commerciale ed occupazionale in pectore (geograficamente re-distribuito), ovvero da un efficientamento sempre produttivo delle spese, e, last but not least, le prospettive a medio termine sulla profilassi sanitaria,1516 rispetto alle quali non si potranno avere amnesie sul ruolo del Telelavoro in funzione del distanziamento sociale.17

    Va a mio avviso ripreso, rielaborandolo, il concetto ben espresso dall’hashtag internazionale #FlattenTheCurve per il contenimento del contagio entro i limiti di sostenibilità dei sistemi sanitari, comunque ben sapendo che il virus, più che evitato, avrebbe dovuto essere endemizzato, fino ad arrivare almeno alla immunità di gregge. In questo caso la sostenibilità è la situazione di diversi comparti economici mentre la curva il tempo per riorganizzarsi, a provare a reinvestire nella propria attività e adeguarla ad un nuovo modello, inziando con un taglio all’incidenza della locazione sui prezzi finali e1819 e continuando coll’accompagnamento verso una progressiva accettazione della dispersione geografica del lavoro, a fronte di una riappropriazione degli spazi urbani da parte della cittadinanza (e del turismo). Tenendo conto che la pandemia ha solo accelerato20 fenomeni noti21 ben più complessi e macroscopici e che non si può né dunque si deve prescindere da una digitalizzazione dei lavoratori, con tutto ciò che questa potrebbe comportare…

    …Che poi, oltretutto, la traccia per imbastire questa progressività è già bella che pronta, testata, ed è stata già usata per diffondere culturalmente il Telelavoro dal lavoro pubblico a quello privato: la normativa statiunitense a riguardo. I differenti tipi di Telelavoro che contempla — in ordine di episodicità: “emergenziale” (e.g. pandemico), “unscheduled“, “medico/igienico“, “situazionale” ed infine “di routine” — sarebbero perfettamente adattabili all’esigenza di governare la transizione poco a poco, ma almeno iniziando,22 anche in termini legislativi.

    A meno che non avesse avuto sempre ragione mio padre ad essere più malizioso

  • Mind Your Business

    Mind Your Business

    È stato durante una delle tratte ferroviarie da pendolare settimanale TriesteMilano, nel periodo presso BHuman (2001-2002), che ho letto l’articolo su Web Marketing Tools che mi ha ispirato a dedicarmi, in modo multidisciplinare, da studente di Psicologia e Developer, al Telelavoro. Ero già abituato a farlo — ma non sapevo si chiamasse così — da alcuni anni, direttamente da casa come homepreneur, ma a colpirmi di più è stata l’osservazione che in azienda stavamo già telecollaborando pur rimanendo, tutti noi giovani e meno giovani, “in presenzasotto lo stesso tetto

    Fatta eccezione per le “weekly” (riunioni settimanali), infatti, la posta elettronica veniva usata a profusione — tant’è che questa best practice mi è rimasta — per qualsiasi comunicazione non immediata, mentre per quelle immediate c’era il glorioso MSN Messenger: improbabile che qualcuno si sarebbe alzato dalla sedia, od alzato la cornetta per poi digitare il numero dell’interno, senz’aver prima dato un’occhiatina allo status del collega desiderato (“Occupato”, “A pranzo“, etc.) e vedere se l’azione sarebbe andata a buon fine.

    Microsoft Teams Presence Status

    Microsoft Teams Presence Status

    Pause-pranzo, pause-sigaretta e pause-caffé assieme, a coppie o terzetti, e così per i confronti davvero importanti; per il resto bastavano ed avanzavano le weekly. Persino gli avvisi collettivi ai lavoratori, ad esempio il riavvio di un server o l’imminente turno di interruzione estiva dell’elettricità venivano fatti via NET SEND, che alcuni di noi usavano pure a tu per tu, come alternativa ancora più nerd ad ICQ. Skype era ancora là da venire, figurarsi WhatsApp o Telegram!

    Skype For Business Presence Status

    Skype For Business Presence Status — Schermata Iniziale

    Forse è stato questo l’imprinting per cui resto tuttora fra i sostenitori dell’idea per cui, potendo telelavorare anche da cubicolo a cubicolo, qualsiasi ulteriore distanza è, se non proprio ininfluente, quantomeno sormontabile, purché vi sia il necessario substrato organizzativo e le adeguate risorse umane. In una mia precedente esperienza, in E-Tree, le seconde c’erano, anche troppo. Era il primo a latitare, e quindi si appoggiava al professionismo del singolo: anche qui “telelavoravamo in presenza” per la maggior parte del tempo, ma si trattava di un approccio da “co/autogestione” dei team che lasciava ognuno piuttosto solo; committed ma assolutamente non engaged, come si direbbe oggi…

    Skype Presence Status (Dark Mode)

    Skype Presence Status (Dark Mode)

    Perché tale (apparente) botta di nostalgia? Perché un’elegia dei bei tempi andati va sempre bene, specie se si parla del Telelavoro ben prima che fosse mainstream e che gente si proclamasse “early adopter” avendo iniziato nel 2012 (pubblicità di Microsoft Teams), ancor di più se sotto il naso ti capita la promozione di un servizio chiaramente nato come telelavorativo (alcune funzioni simil-Teams)1 e scippato a favore delle situazioni “in presenza” (co-localizzate).

    Joan Hometargetta smart per l’ufficio domestico

    Appendendo al muro della stanza di casa adibita ad Home Office questo tablet modificato — altro non è, tant’è che non è così istantaneo trovarne le caratteristiche hardware da ex-invenduto — è possibile mostrare lo statusBusy” o “Free” ai propri congiunti sulla base della sincronizzazione con vari calendari online (condivisi) e dunque sentirsi già giustificati per quando ci si adirerà perché nessuno l’avrà guardato prima di entrare, almeno per notarne il design

    Questa prospettiva è così ingenua — ma non oserei mettere la mano sul fuoco su una sua non efficacia, almeno in termini di percezione di formalità da parte di coniugi e prole — che non ci si può esimere da spingersi ad una ipotesi più maliziosa, peraltro mostrata anche nel video, cioè che il device vada posto non all’ingresso dell’Home Office bensì di fronte al naso del lavoratore. Alcuni lavoratori preferiscono avere un planner sotto gli occhi, tant’è che fra i gadget natalizi spopolano ancora quelli cartacei da scrivania da poter pasticciare a volontà, ma penso si possa andar oltre.

    Io ci vedo un sistema di controllo da remoto, non dissimile da una sirena industriale che scandisce i cambi turno, solo che in questo caso ciascun turno è costituito non dal avvicendamento di persone bensì da quello fra un’attività (task) e l’altra, che vanno completate in un certo lasso di tempo, tanto eterodirigibili quanto condivisi sono i calendari dai quali il device va a pescare per mostrare lo status. Un controllo ex ante da remoto oltretutto assai appetibile visto che, si tratti di lavoratori remotizzati o co-localizzati, solleva un po’ dall’impegno di doverlo fare ex post, sui risultati, lasciando, però, autonomia nell’esecuzione.

