Tag: Smart Working

Fra le definizioni più esaustive di Smart Working spicca quella contenuta in un paper realizzato dal Chartered Institute of Personnel and Development (2008) assieme a Capgemini, multinazionale della consulenza aziendale.

Lo Smart Working sarebbe: un approccio alla organizzazione del lavoro orientato a ricondurre maggiore efficienza ed efficacia nel raggiungimento dei risultati lavorativi attraverso una combinazione di flessibilità, autonomia e collaborazione, in parallelo con l’ottimizzazione degli strumenti e degli “ambienti” di lavoro1 per gli impiegati

La Cultura dello Smart Working

Più estesamente, nello Smart Working Handbook (Lake, 2011, per il sito Flexibility.co.uk) si menziona una cultura dello Smart Working declinabile nei seguenti principii operativi:

  • Più alti livelli di lavoro collaborativo — fra individui e gruppi di lavoro, con partner esterni e con il pubblico più ampio;
  • Il perseguimento di continui miglioramenti del servizio, in particolare attraverso l’uso di nuove tecnologie per incrementare l’efficienza;
  • L’impegno effettivo (committment) a favore della flessibilità — costante apertura a nuovi modi di lavorare ed erogare servizi;
  • Enfasi sulla gestione per risultati anziché su quella per presenza;
  • Enfasi sul lavoro in spazi condivisi e con risorse condivise, piuttosto che ben distinti (territoriali) od individualizzati (personalizzati);
  • Enfasi sul sostegno di più elevati livelli di empowerment e autonomia dello staff, allo scopo di massimizzare i benefici emergenti dai nuovi stili di lavoro;
  • Enfasi sull’impiego di nuove modalità di lavoro per assistere i lavoratori nel raggiungimento di un migliore equilibrio tra attività lavorativa e vita privata (Work/Life Balance);
  • Impegno ad utilizzare le nuove tecnologie e le nuove modalità di lavoro al fine di ridurre l’impatto ambientale degli stili di lavoro, dei processi e dell’erogazione dei servizi;
  • Impegno ad utilizzare le nuove tecnologie e le nuove modalità di lavoro al fine di reclutare, ritenere e sviluppare una più eterogenea e inclusiva forza lavoro;
  • Una cultura dell’apprendimento mediante le nuove tecnologie, al fine di aiutare i lavoratori, ovunque siano localizzati, a sviluppare le proprie competenze (skill) e capacità (capability);
  • Rifiuto di incastrare lo Smart Working in una rigida formula.2

In tal senso lo Smart Working altro non rappresenterebbe se non l’attuale stadio di una progressiva presa d’atto, nella Progettazione Organizzativa (OD), del ruolo strategico di un’attenta Gestione delle Risorse Umane (HRM), inteso come bilanciamento fra i classici approcci orientati “al processo” e l’emergente centralità, soprattutto nell’economia post-industriale, dell’engagement (investimento individuale) del lavoratore (CIPD, ibidem).

Elaborazione da “Linea cronologica dell’Organization Design” (CIPD, ibidem)

Commercializzazione e ritiro del termine

Più criticamente lo Smart Working potrebbe anche rappresentare l’ideale novazione, pacchettizzata in un prodotto commercializzabile caratterizzato da un “brand” evocativo (“smart“)3 ed ormai ben definito e conosciuto al pubblico (awareness), di soluzioni aziendalistiche esistenti e già mature,45 come appena rammentato, tanto da esser già diffuse.

Ideale sia lato offerta (i.e. consulenza aziendale) che lato domanda, la quale può cogliere in tale apparente novità l’opportunità di giustificare la propria in effetti tardiva adesione a tendenze tecnologiche ed organizzative dal background tecnico-scientifico estesamente consolidato ed ormai condicio sine qua non per sostenere la competitività su un più ampio livello geografico.

Forse è questo il motivo tanto del repentino successo del termine nella prima decade del secolo quanto del progressivo suo oblio internazionale:6 la smodata conglomerazione sia di premesse che di obiettivi potrebbe avere cozzato con gli oramai radicati presidii a ciascuno di questi sia nell’ambiente business che, soprattutto, in quello accademico;7 d’altronde siffatto coacervo rassomiglia più ad un manifesto, seppur meritorio, che ad un tema a sé.

