Dall’Osservatorio Europeo on-line sulle Relazioni Industriali è stato recentemente pubblicato un articolo relativo allo stato del Telelavoro nella UE, elaborato sulla base di un sondaggio sulle condizioni di lavoro somministrato in diversi paesi. Vi si evince come non solo il Telelavoro sia un fenomeno in crescita nella UE (dal 5% al 7% medio fra il 2000 ed il 2005) ma anche come esso si sia insinuato quale prassi lavorativa complementare (Telelavoro Informale), più che sostitutiva, al rapporto di lavoro co-localizzato tradizionale.
Sfortunatamente vi si evince anche che ad una Repubblica Ceca in cima alla classifica per impiego del Telelavoro corrisponde un’Italia praticamente agli ultimi posti, notevolmente sotto anche la media europea. Persino Grecia e Spagna, paesi con cui ci siamo abituati a condividere il ruolo di fanalino di coda nello sviluppo economico europeo, fanno meglio del nostro.
Il fenomeno assume toni tragici quando si vanno ad analizzare le variazioni con la rilevazione precedente (vedi sopra), osservando come l’Italia condivida con gli altri “paesi canaglia” pure una ragguardevolmente bassa propensione al Telelavoro, laddove la variazione fra il 2000 e il 2005, invece, è stata davvero considerevole nei paesi della fascia alta. Questo fa capire che in Italia, per un motivo o per un altro, non si è nemmeno tentato di sondare (ulteriormente) la modalità telecollaborativa, racimolando così solo qualche decimo percentuale d’incremento.
Ciò che è più preoccupante, però, è che si tratta di rilievi relativi al 2005.! Non oso immaginare che influenze possa aver avuto la crisi degli ultimi due anni sugli sviluppi successivi. Da una parte ci saranno paesi nei quali la propensione al Telelavoro sarà cresciuta, perché coltivata (non fosse altro che per contenere le conseguenze delle fluttuazioni monetarie sul prezzo dei carburanti), ma dall’altra ci saranno paesi in cui un inasprimento delle condizioni lavorative avrà ridotto il potere contrattuale tanto da ridurre al lumicino la possibilità di ottenere quello che ancora in molti si ostinano a considerare un benefit.