    Perché un sistema di controllo da remoto? Perché in effetti il soggetto più remotizzabile della emergente vignetta non è il lavoratore bensì il suo supervisore: è quest’ultimo, infatti, che da un qualsiasi luogo, attraverso i calendari condivisi, può determinare quanto busy sarà la persona nella giornata od in quelle a venire; potrebbe pure limitarsi a piazzare attività nel calendario, riempiendolo con una singola email farcita di allegati (documenti, eventi, task, etc. — Ms. Outlook supporta questo da oltre vent’anni), e sentirsi comunque affrancato dell’aver agito da manager e non da mero scambiatore ferroviario…

    Joan 6targetta smart per la sala riunioni

    La versione per ufficio tradizionale, inizialmente un praticissimo device per vedere l’occupazione di una sala comune ed al caso prenotarla, finanche estemporaneamente — se uno la trova occupata può fare il booking per il primo buco libero grazie al touchscreen—, è persino più subdola: immagino già l’avventore presentarsi sulla soglia dell’ufficio del collega — senza aver guardato prima i calendari o la app disponibile —, vedere che è già occupato, piazzarsi in coda e ritornare al momento del proprio turno.

    Il fatto è che entrambi i device si basano sullo stesso backend software: non credo che un’azienda che immette sul mercato un sistema del genere, assolutamente meritorio in sé e forse al massimo un filino troppo costoso, trascuri l’integrabilità fra i due: vale a dire che se ogni lavoratore disponesse di un device potrebbe, con un semplice tocco al touchscreen, prenotarsi la disponibilità di uno o più colleghi. Non fosse una sorta di “Virtual Queuing” si potrebbe chiamarlo banalmente “eliminacode“, per teleimpiegati ormai ridotti ad un alienantesportellismo, virtuale o non, e sempre più sospinti verso il Proletariato Binario.

    Mi chiedo, poi, cosa ci vuole per (decidere di) aggiungere ai device funzionalità audio/video e competere, od affiliarsi, con soluzioni come il già citato Teams: a quel punto qualsiasi ufficio stabile, che nella fattispecie pandemica attuale significa prettamente casa, potrebbe diventare un cubicolo, forse persino più efficientemente “spremibile” di quello tradizionale.

  • Smart Working vs Telelavoro: il tramonto dell’isolazionismo?

    Smart Working vs Telelavoro: il tramonto dell’isolazionismo?

    Fintantoché, dovendo, ne sono potuto rimanere prevalentemente osservatore, seppur intellettualmente compiaciuto, la slavina sempre più corposa di articoli più o meno salienti sulla nuova normalità del lavoro a distanza, come io fossi Robocop alle prese con la mia personale “direttiva 4“, mi ha provocato mesi di convulsioni e cortocircuiti a leggere ed ascoltare, oltretutto con la insistente veemenza dei tipici riempitivi mediatici — «il capo ha detto di sfornare un altro di quei post sullo Smart Working, ché il ferro va battuto finché è caldo!» —, di peregrini distinguo fra Telelavoro e Smart Working.

    Già me li vedo, i pubblicisti giornalisti in pectore, gli articolisti un tanto a battuta e sopratutto i redattori, digitare prima “Smart Working” e poi “Telelavoro” su Google e andarci giù di copincolla coi risultati al massimo fino alla terza pagina, giungendo alla conclusione, assai poco giornalistica — se non di pubblicazione organica governativa… —, per cui…

    • Il Telelavoro è roba vecchia: sei costretto a stare a casa tua e soprattutto a rispettare i tradizionali orari di lavoro;
    • Lo Smart Working, invece, è una figata: puoi lavorare dove e come vuoi…

    .., con assembramento di facepalm sia da parte di quel 4% e rotti di lavoratori formalmente in Telelavoro nel Paese, magari da anni, che delle centinaia di migliaia “aumma aumma“, vale a dire quelli, tanti, per cui un’equiparazione fra lavoratori in presenza e non ha da sempre, persino da prima che fosse citata la parola “Telelavoro” nell’ordinamento, rappresentato una questione sideralmente meno essenziale della smodata inerzia istituzionale sul Digital Divide.

    L’adesione quasi cortigiana alle previsioni governative localistiche ed in spregio al “common knowledge” genera mostri:

    Ho un’amica che lavora per la RAI e deve organizzare più volte a settimana delle interviste, quindi ho immantinente capito quel che è successo dopo: esaurite le fonti standard (responsabili/direttori di questo o quell’altro, referenti e latori giuridici, altri giornalisti, etc.), quel tipo di riferimenti che riescono a riempire novanta secondi persino del nulla assoluto, i poveri tapini han dovuto ripiegare

    • …per i testi a fonti non in lingua italiana; è facile riconoscerne la rielaborazione perché ciò che tanti tradizionali autori italiani riuscirebbero a trascinare per tre pagine — e chiunque abbia avuto la fortuna di preparare esami universitari non soltanto su bibliografie in Italiano lo sa bene… — un anglofono lo esaurisce in un paragrafo con tanto di grassetti e corsivi dove servono, e pertanto richiede più di qualche infiorettamento;
    • …per le clip audio/video a specialisti, gente che studia l’argomento; è facile riconoscerne le interviste perché la quantità di conoscenze, e dubbi, eccede il tempo a disposizione e l’intervento si conclude con smorfie di fonemi lasciati sospesi a video.

    Apriti cielo: già il primo affrancamento dalla “fase Dunning-Kruger” è stato spiazzante..!

    Alcuni — penso, ma non sono soltanto di parte ma anche empatico — si saranno sentiti traditi dalla Legge e magari avranno ripensato a De Gregori («cercavi Giustizia, trovasti la Legge»), parafrasandolo con «cercavi giustezza, trovasti la Legge». Fuori dai confini italiani, infatti, non sono documentate delle cd. “fattispecie concrete” anche solo vagamente riconducibili alle cd. “previsioni astratte” accumulatesi nel tempo nel nostro ordinamento. Vale a dire che sin dalla stesura delle norme nessuno si è preso la briga di fare quello che qualsiasi studente universitario minimamente attento farebbe consultando pure le bibliografie internazionali, mancando quindi di accorgersi che:

    • Nessun paese oltre all’Italia ha mai pensato di confinare il Telelavoro al solo arrangement domiciliare, retaggio di un trapassato tecnologico, logistico e sociologico di cui un po’ tutti i tecnocrati, pure legiferando, hanno dovuto considerare la decadenza; tantomeno con orari fissi, altro — può piacere o meno — patrimonio ormai arcaico;
    • Nessun paese oltre all’Italia ha mai pensato di deconfinare il Telelavoro per come suesposto spacciando ciò che altro non è se non una correzione (di tiro?) per l’innovativo Smart Working — che peraltro significa tutt’altro

    Se non proprio fuffa le definizioni maccheroniche di Telelavoro e Smart Working sono semplicemente fuorvianti: la prima per l’eccessiva pedissequità — ma nella traduzione dall’Inglese! — di quella, del 2002, che per tutti avrebbe dovuto essere una cd. “soft law” (Accordo-Quadro Europeo sul Telelavoro); della seconda non s’intuisce ancora se la genesi sia maturata con il medesimo professionismo da Gig Economy giornalistica di cui sopra, copincolla incluso («il leader ha detto di elaborare un’altra di quelle leggi “senza portafoglio” ma acchiappa-consensi, ché siamo in campagna elettorale costante!») oppure nella negligenza più o meno dolosa — e ad assistere a ciò che sembra emergere sulla preparedness sanitaria in certe regioni tutto potrebbe essere…