Smart Working e Telelavoro

Fare smart working“, quindi, non è un sinonimo di telelavorare, nonostante ne condivida i prerequisiti organizzativi (flessibilità ed autonomia) nonché le modalità operative (strumenti di lavoro), ed in taluni casi si traduca in programmi di remotizzazione dei lavoratori contingente agli specifici requisiti ed obiettivi da parte delle aziende. Il fil rouge, pur sussistente, che lega i due termini è un po’ più articolato di una relazione diretta, cominciando con lo zampino dell’Agile Working (CIPD, 2014)…

Rappresentazione schematica dei rapporti fra Smart Working, declinazioni del Telelavoro ed Agile Working
  • Lo Smart Working, fra le sue istanze, contempla la flessibilità (cd. “Flextime” e cd. “Flexplace“) quale espediente per agevolare la cd. “conciliazione dei tempi di vita e di lavoro” dei lavoratori, sicché
    • …solo alcune fra le declinazioni del Telelavoro contemplano, a loro volta, tale obiettivo;
    • …l’eventuale richiesta di fruire di tale flessibilità parte dal lavoratore (bottom-up);
  • L’Agile Working ha fra i suoi principii cardine la massimizzazione della flessibilità e la riduzione dei vincoli, sicché…
    • …anche l’arbitraria articolazione di tutte le declinazioni del Telelavoro assieme (i.e. quello cd. “nomade“) soddisferebbe il requisito;
    • …tale eventuale articolazione fa parte di una precisa strategia aziendale (top-down).

In termini di “remote friendliness“, in sintesi, l’Agile Working è concettualmente più pronunciato dello Smart Working, tanto da preludere persino a casi di organizzazioni “remote first” — che lo Smart Working, invece, altrettanto concettualmente, non includerebbe.

Ad entrambi, infine, afferisce la constatazione dell’affermazione del Telelavoro Informale, integrativo e non sostitutivo della colocalizzazione (Duxbury et al., 2014, 2006, 1998; Hill et al., 2010; Noonan & Glass, 2012), rispetto a quello Formale, ormai notoria, ma soprattutto la definitiva legittimazione della modalità telecollaborativa, in una qualsiasi delle declinazioni esposte, quale comune istituto organizzativo.

Note
  1. Ambienti di lavoro” (“working environment”) in un’accezione estremamente estesa del termine, dal design degli uffici al clima aziendale, dalle funzionalità dei sistemi informativi utilizzati alla strutturazione gerarchica delle organizzazioni (Mejía, 2015);
  2. L’eventualità di un’istituzionalizzazione giuridica, ad es. l’italiana Legge n. 81/2017 sullo Smart Working, non è stata contemplata né dall’autore specifico né, in generale, dalla letteratura internazionale dedicata al tema;
  3. Interessante, in tal senso, l’articolo Everything is smart sulle origini di tale buzzword aziendalistica;
  4. Il The Right Man in the Right Place di Tayloristica memoria, altro non è che un principio di selezione efficace del personale (cfr. Salgado et al., 2010);
  5. Tempi & Metodi“, d’altronde, precorse l’Ergonomia nell’efficientamento della prestazione lavorativa, ed è assolutamente adattabile a quelle impiegatizie più di routine;
  6. Difficile reperire risorse online recenti dedicate allo Smart Working localizzabili al di fuori dall’italia od in una lingua che non sia l’Italiano;
  7. La bibliografia scientifica sull’argomento, ad esempio, vede la recente prevalenza di autori italiani;
Bibliografia
  1. Chartered Institute of Personnel and Development (CIPD). (). Smart Working: the Impact of Work Organisation and Job Design. Chartered Institute of Personnel and Development. UK;
  2. Chartered Institute of Personnel and Development (CIPD). (). HR: Getting Smart about Agile Working. Chartered Institute of Personnel and Development. UK;
  3. Duxbury, Linda, Higgins, Christopher & Neufeld, Derrick. (). Telework and the Balance Between Work and Family: Is Telework Part of the Problem or Part of the Solution?. The virtual workplace. IGI Publishing;
  4. Duxbury, Linda, Towers, Ian, Higgins, Christopher & Thomas John A.. (). From 9 to 5 to 24 and 7: How Technology Redefined the Work Day. in: Law, W.K. (Ed.), Information Resources Management: Global Challenges. Idea Group Inc (IGI), Hershey, pp. 305–332;
  5. Duxbury, Linda, Higgins, Christopher, Smart, Rob & Stevenson, Maggie. (). Mobile Technology and Boundary Permeability. British Journal of Management, 25(3), 570-588;
  6. Hill, Edward, Erickson, Jenet, Holmes, Erin & Ferris, Maria. (). Workplace Flexibility, Work Hours, and Work-Life Conflict: Finding an Extra Day or Two. Journal of Family Psychology 24.3 (2010): 349;
  7. Lake, Andy (ed.). (). The Smart Working Handbook — How to reduce costs and improve business performance through new ways of working. UK. Flexibility.co.uk;
  8. Mejía, Natalia Angulo. (). Smart Working Environments, Possible Future Scenarios, and Technology Adoption Implications. Conference paper;
  9. Noonan, Mary C. & Glass, Jennifer L.. (). The Hard Truth about Telecommuting. Monthly Lab. Rev., 135, 38;
  10. Salgado, Jesús F., Anderson, Neil R. & H¨lsheger, Ute R. (). Employee Selection in Europe: Psychotechnics and the Forgotten History of Modern Scientific Employee Selection.
  • Smart Working, "The Arrangement Formerly Known As Telework"

    Smart Working, "The Arrangement Formerly Known As Telework"

    Mentre sindaci ed associazioni di categoria tentano in tutti i modi1 di mettere una pezza all’emorragia di abitudini speculative oggi minacciate dalla remotizzazione del lavoro ovunque si moltiplicano, invece, le soluzioni creative che, poiché si sa ormai di non poter far altrimenti, la cavalcano

    Correttamente si dovrebbe dire che tutto il mondo è paese, dunque, se non fosse che il fenomeno condiviso che tutto il mondo chiama in un modo — vabbé, i tecnici lo chiamano “Telelavoro” e tutti gli altri “Remote Working2 — noi, nel Bel Paese, insistiamo a chiamarlo “Smart Working, peraltro unicamente in base ad una (maliziosamente?) fallace traduzione normativa di un termine dal significato ben più complesso.