    Telelavorare è un’azione: si lavora “da remoto”. Si fa del Telelavoro ogniqualvolta l’attività da fare arriva e/o ritorna a distanza dal luogo in cui viene in effetti svolta, indipendentemente da quale luogo sia. Persino stando stabili nel proprio cubicolo in ufficio, restituendo via email ad un capo od un collega “non a tiro” un documento dopo averlo elaborato si sta a tutti gli effetti pratici telelavorando. Se a variare può essere la distanza, dai metri alle migliaia di chilometri, questa viene annullata dall’uso della (ormai comunissima) telematica…

    Tutti, dunque, a revisionare le affermazioni del passato pur recente e persino ad invocare qualche ritocchino alle leggi esistenti. In primis i consulenti del lavoro: mi risuonano ancora nelle pupille le vivaci proteste levatesi all’alba del lockdown per il fatto che per l’attivazione dello “Smart Working” fosse o meno necessario un contratto scritto, e la relativa comunicazione telematica, o se sarebbe bastato un semplice accordino verbale o via email. Défaillance di tale amenità danno la misura della avulsione non solo dalla Realtà (normale) ma anche dal contesto (emergenziale) di certe definizioni giuridiche…

  • Riderci sopra… coi meme

    Riderci sopra… coi meme

    Telelavoratrice Domestica vs Pendolare Automobilistico
    Telelavoratrice Domestica vs Pendolare Automobilistico
    Ghostbusters
    …cose da Vecchio Testamento, signor sindaco; proprio roba del tipo collera divina, fuoco e zolfo che piovono dai cieli, fiumi e oceani che bollono! Quarant’anni di tenebre, eruzioni, terremoti! Morti che escono dalle fosse! Sacrifici umani, cani e gatti che vivono insieme! Telelavoratori!
    Telelavoro, Straordinari e Cassa Integrazione
    Telelavoro, Straordinari e Cassa Integrazione
    Quando, tornato a spendere nei negozi in centro dopo mesi a casa, facendo felice il Sindaco, il locale non ti fa lo scontrino
    Quando, tornato a spendere nei negozi in centro dopo mesi a casa, facendo felice il Sindaco, il locale non ti fa lo scontrino
    Associazione di Categoria - Sindaco - Telelavoratore Domiciliare
    Associazione di Categoria – Sindaco – Telelavoratore Domiciliare
    Blues Brothers
    Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! E pure quelli che lavorano da casa!
    Lavoro da Casa e Buoni Pasto
    Lavoro da casa e Buoni Pasto
    Penserà ad un'altra… Meglio Zoom, Meet, Teams oppure Skype per le prossime call?
    Penserà ad un’altra… Meglio Zoom, Meet, Teams oppure Skype per le prossime call?
    Terminologia
    Terminologia
    Il capo che contempla quanto si potrebbe risparmiare mandando tutti in Telelavoro
    Il capo che contempla quanto si potrebbe risparmiare mandando tutti in Telelavoro
    I Telelavoratori ormai navigati che brindano ai nuovi arrivati: «Bravi! Ma ora non intasateci la banda, ok..?»
    I Telelavoratori ormai navigati che brindano ai nuovi arrivati: «Bravi! Ma ora non intasateci la banda, ok..?»
    3a Riunione di fila in Telepresenza ed ormai, che per oggi si lavori davvero, è escluso…
    3a Riunione di fila in Telepresenza ed ormai, che per oggi si lavori davvero, è escluso…
    Ripensando alle tipiche pause-pranzo che fai quando puoi Telelavorare da casa
    Ripensando alle tipiche pause-pranzo che fai quando puoi Telelavorare da casa
    Quando, dopo varie ore di riunioni online, il collega ti chiama per schedularne altre
    Quando, dopo varie ore di riunioni online, il collega ti chiama per schedularne altre
    Quando il desiderio di Telelavorare è struggente ma… non hai ancora potuto figliare …e la legge è quella che è
    Quando il desiderio di Telelavorare è struggente ma… non hai ancora potuto figliare …e la legge è quella che è
    Smart Working: Italia vs Resto del Mondo
    Smart Working: Italia vs Resto del Mondo
    Mi dice che pure se non lo si fa
    Mi dice che pure se non lo si fa “da casa” è comunque telelavorare?
    La tua azienda, che ti chiede il Telelavoro e ti fornisce la strumentazione migliore
    La tua azienda, che ti chiede il Telelavoro e ti fornisce la strumentazione migliore
    Smart Working vs Telelavoro
    Smart Working vs Telelavoro
    Lo Stato italiano che, confrontatosi con giuristi ed esperti, legifera di Telelavoro
    Lo Stato italiano che, confrontatosi con giuristi ed esperti, legifera di Telelavoro
    Quando gli Italiani si inventano lo Smart Working ma tu svariati anni prima hai siglato il Telework Enhancement Act
    Quando gli Italiani si inventano lo Smart Working ma tu svariati anni prima hai siglato il Telework Enhancement Act
    Quando, dopo mesi di lavoro da casa, ti dicono che devi ritornare in ufficio
    Quando, dopo mesi di lavoro da casa, ti dicono che devi ritornare in ufficio
    Smartworking vs Remote Working (Telelavoro)
    Smart Working versus Remote Working (Telelavoro)
  • Il Jobs Act e l’antiquata visione sul Telelavoro

    Il Jobs Act e l’antiquata visione sul Telelavoro

    Ecco il post scritto oggi condiviso via Linkedin Pulse.

    Il Jobs Act e l’antiquata visione sul Telelavoro!

    Per una buona parte dell’Europa il Telelavoro è una modalità — notoriamente assai eterogenea! — di svolgimento delle proprie attività sempre più diffusa, tanto da richiedere il lesto, nonché frequente, aggiornamento delle normative connesse.

    Nel 2014 il Regno Unito ha ritoccato la propria legge (del ’96) sul flexible working riducendo i requisiti per l’eligibilità alla sola durata del rapporto di lavoro: chiunque, purché lavori «da almeno 26 settimane» (sei mesi), può richiedere una soluzione flessibile di lavoro — ivi compreso quello a distanza, cioè il Telelavoro — al proprio datore di lavoro, il quale può rifiutarsi solo in casi ben specifici — e specificati dalla normativa stessa..

    Nel 2015 l’Olanda si è mossa esattamente nella stessa direzione, eliminando per legge qualsiasi ostacolo alla remotizzazione del lavoro ed imponendo ai datori di lavoro stringenti requisiti tecnico-organizzativi in caso di opposizione all’eventuale richiesta del lavoratore.

    In entrambi i provvedimenti legislativi il leit motiv, riconosciuto, è la presa d’atto che non si possa più, anacronisticamente, collegare l’opportunità del Telelavoro con la necessità di potersi dedicare alle c.d. “cure parentali“, neanche fosse una forma di Welfare indiretto — oltretutto potenzialmente foriero di discriminazioni sessuali, a livello anche di possibilità di carriera.

    Sempre nel 2015 pure l’Italia, peraltro con la tradizionale timidezza — la questione è stata inserita e trattata come d’importanza quantomeno secondaria all’interno del solito grumo di provvedimenti generali —, ha cercato di affrontare normativamente l’argomento.

    Tuttavia, magari per restare allineato con la logica “da Restaurazione” che caratterizza tutto il Jobs Act (Articolo 18, Demansionamento, etc.), il Governo sembra avere derubricato gli esempii di Regno Unito ed Olanda ad interpretazioni forse troppo progressisteriesumando dal passato sia la funzione che il requisito sociale  — l’esigenza, per il lavoratore, di conciliare cure parentali e obblighi verso la propria azienda — nell’agevolazione del Telelavoro.

    In sintesi: in Regno Unito ed Olanda qualunque lavoratore può richiedere di essere remotizzato, per qualsiasi ragione, ed il datore di lavoro non può, di fatto, opporsi; in Italia, se andrà bene, il datore di lavoro sarà magari incentivato — fiscalmente? a livello previdenziale? — ad accettare le eventuali richieste, purché provengano da lavoratori che abbiano — ovviamente dimostrabili… — esigenze famigliari.

    A quando un significativo salto di qualità?
    In avanti s’intende..!

  • Lavoro (davvero) flessibile? Of Course!

    Lavoro (davvero) flessibile? Of Course!

    Ecco il post scritto oggi condiviso via Linkedin Pulse.

    Lavoro (davvero) flessibile? Of Course!

    Mentre in Italia continuiamo ad accapigliarci sugli eventuali effetti del DDL sul Lavoro Pubblico in termini di “conciliazione di tempi di vita” (Smart Working, Co-Working, etc..) da ieri, 30 Giugno, data di entrata in vigore delle “Flexible Working Regulations 2014“, in Inghilterra qualsiasi dipendente assunto da almeno 26 settimane — 6 mesi — ha facoltà di richiedere al proprio datore di lavoro di «considerare seriamente» una soluzione di lavoro flessibile .

    Queste soluzioni includono svariate declinazioni di Telelavoro e/o Telependolarismo, ossia Telelavoro Domestico.

    La precedente normativa, risalente al 1996 (“Employment Rights Act“), limitava l’eligibilità di questa richiesta — alla quale il datore di lavoro può opporsi solo in determinate situazioni, .. — ai lavoratori con in carico la cura di figli sotto i 16 anni e/oppure congiunti.

    Secondo diverse analisi l’abrogazione di questa limitazione porterà — paradossalmente, se consideriamo l’impostazione italiana nell’affrontare la questione.. — ad un beneficio per le lavoratrici madri ed in generale per le lavoratrici donne, le quali finora hanno avuto poco o nullo potere contrattuale — di certo inferiore agli uomini, per diversa tipologia di mansione — per trattare l’istituzione di forme di lavoro davvero flessibile.

  • Le parole del Telelavoro (III)

    Le parole del Telelavoro (III)

    È senz’ombra di dubbio stimolante per me rilevare, googlando di “Telelavoro“, che sempre più siti, persino istituzionali, impieghino nelle loro pubblicazioni online l’ormai vetusta infografica che tempo orsono ho realizzato per raccontare quanto superficiale e parziale – ma diciamo pure ottusa.. – sia la percezione sul Telelavoro al di fuori dell’ambito degli addetti al settore.

    Infografica / Wordcloud Telelavoro (III)

    (altro…)

  • Riderci sopra.. con Scott Adams

    Riderci sopra.. con Scott Adams

    Da tempo volevo pubblicare le strisce telework related di Dilbert e non ci riuscivo perché non era ancora disponibile un buon metodo per il loro incorporamento. Fortunatamente adesso c’è – e chissà da quanto visto che erano mesi che seguivo soltanto il feed –, così posso riprodurre una carrellata di strisce, sin dal lontano 1994 – giusto per ribadire la storicità (ormai) dell’argomento trattato e della sua profonda pervasività nella vita (aziendale) di tutti i giorni.

    Dilbert.com – 30/01/1998
    https://dilbert.com/strip/1998-01-30/
    Dilbert.com – 30/01/1998
    Dilbert.com – 19/09/2000
    https://dilbert.com/strip/2000-09-19/
    Dilbert.com – 19/09/2000
    Dilbert.com – 13/09/2004
    https://dilbert.com/strip/2004-09-13/
    Dilbert.com – 13/09/2004
    Dilbert.com – 12/10/2011
    https://dilbert.com/strip/2011-10-12/
    Dilbert.com – 12/10/2011
    Dilbert.com – 09/02/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-02-09/
    Dilbert.com – 09/02/2012
    Dilbert.com – 09/04/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-04-09/
    Dilbert.com – 09/04/2012
    Dilbert.com – 02/12/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-12-02/
    Dilbert.com – 02/12/2012
    Dilbert.com – 05/12/2013
    https://dilbert.com/strip/2013-12-05/
    Dilbert.com – 05/12/2013
    Dilbert.com – 10/07/2014
    https://dilbert.com/strip/2014-07-10/
    Dilbert.com – 10/07/2014
    Dilbert.com – 23/11/2014
    https://dilbert.com/strip/2014-11-23/
    Dilbert.com – 23/11/2014
    Dilbert.com – 29/06/2016
    https://dilbert.com/strip/2016-06-29/
    Dilbert.com – 29/06/2016
    Dilbert.com – 18/12/2019
    https://dilbert.com/strip/2019-12-18/
    Dilbert.com – 18/12/2019
    Dilbert.com – 19/12/2019
    https://dilbert.com/strip/2019-12-19/
    Dilbert.com – 19/12/2019
  • 7+1 Motivi semiseri per abbracciare il Telelavoro

    Di motivi per sposare la causa del Telelavoro ce ne sono molti e c’è gente che ci ha pure scritto su libri sin dagli anni ’70.. Di titoli che affrontino non soltanto le considerazioni più elevate ma pure quelle più terra terra non ce ne sono (neanche il molto evocativoWork Naked“..), però, e mi sembra più che giusto sanare questa incommensurabile carenza. Pertanto, di seguito, elencherò una serie di motivazioni, anche quelle più triviali, grazie alle quali sarà facile comprendere i benefici, spesso assai individualistici, della svolta telelavorativa.