    Nell’immaginare la rassegna stampa che un soggetto straniero potrebbe fare degli articoli italiani a riguardo, a loro volta citanti notizie dall’estero, come nel caso delle Barbados, non riesco a frenarmi nel percepire il ridicolo di cui ci stiamo coprendo, abusando di un’altra lingua, l’Inglese, per denominare qualcosa che ha già un nome in entrambe…

    Sicché ho deciso di ribattezzare il “Lavoro Smart/Agile“, nell’interpretazione italiana — beninteso —, con un acronimo inglese che gli amanti del compianto Prince troveranno famigliare: “TAFKAT“, “The Arrangement Formerly Known As Telework“. Trovato il font adatto, quello di “Purple Rain” per intendersi, mi sono pure dilettato a creare un’immagine, sperando che non me vogliano gli eredi per l’abuso del logo — comunque modificato apposta…

    TAFKAT

    Sia l’acronimo che il logo, infatti, e la storia che li riguarda, mi sembrano adeguati alla circostanza. Prince, infatti, per svincolarsi dai limiti legali sul proprio nome d’arte emergenti dai dissidi con la Warner Bros, negli Anni ’90 adottò un logo e soprattutto un acronimo: “TAFKAP“, “The Artist (Formerly Known As Prince)“.3 Oltre a ciò in alcuni video, ad es. “My Name Is Prince” — non a caso… —, si coprì il volto, altrettanto legalmente vincolato

    Era sempre lui, Prince, ma ha potè legalmente riappropriarsi del proprio nome solo anni dopo, mantenendo, però, il logo…

    Si spera che anche il Telelavoro, in Italia, possa finalmente riappropriarsi della propria definizione.

  • Sala, Tempora Currunt…

    Sala, Tempora Currunt…

    Essendo pubblivoro apprezzo la pubblicità fatta bene. Essendo meno capiente degli uffici strategici delle aziende che la fanno tento da sempre di carpirne le sottostanti segrete analisi sui trend di mercato facendo dei confronti con altre informazioni disponibili: per esempio l’attuale battage dell’automotive mi risulta più significativo della sofferenza del settore di tanti articoli. Ad ascoltare le pubblicità televisive e radiofoniche è tutto una “ripartenza“, orgogliosamente patriottica se possibile — seppur con sedi legali e fiscali della committenza in qualche cd. “paese frugale“. Ripartenza che, come nelle soap o nei manga, dovrebbe necessariamente avvenire tornando nel preciso momento nel quale si era conclusa la puntata precedente, con tanto di recap, od ancora peggio interrotta dai consigli per gli acquisti: non cambiate canale! sembra l’esortazione…

    …Invece il canale tanti spettatori non potranno che cambiarlo pur evidentemente essendovi affettivamente attaccati: iniziando da quelli che si beccheranno altre settimane di ammortizzatori sociali (CIG, FIS), pertanto a stipendio — già sotto le medie Occidentali — ridotto, e da quelli i cui datori di lavoro già si preparano alla fuoriuscita dal prolungato divieto di licenziamento per giustificato motivo oggettivo (economico) od escogitano strategemmi per una giusta causa (disciplinare), magari per non aver adeguatamente adottato le misure anti-Covid richieste per i luoghi di lavoro.

    Il canale lo cambieranno pure coloro i quali, pur ambivalentemente desiderando far finta che non sia successo nulla nonostante le settimane di lockdown e le previsioni piuttosto fosche sull’andamento della contingenza sanitaria, già hanno modificato i loro costumi, pure di acquisto: li si noterà a colpo d’occhio perché saranno quelli che insisteranno ad igienizzare tutto e ad evitare il contatto fisico con qualunque non congiunto, consci che la “verginità pandemica” ormai è un residuo del passato ed un “CoVid-3” potrebbe sempre essere dietro l’angolo; costoro si comporteranno in modo differente quel tanto che basta da promuovere il cambiamento, assolutamente naturale, che coinvolgerà tutti.

    Alla fine anche i negazionisti, magari soltanto per emulazione (influenza sociale), si allineeranno ma è una questione marginale: a nessun paese, oggi più di ieri, fa bene presentare come proprio biglietto da visita il cluster demografico dell’analfabetismo funzionale, seppur si sia dimostrato sempre più proficuo in termini elettoralistici a breve-medio termine; non è, infatti, su tali risorse che può esser proposta la competitività né già la mera affidabilità di un paese.