    1. Lavorando a casa si può davvero “lavorare nudi, come dice il libro, o ci si può coprire a piacimento, anche di plaid. Chiunque abbia assistito all’annuale guerra fra calorosi e freddolosi – che d’estate pretendono che l’aria condizionata non vada sotto i 27°.. – sa quanto cruenta e “di trincea” questa possa diventare.. Io, col troppo sudare, quest’anno sono finito al cardiologico (ipokaliemia). Per altri è bastato rivoluzionare le disposizioni negli uffici..
    2. Lavorando da casa, o da un qualsiasi altro posto su cui si possa avere voce in capitolo, la sussistenza della carta igienica rientra sotto il proprio controllo, così come quella di un bidet se si hanno maggiori esigenze – o più frequenti (è il caso delle donne).. – di igienizzazione. Negli uffici è raro trovare il contenitore per gli assorbenti, figuriamoci un bidet o persino una doccia – che tornerebbe utile pure d’estate per darsi una semplice rinfrescata..
    3. Lavorando in una situazione domestica c’è maggior garanzia di privacy. Ciò si addice alle succitate corporalità ma non solo: l’assunzione di farmaci, il perseguimento di certi regimi terapeutici (i.e. i diabetici che devono mangiare ad ore precise), l’allattamento, la assistenza agli anziani/infermi, etc.. Casi della vita che innanzitutto possono ingenerare un certo imbarazzo qualora esposti alla pubblica visibilità.
    4. Lavorando da casa, o da una qualunque “terra di nessuno” (normativamente parlando), non si incorre nel divieto di fumare o nell’esigenza di transumanze forzate per trovare le “aree di concentramento” dedicate ai fumatori. (NB: fumare in ufficio è sempre stato maleducato e scorretto, ma persino il Buonsenso ce l’ha con chi ha approvato la maledetta Legge Sirchia..)
    5. Lavorando in un luogo proprio si possono superare le generalizzazioni legislative che rendono difficile la vita. Io penso, banalmente, al fatto che mentre nel mio ufficio di casa il piano di lavoro è (stato da me progettato) a 80 e più cm da terra in quello aziendale la bassezza è tanta da provocarmi proprio quei disturbi (incurvamento, sonnolenza, etc.) che le norme ergonomiche che l’hanno fissata – pensando a persone meno alte (cioè nella media..) – volevano evitare. Citare situazioni analoghe, assai più esiziali, sarebbe troppo impegnativo..
    6. Lavorando a casa ci si può permettere di conservare l’abbruttimento, o per lo meno di non insistere troppo sull’abbellimento: il maschio può evitare di radersi e la donna di truccarsi proprio in quel momento, preferendogli uno qualsiasi tra i tanti di calma lungo la giornata, ed entrambi possono sorvolare sulla reperibilità immediata di un’adeguata combinazione di vestiario. Quest’opportunità riveste ulteriore valenza in quei poveri (..) nuclei famigliari che dispongono di un solo bagno..
    7. Lavorando in un luogo alieno all’azienda ci si preserva dall’assistere a “Fantozzismi di ogni sorta, che potrebbero far sorgere qualche turbamento: dal collega propositivo a dismisura ed a sproposito (Filini) a quello adulatore e scansafatiche (Calboni), fino al collega, maschio o femmina (Silvani) che sia, suadente e approfittatore, passando per un universo di meteore forsanche più tragiche. Per non parlare dei vari Cobram che si possono incontrare nella propria vita.. Se, poi, ci si crogiuola nell’essere una matricola “barra bis” forse è meglio mantenere la cosa il più possibile riservata..
    8. Lavorando più flessibili, infine, si scongiura il rischio di scomunica per blasfemia: per quella coda (o la calca sull’autobus) che si forma proprio a quell’ora e proprio in quel punto, per gli autisti ancor più addormentati/lenti (o per il mezzo in ritardo cronico), per il parcheggio che non si trova (o per la probabile conseguente multa), per la macchina del caffé rotta, per l’improvvisa richiesta di straordinari, per il sapere di dove rifare tutta questa tiritera anche al ritorno (e l’indomani ricominciare.. again and again), etc..
  • Riderci sopra.. con John Klossner

    Riderci sopra.. con John Klossner

    In queste sudaticce giornate pre-ferragostane è indicata, specie per noi in ferie per finta (solo una riduzione del carico di lavoro vs una dilatazione del tempo disponibile), una bella dose di freddure, ed alcune delle seguenti vignette (la prima è per intenditori..) svolgono con efficacia questo compito. Si tratta (della traduzione, alla mano..) delle strisce che appaiono nel blog di John Klossner su Federal Computer Week, dedicate, abbastanza intuibilmente, al Telelavoro dei lavoratori pubblici USA..

    https://fcw.com/blogs/fcw-insider/2013/08/klossner-telework.aspx
    L’agenzia sta tentando di incoraggiare (a) maggior Telelavoro
    https://fcw.com/Blogs/John-Klossner/2012/07/ROWE-results.aspx
    Grazie al Telelavoro, agli orari flessibili ed alle policy su un ambiente orientato ai risultati ho finalmente trovato un posto tranquillo per lavorare… L’ufficio
    https://fcw.com/Articles/2008/02/28/Editorial-The-collaboration-era.aspx
    Non è che io non voglia provare la Tecnologia 2.0. È solo che mi sto ancora abituando al fax
    https://fcw.com/Blogs/John-Klossner/2010/02/In-defense-of-telework.aspx
    Comprendiamo la necessità di un programma telelavorativo ben gestito. È con la cavigliera elettronica che abbiamo un problema
    https://fcw.com/Blogs/John-Klossner/2011/01/John-Klossner-federal-telework-policy.aspx
    Il mio capo ha problemi ad abbracciare le nuove disposizioni sul Telelavoro

    (altro…)

  • Le parole del Telelavoro

    Avendo scoperto – più con gradito stupore che con disturbo per la mancata citazione – che la mia vecchia infografica sulla terminologia telelavorativa è stata incorporata qualche giorno fa in un articolo pubblicato su ictBusiness mi sono anche convinto che ci sarebbe stato spazio per altri termini, che all’epoca forse ho sottovalutato. Per fortuna ci vuole poco per recuperare..

    Infografica / Wordcloud Telelavoro

    (altro…)

  • Telelavoro ≠ Telependolarismo (rivisitato)

    Telelavoro ≠ Telependolarismo (rivisitato)

    È difficile superare certi maestri. Con una linearità e soprattutto una capacità di sintesi (ad es. All telecommuters are teleworkers but not all teleworkers are telecommuters) che spero di raggiungere fra qualche anno ma di certo non sono riuscito a mettere nella mia disquisizione, infatti, Jack Nilles, nel suo blog, ha rivisitato i significati dei termini che lui stesso inventò nei primissimi anni ’70: Telependolarismo e, soprattutto, Telelavoro.

    Per spiegare questa differenza Nilles fa tre esempi:

    Sam is a regular employee of the Ajax Toolworks. She typically works at home, using the company-supplied computer and a broadband connection to the main office. She drives into the office two days per week, on average, to meet with her colleagues and access some locked files. Sam is a typical telecommuter

    da cui si evince che è un “ tipico Telependolare” quel lavoratore che è riuscito a ridurre od eliminare i quotidiani trasbordi da o verso il luogo di lavoro (non per forza il proprio ufficio..)..

    Joe is an employee of the Universal General Corporation. Although corporate headquarters are in Singapore, Joe lives and works in San Diego, California. Joe works from home full time and his computer is connected to his headquarters via a broadband connection. Joe visits Singapore every six months or so for meetings and to renew contacts with his co-workers. Next year Joe’s trips to Singapore may be curtailed since video conferencing has become a much more affordable alternative to some of the meetings. Joe is a typical long-distance teleworker

    ..mentre è un “Telelavoratore” quel lavoratore per il quale il luogo di lavoro – magari perché, come nell’esempio (estremo fino ad un certo punto), esso sta in un altro continente.. – ha perso gran parte della sua importanza perché «È il lavoro ad essersi avvicinato, grazie alle tecnologie, al lavoratore..». Infine..

    «Lucy drives 10 km to her local office every day where she monitors network activities of her employer, Digital Designs, Ltd. Lucy is responsible for identifying and resolving network traffic problems for the company’s 11 worldwide divisions. Like Joe, Lucy is a teleworker but not a telecommuter»

    ..non è affatto detto che un telelavoratore possa esimersi dall’uscire di casa per andare al lavoro – benché poi il vero luogo di lavoro sia in realtà worldwide..