    Tantomeno la riabilitazione della competitività o della mera affidabilità di un paese di fronte a comprensibilmente scettici — eufemisticamente — sguardi internazionali.

    Queste sono le considerazioni alla base della mia compassionevolezza nei confronti della doppietta di uscite, veri e propri spot pro una restaurazione ai tempi antecedenti l’emergenza, prima di Pietro Ichino123 e poi di Beppe Sala,45 sullo “Smart Working“, quantomeno in salsa pubblica, e non solamente per il grottesco conio dell’aggettivo “smartabile“.6 Al di là del polverone che si sono attirati i due, infatti, credo che questo apparente luddismo7 non vada motivato altrimenti se non con le pressioni a cui, ciascuno nel proprio ruolo, probabilmente si sente soggetto.

    Nel 2006 scrissi un post ironico ispirato a “Satira Preventiva” di Serra, che ad una successiva patch (2015) sottotitolai: Il “Telework Skpeticism” in tanti casi è motivato, ad esempio per il timore d’un vulnus ai propri affari, consolidati nel tempo. Conservatorismo e protezionismo a parte ecco alcuni soggetti che, anche della sola Innovazione altrui, avrebbero solo da perderci; conteneva 10 Previsioni “apocalittiche” sul Telelavoro (in Italia):

    1. Spaurimento fra Giuristi, Sociologi e Sindacalisti;
    2. Angoscia fra le Società Emettitrici di Buoni Pasto, i Pubblici Esercizi e i non-Telelavoratori;
    3. Ansia fra Agenzie Immobiliari, Investitori e Notai;
    4. Smarrimento fra Criminalità Organizzata ed affiliati fra gli Imprenditori ed i Politici;
    5. Delusione fra Industrie Alimentari e di Integratori;
    6. Panico fra Sindacati e Partiti Politici;
    7. Fastidio fra Società Sportive Professionistiche e (loro) Inserzionisti Pubblicitari;
    8. Amarezza fra i Trasporti (pubblici e privati) e la Ricettività;
    9. Disappunto fra Telco ed ISP;
    10. Puro terrore fra Software House e Web Agency.

    Nonostante si sia trattato di un post classificato “Fanta-Telelavoro“, pensando ad un futuro positivamente distopico in cui il Telelavoro fosse esploso nel nostro Paese, oggi, che un “cigno nero” in effetti è avvenuto, ed al quale abbiamo dovuto adeguarci ricorrendo a quello cd. “emergenziale“, non è affatto così fantastico che le ricadute siano più vaste.


    Tentando di mettermi nei panni sia di Ichino che di Sala, che non ritengo capaci di perdersi in amenità,8 mi faccio una domanda: davvero cambia qualcosa se un dipendente pubblico se ne sta a casa a lavorare oppure torna in ufficio? La risposta è ovviamente: no, se già non lavorava prima ha continuato a non lavorare da casa e tornerà a non lavorare in ufficio. Con il corollario: se già lavorava prima ha continuato a farlo, e forse di più e meglio, da casa, ma non è affatto detto che sosterrà la stessa prestazione tornato in ufficio. Nessuno dei due è così ingenuo da poterla pensare in modo diverso: gli occhi per leggere ed informarsi ce li hanno entrambi, senza dubbio oltre le possibilità della media della popolazione; né possono permettersi facili quanto semplicisticamente futili moralismi da non addetti ai lavori

    Senza scadere nel benaltrismo due fatti sono certi:

    • Il lavoro pubblico è un costo fisso, proiettatabile nelle spese dei bilanci futuri in base alle piante organiche e alle prospettive di turnover, indipendentemente da quale che sia la distribuzione di campioni, mele marce o lavoratori semplicemente responsabili;
    • Così come quello privato, anche il lavoro pubblico ha un “indotto fisso”, costituito da tutta l’offerta interna di beni e servizi che, ovviamente, non distingue se l’acquirente stia meritevolmente od immeritevolmente dando seguito a risultati ottenuti al concorso pubblico.

    Un’offerta interna consolidatasi nel tempo, che ben potrebbe ricevere un vulnus se la domanda interna modificasse i propri costumi, seppur a parità di domanda aggregata, redistribuendo i propri acquisti anche su altri beni ed altri servizi o, nel caso del Telependolarismo, se si verificasse una redistribuzione geografica, anche locale, dell’acquisto persino degli stessi beni e servizi.