    Il punto è – sempre secondo Nilles – che tale mancata differenziazione fra questa e quella dimensione del Telelavoro, aldilà delle definizioni formali, stravolge le statistiche a riguardo, rendendo poco chiaro il fenomeno in sé. È il caso del quarto esempio..

    «Frank ordinarily droves or car pools between home and his downtown office. At the office his communications are mostly with co-workers on the same floor. He often takes work home to complete at night. Occasionally, once a month or so, he works at home instead of going to the office. Frank is not a teleworker on two counts: his after-hours work at home doesn’t count because he still went to the office those days; and his at-home days were too few to count him as a regular teleworker»

    ..nel quale il “lavoro da casa” è talmente informale – e peraltro compiuto in modo asincrono, senza che alcuna tecnologia leghi il lavoro al lavoratore.. – che, effettivamente, includerlo in una rilevazione statistica non potrebbe che generare che una grave distorsione.

    Peccato che, pur di fare numeri, la gran parte delle indagini invece lo includerebbe..

  • "Flexibility? Yes, of course"

    Davvero saliente il post di Banfi su Humanitech di qualche giorno fa (a proposito del report di Orange intitolato Beyond Boundaries – The Emerging Work Culture Of Independence And Responsibility” [PDF]):

    Flessibilità desiderata, dunque. Il 44% se ne starebbe tranquillamente a casa almeno un giorno alla settimana. In molti, però, temono che l’assenza dall’ufficio potrebbe in qualche maniera allontanarli dal ciclo produttivo e dalla struttura organizzativa. Le imprese che gestiscono bene la flessibilitò, però, conclude la ricerca, migliorano i propri livelli competitivi e hanno maggiore successo nel trattenere i talenti.

    via Humanitech.it

  • Telergofobia, questa conosciuta..

    Pare che occuparmi di Telelavoro solletichi molto il mio “orgoglio etimologico“. Infatti, dopo aver dato i natali a “Criptotelelavoro“, voglio introdurre un altro etimo, questa volta seminuovo.

    Esiste già, invero, un termine per il fenomeno in questione ed è “Telework Phobia” (la paura, l’avversione nei confronti del Telelavoro) oppure “Telework Skepticism” (la sola sfiducia o diffidenza), tuttavia, oltre all’anglofonia, secondo me appare un po’ troppo naïf e troppo poco tecnicistico..

    Pertanto, per onorare pure la mia provenienza ginnasiale, vorrei proporre come alternativa omnicomprensiva un composto neoclassico che unisca la parola greca moderna per “Telelavoro” (“Τηλεργασία”) ad “Ergofobia” (il terrore del lavoro, del luogo di lavoro, dei colleghi..). (altro…)

  • L’aumento della Produttività – I dati

    L’aumento della produttività è stato da sempre uno dei cavalli di battaglia dei fautori del Telelavoro, con il quale questi ultimi hanno cercato di favorirne l’appeal presso il pubblico dei potenziali fruitori fra i datori di lavoro: una frangia in cui le resistenze avverso a questa modalità di lavoro non sono mai mancate, sull’onda del classicissimo pregiudizio in base al quale, in assenza di una pressante supervisione, i lavoratori tenderebbero a poltrire ed in generale ad essere meno “sul pezzo“.. (altro…)

  • Telelavoro ≠ Telependolarismo

    TeleWork (tele-lavoro) e TeleCommuting (tele-pendolarismo) sono due termini usati spesso in maniera equivalente. La differenza principale, nell’uso comune, è che “Telecommuting” è impiegato soprattutto negli USA mentre “Telework” (insieme ad “e-work“, “lavoro elettronico“) è impiegato in Europa e nel resto del mondo. (altro…)

  • Configurare al meglio un Client E-Mail

    Configurare al meglio un Client E-Mail

    Nonostante la Posta Elettronica rappresenti lo strumento principe nella Collaborazione Digitale pochi ne conoscono il funzionamento: i più si limitano ad utilizzarla as is, per come l’hanno trovata già impostata presso la propria postazione di lavoro, colocalizzata o remotizzabile (i.e. il laptop) che sia..

    È un vero peccato perché non servirebbe conoscerne al minimo dettaglio tutti i meccanismi – sarebbe sufficiente arrivare ad essere in grado di cimentarsi con destrezza nella configurazione di un qualunque Client E-Mail – per poterne apprezzare l’estrema versatilità d’impiego.

    Per questo motivo ho deciso di mettere giù un manuale minimo per descrivere, sulla base dell’architettura client⇆server di funzionamento della posta elettronica (di tipo POP + SMTP), semplici soluzioni applicabili agli eterogenei casi di ogni giorno.

    Primi passi

    Un indirizzo email è composto da due porzioni, divise dal simbolo@” della chiocciolina – che in inglese si legge “at” e che ben potrebbe venir tradotto in italiano con “presso“: a destra della at abbiamo il dominio internet (e.g. wikipedia.org) che identifica il servizio/server di posta elettronica; a sinistra, invece, si trova l’utenza, non per forza solo di posta elettronica, abilitata presso il suddetto dominio. In pratica l’ipotetico indirizzo email paolo.rossi@nomeazienda.it altro non è che l’indicazione per recapitare al tale Paolo Rossi un messaggio presso la tale azienda; se parlassimo di una tradizionale corrispondenza cartacea sarebbe come scrivere “Paolo Rossi c/o Azienda“, laddove l’indirizzo fisico della sede di quest’azienda sia già noto e non siano necessarie ulteriori indicazioni.

    Dal punto di vista del titolare di un dato indirizzo email, invece, la sussistenza della suddetta utenza si concretizza nell’opportunità di poter sia inviare che ricevere messaggi di posta elettronica, sfruttando lo spazio concesso dal servizio per conservare tutti questi messaggi – per lo meno per l’intervallo di tempo fra un download e l’altro (sincronizzazione) di quelli in arrivo se usa un’applicazione client per gestire la propria corrispondenza elettronica.

    Il viaggio che compie un messaggio di posta elettronica inviato da un mittente ad uno o più destinatarii è paragonabile a quanto avviene nella corrispondenza cartacea: correttamente indirizzata ed affrancata la missiva va inserita in una di quelle cassette per le lettere per essere così elaborata dal servizio postale, il quale, attraverso alcuni passaggi, la fa pervenire nella buca delle lettere del destinatario. Volendo essere più precisi con il paragone la missiva, in realtà, non viene consegnata presso il domicilio del destinatario ma archiviata, assieme ad altre, nella casella postale (mailbox) dell’ufficio postale di zona, presso il quale il destinatario potrà recarsi (sincronizzandosi) a sua discrezione per prelevare la propria corrispondenza.