    A titolo d’esempio: l’abitante dell’hinterland che ogni giorno va in centro a Milano probabilmente prende mezzi ATM, prende il caffé in un esercizio che paga le tasse (pure dei muri) a Milano e torna a casa, per questioni di orario, solo dopo avere fatto la spesa, sempre a Milano; tutte le volte che se ne restasse a casa sua — chessò — a Busto Arsizio né la fiscalità né gli esercenti di Milano, con dietro i proprietari dei muri (o dei marchi), ne potrebbero profittare. Uno come Sala non dubito abbia già proiezioni su questi scenari, e se non se l’è fatte da solo probabilmente qualcuno già gliene avrà sottoposte di varie, una più lamentosa dell’altra, come d’uopo fra titolari e proprietari in questo paese…

    In tal senso l’uscita di Ichino parrebbe un assist allo stesso Sala, a supporto della possibilità che la questione debordi dai confini della metropoli lombarda e accomuni tutte le località, proporzionalmente alla concentrazione geografica di lavoratori pubblici. D’altro canto non si può far nulla, o quasi,9 per il lavoro privato, ossia per l’offerta coperta dalla domanda interna dei suoi lavoratori, giacché i datori possono decidere di remotizzare a proprio giudizio e profitto, e pertanto, costi quel che costi, va mantenuta la posizione (lo status quo di acquisti) almeno su quello pubblico…

    Mi rimetto nei panni di entrambi e tento di empatizzare l’imbarazzo che devono avere avuto mentendo sapendo di mentire. Specie Sala, che sulle spalle ha la responsabilità di milioni di persone che, volenti o nolenti, continueranno ad essere chiamate al distanziamento sociale, a tutela anche dell’immagine (realistica) di affidabilità che ora tutto il Paese deve essere in grado di offrire al Mondo…

  • Smart Working vs Telelavoro: il tramonto dell’isolazionismo?

    Smart Working vs Telelavoro: il tramonto dell’isolazionismo?

    Fintantoché, dovendo, ne sono potuto rimanere prevalentemente osservatore, seppur intellettualmente compiaciuto, la slavina sempre più corposa di articoli più o meno salienti sulla nuova normalità del lavoro a distanza, come io fossi Robocop alle prese con la mia personale “direttiva 4“, mi ha provocato mesi di convulsioni e cortocircuiti a leggere ed ascoltare, oltretutto con la insistente veemenza dei tipici riempitivi mediatici — «il capo ha detto di sfornare un altro di quei post sullo Smart Working, ché il ferro va battuto finché è caldo!» —, di peregrini distinguo fra Telelavoro e Smart Working.

    Già me li vedo, i pubblicisti giornalisti in pectore, gli articolisti un tanto a battuta e sopratutto i redattori, digitare prima “Smart Working” e poi “Telelavoro” su Google e andarci giù di copincolla coi risultati al massimo fino alla terza pagina, giungendo alla conclusione, assai poco giornalistica — se non di pubblicazione organica governativa… —, per cui…

    • Il Telelavoro è roba vecchia: sei costretto a stare a casa tua e soprattutto a rispettare i tradizionali orari di lavoro;
    • Lo Smart Working, invece, è una figata: puoi lavorare dove e come vuoi…

    .., con assembramento di facepalm sia da parte di quel 4% e rotti di lavoratori formalmente in Telelavoro nel Paese, magari da anni, che delle centinaia di migliaia “aumma aumma“, vale a dire quelli, tanti, per cui un’equiparazione fra lavoratori in presenza e non ha da sempre, persino da prima che fosse citata la parola “Telelavoro” nell’ordinamento, rappresentato una questione sideralmente meno essenziale della smodata inerzia istituzionale sul Digital Divide.

    L’adesione quasi cortigiana alle previsioni governative localistiche ed in spregio al “common knowledge” genera mostri:

    Ho un’amica che lavora per la RAI e deve organizzare più volte a settimana delle interviste, quindi ho immantinente capito quel che è successo dopo: esaurite le fonti standard (responsabili/direttori di questo o quell’altro, referenti e latori giuridici, altri giornalisti, etc.), quel tipo di riferimenti che riescono a riempire novanta secondi persino del nulla assoluto, i poveri tapini han dovuto ripiegare

    • …per i testi a fonti non in lingua italiana; è facile riconoscerne la rielaborazione perché ciò che tanti tradizionali autori italiani riuscirebbero a trascinare per tre pagine — e chiunque abbia avuto la fortuna di preparare esami universitari non soltanto su bibliografie in Italiano lo sa bene… — un anglofono lo esaurisce in un paragrafo con tanto di grassetti e corsivi dove servono, e pertanto richiede più di qualche infiorettamento;
    • …per le clip audio/video a specialisti, gente che studia l’argomento; è facile riconoscerne le interviste perché la quantità di conoscenze, e dubbi, eccede il tempo a disposizione e l’intervento si conclude con smorfie di fonemi lasciati sospesi a video.

    Apriti cielo: già il primo affrancamento dalla “fase Dunning-Kruger” è stato spiazzante..!