    Trasmissione Client-Server nella Posta Elettronica

    Trasmissione Client-Server nella Posta Elettronica

    Assumiamo che Tizio (che ha un indirizzo del tipo account@xyz.com) voglia inviare un messaggio email a Caio (account@pqr.org):

    • Tizio dovrà correttamente indirizzare a Caio il messaggio ed infilarlo, attraverso il proprio client email, in una cassetta per le lettere, cioè un qualsiasi SMTP server (e.g. “smtp.xyz.com”) presso il quale Tizio abbia un’utenza attiva;
    • Il server SMTP, sulla base del dominio dell’indirizzo email di Caio (“..pqr.org”), inoltrerà il messaggio al relativo server POP (oppure IMAP; e.g. “pop.pqr.org”), dove, salvo errori, sarà archiviato nella mailbox di Caio, assieme agli altri messaggi eventualmente destinatigli;
    • Connettendosi col proprio client email alla propria mailbox presso il server POP, Caio potrà scaricare tutti i nuovi messaggi, fra i quali quello di Tizio, sul proprio computer (od il proprio telefonino);
    • La risposta (reply) da parte di Caio seguirà un percorso analogo: inviata al server SMTP di Caio (e.g. “smtp.pqr.org”) sarà da quest’ultimo inoltrata al server POP (o IMAP) su cui è radicata l’utenza di Tizio (e.g. “pop.xyz.com”), il quale, a sua volta, potrà scaricarla sul computer attraverso il suo client email.
    Esempio di configurazione account email su Ms. Outlook

    Esempio di configurazione account email su Ms. Outlook

    Per poter inviare e ricevere messaggi email, pertanto, è necessario possedere un account (un indirizzo email, e relativa password) e conoscerne l’indirizzo del Server della Posta in Arrivo (POP/IMAP) e quello del Server della Posta in Uscita (SMTP). Anzi, volendo essere ancora più puntigliosi, sarebbe necessario comprendere che, trattandosi di due mail server (in Uscita ed in Arrivo), le utenze, ossia gli accoppiamenti fra indirizzo/username e password, in realtà sarebbero, appunto, due, potenzialmente utilizzabili anche in maniera disgiunta (ad esempio si potrebbe inviare un messaggio da parte di un determinato indirizzo email ma sfruttando il server SMTP di un altro indirizzo..). Il fatto che spesso – sempre meno spesso..! – basti specificare l’indirizzo del server SMTP omettendo d’inserire username e password dipende dalla eventuale corrispondenza fra fornitore del servizio di posta e fornitore di accesso ad internet (ISP), che magari concede inoltro incondizionato a qualunque richiesta d’invio riconosciuta come proveniente da un indirizzo della propria rete.

    Laonde percui, per configurare un qualsiasi client di posta elettronica, i parametri da conoscere, ovvero da richiedere al fornitore del servizio, sono almeno sei..

      Posta in Arrivo (POP/IMAP) Posta in Uscita (SMTP)
    Server pop.xyz.com smtp.xyz.com
    Username account@xyz.com account@xyz.com
    Password ******** ********
    Porta 110 (stnd) / 995 (SSL) 25 (stnd) / 465 (SSL) / 587 (TLS)
    I sei+due parametri di configurazione di un account email su un client di posta elettronica

    ..più due, qualora l’indirizzo, come nel caso di una mailbox di Posta Elettronica Certiticata (PEC), richieda la crittografazione (SSL/TLS) della trasmissione (sia in ingresso che in uscita) e pertanto di accedere ai server su porte differenti da quelle predefinite.

    Provvisti di questi parametri, che devono essere favoriti dal fornitore del servizio – anche sotto forma di dati pubblicati (SMTP, POP/IMAP ed eventuali porte) online –, è sufficiente seguire passo per passo i wizard (procedure guidate) di configurazione del proprio client di posta elettronica ed in pochi minuti – o decine di secondi, per i più smaliziati – è possibile rendersi operativi.

    Webmail

    L’alternativa sempre più prevalente alla configurazione di applicazioni client email è quella dell’uso di servizi di Webmail, nei quali il suddetto client è sostituito da un’applicazione Web utilizzabile direttamente da browser e che richiede solamente la conoscenza delle credenziali d’accesso (username e password) al servizio; restano i due server SMTP e POP – soprattutto quest’ultimo.. – ma è la stessa applicazione Webmail, preconfigurata in tal senso, a connettervisi per consentire la lettura e l’invio dei messaggi.

    Multi-Account

    Nel tempo ho osservato, con sempre maggior mio stupore, che una delle funzionalità meno usate dei client di posta elettronica è l’opportunità di gestire, sia in ricezione che in invio, più account email al contempo, in maniera da poter concentrare in un unico luogo diversi flussi di corrispondenza. La ragione di tale scarsa notorietà della suddetta funzionalità va forse ricercata in due fattori:

    • Tante (troppe) persone ancora considerano un account email come un recapito ufficiale e soprattutto fisico, al quale poter – e dover.. – far pervenire messaggi in maniera indiscriminata, e non uno spazio in cui archiviare dei messaggi, né tantomeno un’identità dalla quale farli partire;
    • Tante (troppe) persone ancora considerano già stressante presidiare/monitorare un singolo indirizzo email, come se la sola interazione richiesta – già in ricezione – richiedesse uno sforzo superiore alla banale e passiva attesa di una notifica (visiva e/od acustica dell’interfaccia utente del computer).
    Account multipli di posta elettronica su singolo client email

    Account multipli di posta elettronica su singolo client email
    (quasi tutti i client consentono di razionalizzare il numero di account SMTP usati rispetto a quello degli indirizzi gestiti)

    Possedere ed utilizzare più indirizzi di posta elettronica, d’altro canto, offre una serie di vantaggi tanto semplici quanto pratici:

    • Sia in ricezione che in invio la disponibilità di differenti identità e sotto-identità consente la creazione di differenti flussi di corrispondenza: partendo dall’ormai classica accoppiata fra un indirizzo ufficiale ed uno dedicato alle registrazioni ai servizi online – tant’è che negli anni sono andati diffondendosi pure servizi di addressing temporaneo è possibile arrivare a disporre di un pool di indirizzi, ciascuno volto ad uno scopo preciso: corrispondenza professionale-lavorativa, corrispondenza personale, sola corrispondenza economica (fatture/ricevute in ingresso od uscita), etc.. In questa maniera è possibile distinguere ex-ante, ovvero senza neppure scomodarsi con la creazione di filtri, i diversi flussi di corrispondenza
    • Nel caso di un accesso da client mobile (laptop, cellulare) il potenzialmente enorme vantaggio risiede nella possibilità di specificare differenti intervalli di sincronizzazione con il server in base alla priorità attribuita a ciascun account configurato, oppure, direttamente, nell’opportunità di non configurare account sui quali sia prevedibile la ricezione di un eccesso ingiustificato di allegati.
      • Una variante di quest’approccio che io stesso ho usato per molti anni prevede la ricezione di allegati su un account non presidiato che, però, invii la notifica – leggera: solo testo – di tale ricezione ad un altro indirizzo, regolarmente sincronizzato sul cellulare/smartphone.
      • Un’ulteriore variante, supplementare, prevede la configurazione della sincronizzazione degli account pesanti – sui quali sia prevedibile la ricezione di molti allegati, magari corposi – soltanto quando lo smartphone e/od il tablet sono collegati ad una rete wi-fi, quindi senza troppi rischi di bruciare traffico sul contratto del dispositivo mobile.
    • Gestire diversi account può anche significare presidiare identità altrui: è il tipico caso di una attività segretariale (una singola persona intercettalegittimamente! – ed organizza la corrispondenza di molte altre) o di vicariazione (una persona si sostituisce – sempre legittimamente! – ad un’altra nei momenti di assenza di quest’ultima).

    Anche buona parte dei servizi Webmail, essendo in effetti delle applicazioni client pur girando su server, consentono la configurazione di più account sia in ricezione (POP/IMAP) che in invio (SMTP).

    Accesso plurimo

    Forse ancor più frequente potrebbe essere la volontà – od anche l’esigenza, come in una situazione di Telelavoro Nomade o semplicemente Mobile – di poter accedere al medesimo account da posti differenti, ad esempio..

    • ..dalla prima, dalla seconda, dalla terza e/o dall’ennesima sede di lavoro;
    • ..dall’ufficio aziendale (co-localizzato) e dall’ufficio domestico (remotizzato);
    • ..anche in mobilità (Internet Café, Cellulare, etc.)..

    In questi – ed altri..! – casi sarà sempre la suddetta architettura (clientserver) di funzionamento della posta elettronica ad abilitare alla massima flessibilità possibile – tenendo comunque conto che siffatte configurazioni fungono, prima di qualunque altra eventualità, da strategia di back-up, peraltro distribuita, per i messaggi in arrivo e, con qualche ulteriore piccolo espediente, anche per quelli spediti.

    Utilizzo del medesimo account di posta elettronica con differenti client

    Utilizzo del medesimo account di posta elettronica con differenti client
    (contemplato anche l’appoggio a diversi server SMTP)

    Per sfruttare queste opportunità è più sufficiente replicare il settaggio del primo client tante volte quanti sono i client “gemelli” che si vogliono configurare, seguendo soltanto queste due successive indicazioni:

    • Qualunque client email, seppur con opzioni raggiungibili con differenti procedure, deve consentire all’utente di impedire la cancellazione dei messaggi presenti sul server una volta che le loro copie sono state scaricate nel client; disabilitando questo comportamento predefinito, attivo ancora oggi così come ai tempi delle mailbox capienti una manciata di megabyte e pertanto rapidamente riempibili, ciascun client configurato per l’accesso al dato account sul server può effettuare il download di una propria copia dei messaggi lasciando gli altri client fare altrettanto, cosicché tutti i client contengano un’esatta copia, costantemente sincronizzata, dei messaggi (Posta in Arrivo) comunque ancora salvati anche sul server.
    • Poiché un altro comportamento predefinito dei client email è la memorizzazione della password di accesso all’account – così da non doverla re-inserire ad ogni sincronizzazione – sarebbe preferibile configurare client soltanto su utenze di sistema esclusive (su Windows, Linux, etc..), non soltanto in ambito aziendale – dove il fatto che a ciascun lavoratore corrisponda un’utenza dovrebbe essere la norma..! – ma anche e soprattutto in quello domestico. E visto che tutti i moderni sistemi operativi, anche nelle versioni non professional – Windows dalla attuale versione XP in poi! –, sono multiutente non sfruttare quest’opportunità anche soltanto per tenere la propria corrispondenza isolata, dagli occhi ma ancor prima dalla eventuale insipienza tecnica altrui, potrebbe rappresentare solo l’indizio di un eccesso di pigrizia..

    Rispettando questi due unici accorgimenti è possibile procedere alla configurazione dei client email su qualsiasi device, dal computer fisso al telefonino, passando per tutti i tipi di portatile – ivi inclusi netbook, tablet, phablet o wearable: poiché il funzionamento della posta elettronica è uno standard gli step della configurazione potrebbero apparire lievemente differenti a seconda del dispositivo ma, in fin dei conti, richiedono comunque di inserire i medesimi parametri (indirizzo, POP, SMTP, etc..). Una volta impostati due, tre, enne client con gli stessi parametri sarà quindi possibile ricevere i messaggi in arrivo, gli stessi messaggi in arrivo, su ciascuno di essi, e quasi contemporaneamente – sempreché i client siano attivi e con impostato un intervallo di sincronizzazione analogo; ognuno dei client fungerà non solo da strumento per leggere questi messaggi ma, come si è detto poc’anzi, anche da archivio di sicurezza per gli stessi, cosicché se per caso un messaggio venisse cancellato su un client non solo vi sarebbero altre copie negli altri client ma pure nel server.

    Lievemente diverso è il discorso relativo ai messaggi spediti, le cui copie di base resterebbero solo nel client che li ha effettivamente inviati. Per ovviare a quest’inconveniente è sufficiente un trucchetto: indicando l’indirizzo email del mittente pure fra i destinatari del messaggio (i.e. in BCC/CCN) una copia di quest’ultimo viene auto- recapitata e compare nella “Posta in Arrivo” di tutti i client; a quel punto basta effettuare uno spostamento del messaggio, operazione comune in tutti i client email, da quest’ultimo contenitore a quello della “Posta Inviata“, per ciascun client. Non proprio un automatismo – a meno che non si sappia risolvere brillantemente la cosa con un semplice filtro sul client che automatizzi, appunto, suddetto spostamento –, neppure tanto comodo in caso di una fitta corrispondenza, ma comunque funzionante e funzionale, anche e soprattutto in una prospettiva di back-up generale dei propri scambi di posta elettronica.

    Accesso plurimo condiviso

    Con una pura e semplice somma di multi-account ed accesso plurimo si ottiene un sistema di validissima utilità sin dalla condizione – organizzativamente parlando – più tradizionale e co-localizzata, nella quale differenti individui, che possono lavorare a stretto contatto od anche dispersi, accedono non solo al proprio account email personale – di norma nominale, del tipo “tizio@xyz.com” – ma anche e soprattutto ad uno o più account condivisi: ancora di tipo nominale, per esempio a scopo di vicariazione in caso di assenza (per temporanea indisponibilità, malattia, ferie, etc.) e pertanto pro tempore, ma anche di tipo funzionale (i.e. “segreteria@xyz.com“), laddove la specifica funzione sia (temporaneamente, strutturalmente..) condivisa fra più soggetti, entro la stessa organizzazione o persino entro lo specifico team.

    Coniugazione di multi-account ed accesso plurimo nella condivisione di account email nominali e/o funzionali

    Coniugazione di multi-account ed accesso plurimo nella condivisione di account email nominali e/o funzionali

    In questa situazione, per la quale vanno adottate adeguate – quanto banali.. – procedure di priorità di subentro al fine di evitare che troppe persone s’inseriscano contemporaneamente nel medesimo flusso di corrispondenza senza effettiva necessità – anche per questioni di information overload –, ogni individuo, oltre a gestire i messaggi di propria competenza diretta (personali), possiede un archivio costantemente aggiornato di messaggi facenti parte di corrispondenze nelle quali può, appunto, subentrare in qualsiasi momento, senza alcun passaggio di consegne.

    ..

    Le eventuali combinazioni o diverse declinazioni di queste tre configurazioni base non sono certamente infinite ma comunque estremamente eterogenee. Tutto dipende dall’esigenza, o piuttosto dall’insieme di esigenze, che si vuole soddisfare – ripeto – non soltanto in una condizione di vario Telelavoro (remotizzazione) ma già in una qualunque situazione “tradizionale” (co-localizzata).