    Alcuni — penso, ma non sono soltanto di parte ma anche empatico — si saranno sentiti traditi dalla Legge e magari avranno ripensato a De Gregori («cercavi Giustizia, trovasti la Legge»), parafrasandolo con «cercavi giustezza, trovasti la Legge». Fuori dai confini italiani, infatti, non sono documentate delle cd. “fattispecie concrete” anche solo vagamente riconducibili alle cd. “previsioni astratte” accumulatesi nel tempo nel nostro ordinamento. Vale a dire che sin dalla stesura delle norme nessuno si è preso la briga di fare quello che qualsiasi studente universitario minimamente attento farebbe consultando pure le bibliografie internazionali, mancando quindi di accorgersi che:

    • Nessun paese oltre all’Italia ha mai pensato di confinare il Telelavoro al solo arrangement domiciliare, retaggio di un trapassato tecnologico, logistico e sociologico di cui un po’ tutti i tecnocrati, pure legiferando, hanno dovuto considerare la decadenza; tantomeno con orari fissi, altro — può piacere o meno — patrimonio ormai arcaico;
    • Nessun paese oltre all’Italia ha mai pensato di deconfinare il Telelavoro per come suesposto spacciando ciò che altro non è se non una correzione (di tiro?) per l’innovativo Smart Working — che peraltro significa tutt’altro

    Se non proprio fuffa le definizioni maccheroniche di Telelavoro e Smart Working sono semplicemente fuorvianti: la prima per l’eccessiva pedissequità — ma nella traduzione dall’Inglese! — di quella, del 2002, che per tutti avrebbe dovuto essere una cd. “soft law” (Accordo-Quadro Europeo sul Telelavoro); della seconda non s’intuisce ancora se la genesi sia maturata con il medesimo professionismo da Gig Economy giornalistica di cui sopra, copincolla incluso («il leader ha detto di elaborare un’altra di quelle leggi “senza portafoglio” ma acchiappa-consensi, ché siamo in campagna elettorale costante!») oppure nella negligenza più o meno dolosa — e ad assistere a ciò che sembra emergere sulla preparedness sanitaria in certe regioni tutto potrebbe essere…

    Telelavorare è un’azione: si lavora “da remoto”. Si fa del Telelavoro ogniqualvolta l’attività da fare arriva e/o ritorna a distanza dal luogo in cui viene in effetti svolta, indipendentemente da quale luogo sia. Persino stando stabili nel proprio cubicolo in ufficio, restituendo via email ad un capo od un collega “non a tiro” un documento dopo averlo elaborato si sta a tutti gli effetti pratici telelavorando. Se a variare può essere la distanza, dai metri alle migliaia di chilometri, questa viene annullata dall’uso della (ormai comunissima) telematica…

    Tutti, dunque, a revisionare le affermazioni del passato pur recente e persino ad invocare qualche ritocchino alle leggi esistenti. In primis i consulenti del lavoro: mi risuonano ancora nelle pupille le vivaci proteste levatesi all’alba del lockdown per il fatto che per l’attivazione dello “Smart Working” fosse o meno necessario un contratto scritto, e la relativa comunicazione telematica, o se sarebbe bastato un semplice accordino verbale o via email. Défaillance di tale amenità danno la misura della avulsione non solo dalla Realtà (normale) ma anche dal contesto (emergenziale) di certe definizioni giuridiche…

  • Il vero Stress Test del COVID-19 sullo Smart Working in Italia

    Il vero Stress Test del COVID-19 sullo Smart Working in Italia

    Nessuno, neppure gli osservatori — come il sottoscritto — da tempo insofferenti verso la resistenza culturale nazionale nell’adozione di certe prassi (“The New Normal“), si sarebbe aspettato, tantomeno auspicato, di vederle adottate non per scelta ma per irrinunciabile necessità di Business Continuity, in una situazione di concreta e severa emergenza, sanitaria ed ormai anche profondamente economica. Volendo fare un paragone non è come se questo Paese fosse in ritardo sulla preparazione di un singolo esame universitario; è più come se gli avessero detto che domani comincia il suo Dottorato di Ricerca ed ha soltanto uno o due esami fatti — la disponibilità di strumenti (tablet, smartphone, PC, etc… ) e di infrastrutture (wired e wireless) — del Primo Ciclo e che pertanto, costi quel che costi, deve conseguirsi la Magistrale immantinente, altrimenti sarà fuori dai giochi

    Tanto per fare un esempio in Italia, laddove ovunque nel mondo da (almeno) quarant’anni si continua e continuerà ad usare la parola “Tele… Lavoro“, nella maggior parte dei casi s’iniste con distinguo con lo Smart Working, il cui monomaniacale impianto giuridico – prima c’era il Telelavoro mentre adesso, che ci abbiamo scritto una legge, c’è il Lavoro Agile… — sarebbe pure tollerabile se non fosse terminologicamente errato e dunque isolazionista rispetto ad un qualsiasi confronto (scientifico, metodologico) con l’estero…

    A voler essere terminologicamente impeccabili si potrebbe dire che la remotizzazione richiesta dalle ordinanze non è assimilabile al generico “Telelavoro” bensì ad un totale “Homeshoring” (lato aziende) via “Telependolarismo Domiciliare” (lato lavoratori)…

    Eppure lo Smart Working c’entra profondamente con l’attuale situazione di molte aziende, impegnate a gestire da un lato la diffusione del Coronavirus adeguando la co-localizzazione del proprio staff (anche) alle prescrizioni normative e, dall’altro, ad affrontare un picco di attività oppure, più probabilmente, un loro flesso. C’entra perché dentro il concetto di Smart Working è data per scontata l’adesione a tutte le teorie organizzative del Novecento rivolte all’aumento della Produzione attraverso un miglioramento della Produttività; la predisposizione a dotarsi dell’ultima tecnologia disponibile pur di coltivare tale fine è lapalissianamente connaturata alle teorie da cui discende, non un suo tratto distintivo — così come non è anomalo scorgere, sebbene sia passato un secolo, la significativa eredità di Taylor in una Smart Factory

    Picchi di attività e Vantaggio Competitivo

    Come si diceva potrebbe accadere che la Domanda di Produzione, in contingenze come questa, abbia un picco. Secondo un approccio tradizionale, plaudibile sindacalmente e socialmente ma senza dubbio non smart, l’aumento di attività potrebbe essere coperto principalmente dall’aumento (proporzionale) della Forza Lavoro e non almeno in parte dall’aumento della capacità produttiva (la cd. “efficienza“) della stessa. Le ragioni di questa vulgata sono parzialmente comprensibili: aumentare l’efficienza ha un costo — che si parli di risorse strumentali o, soprattutto, umane — non sempre coerente con il ROI ed i tempi previsti, specie tenendo conto che, a fronte di un’alta probabilità del miglior funzionamento di dieci macchinari rinnovati, quella di avere un’analoga quantità di lavoratori omogeneamente migliorati da un corso e/o da un intervento organizzativo non lo è altrettanto. Se altri fattori possono essere ascritti all’immobilismo od all’attendismo di certe aziende il fattore umano senza dubbio costituisce una grossa incognita in quel perseguimento di una maggior produttività che è proprio di un qualsiasi approccio smart.

    Lasciando eventuali approfondimenti all’ampia letteratura sul tema degli Human Factors ci si può, però, soffermare su un rilievo che non ne richiede alcuna pregressa fruizione: in un ambito non meccanizzato, come nelle fabbriche dove i tempi sono scanditi dalle macchine, è assai improbabile che due lavoratori, campionati sulla stessa mansione, mostrino la medesima quantità di prestazione; — a meno che non vi sia un accordo a priori… — ce ne sarà sempre uno che avrà prodotto di più e/o conseguito una quantità maggiore di risultati (la cd. “efficacia“). Analogamente sarà disomogeneo il riscontro sull’introduzione di nuovi strumenti o nuove metodologie. Proprio i tanti studi che la intercettano rendono quest’evidenza assiomatica: fra i due lavoratori sussiste una differente agilità in termini di efficienza e/od efficacia, già prima che ci s’impegni in un qualche modo per alterarla; un vantaggio competitivo a dimensione individuale.

    Lavorare smart, di base, significa affrontare attivamente le disomogeneità onde avvicinare la prestazione del lavoratore meno performante a quella del lavoratore più performante adottando degli strumenti, una organizzazione nonché una pianificazione del lavoro più funzionali, preferibilmente elevando via via il margine di entrambi rispetto alla succitata Domanda di Produzione: in caso di picchi temporanei, infatti, questi potranno essere colti con il minimo ricorso all’aumento di forza lavoro in termini di individui od ore individuali lavorate (straordinarie, supplementari, mancate ferie, etc.). E fino a qui non c’è alcunché d’innovativo: da sempre si è tentato di allargare la forbice fra i costi (complessivi) della “manodopera” ed i benefici (finali) del suo operato — sovente dedicando tutta l’attenzione e le energie disponibili ai primi o, differentemente, scaricandola in toto sul Cliente Finale

    Attività stabile e Vantaggio Competitivo

    L’innovatività di quest’approccio sta in una differente composizione di tale forbice; se tradizionalmente, infatti, era l’azienda ad avvantaggiarsene in vari modi ma pur sempre esclusivi ora questi vantaggi sono condivisi con i lavoratori:

    • Una parte della forbice può essere usata per ridurre l’orario quotidiano e/o la settimana lavorativa, favorendo così il work/life balance — non a caso il fenomeno di diverse aziende che stanno passando alla settimana corta a parità di produzione ha avuto ampia copertura mediatica — e quindi evidenziare l’appeal dell’azienda (anche) verso il segmento di lavoratori che ne è più sensibile, i cd. “millennials“;
    • Una parte della forbice può essere impiegata per sostenere contemporaneamente l’aggiornamento professionale istituzionale stabilito dall’azienda e il Lifelong Learning volontario individuale, e quindi, ancora una volta, l’appeal dell’azienda, specie se appartenente ad uno fra i vieppiù numerosi settori del Mercato del Lavoro in cui si sta affermando l’attenzione per il Capitale Culturale;
    • Una parte della forbice, infine, può venir usata per completare le iniziative aziendali di “Compensation & Benefits” non già interessate dai punti precedenti, con ricadute positive sull’appeal ma soprattutto sui margini di stimolabilità della motivazione individuale, essenziale fondamento della produttività…

    In presenza di un’attività stabile si potrà dare fondo a queste parti della forbice, laddove in caso di picco sarà più che sufficiente distrarre, proporzionalmente alla maggior domanda — e saperla quantificare con sempre maggior precisione è basilare..! —, una quota di risorse dedicate. Va da sé che, tanto si riuscirà ad allargare la forbice — pur restando competitivi nel proprio settore di riferimento, ovviamente..! —, tanto sarà possibile anche aumentare l’accantonamento finanziario per i momenti di flessione dell’attività, in funzione di una sorta di “Retribuzione Differita” legata ad una scommessa: i lavoratori la riceveranno solo in caso di emergenza, generale oppure specifica (particolari aree dell’organizzazione, specifici individui, etc.), altrimenti l’accantonamento sarà già andato a corroborare il cd. “consolidato” dell’azienda…

    Flessi di attività e Vantaggio Competitivo

    In cosa consiste la maggiore agilità di un lavoratore rispetto ad un altro? Secondo una prospettiva stretta, nonché tradizionalistica, senza dubbio una superiore expertise che lo agevola nell’affrontare i compiti che gli vengon affidati; volendo ampliare tale prospettiva, tuttavia, va assolutamente integrata col concetto di versatilità: orizzontale quando il lavoratore è in grado di coprire differenti mansioni di analogo livello e retribuzione; verticale quando il lavoratore può essere efficacemente impiegato pure in ruoli superiori; obliqua/mista quando i succitati tratti coesistono variabilmente nel medesimo lavoratore. Ricordo che, per quanto si possa esser resistenti verso tale multidimensionalità (expertise, versatilità, motivazione, etc.) individuale, essa rimane documentatamente assiomatica: ci sarà sempre un lavoratore più esperto e/o più versatile di un altro, benché non può esser questa l’occasione per andare oltre ad una presa d’atto di ciò.

    È improbabile che un approccio smart coerente col requisito di allineare la prestazione del lavoratore meno performante a quella del lavoratore più performante mentre innalza quella di quest’ultimo abbia trascurato di dotarsi, preventivamente, di una dettagliatamente realistica — pertanto trascendente la cd. “Pianta Organica” — Mappatura delle Competenze, nelle quantificabili dimensioni di expertise e versatilità, possedute dall’organizzazione. Possederne una costantemente aggiornata, infatti, non solo è essenziale per suggerire — tant’è che, data la pure l’eterogeneità delle informazioni da gestire, da anni i software ad hoc stanno andando incontro a una domanda sempre più alta ed articolata! — dove andare ad agire per affrontare attivamente le disomogeneità consolidando vieppiù la forbice, ma prima ancora a monitorare l’aderenza dell’organizzazione alle mutevoli istanze del Mercato — o dei Mercati, sussistendo anche la diversificazione fra le opzioni disponibili… — di riferimento. Volendo riassumere con un po’ di ironia: la tradizionale Pianta Organica è come un selfie dell’azienda, laddove la “Skills Map” è come uno di quei filmini nella trama de “L’Uomo Nell’Alto Castello: ti suggerisce cosa sarebbe potuto accadere o potrebbe accadere, nel male come nel bene; per questa nodale ragione è più smart.

    Che se ne fa un’azienda della Mappatura delle Competenze in un momento di flessione delle attività, nel quale tautologicamente è vano anche solo tentare di produrre di più? La forbice fra i costi ed i benefici è ancora la, seppure modificata dalla compressione — e nella fattispecie attuale persino per una più che conclamata causa di forza maggiore — dei secondi: anziché impiegarla per massimizzare i vantaggi va, simmetricamente, sfruttata per minimizzare i danni, prima o poi ricadenti sulle esistenzialità della forza lavoro — ché il ricorso agli ammortizzatori sociali può risultare salvifico ma consta immancabilmente in una spesso esistenzialmente significativa riduzione della retribuzione e va dunque collocato all’ultimo posto fra i presidii (ferie, ore supplementari, congedi vari e financo l’aspettativa breve con erogazione di anticipo del TFR) a disposizione della concertazione aziendale

    Una volta quantificato il più precisamente possibile il flesso (entità × durata) un approccio smart, seppure ancor una volta sindacalmente e socialmente di non immediata comprensione, redistribuirebbe ad interim le funzioni andando a caduta a partire dalle risorse con più expertise e versatilità, onde minimizzare sia le “ore uomo” stimabili per soddisfare l’attività residua che il numero di risorse ivi coinvolte, tentando, dove e quando praticabile, di accorpare i compiti il cui tempo di esecuzione può essere per propria natura comprimibile e quelli incomprimibili (presidio, segreteria, etc.), a loro volta di norma connaturati da tempi morti (attesa). Se in precedenza, nella situazione pre flesso, ai lavoratori più esperti e/o versatili sarà stato agganciato un accesso ai succitati benefici immateriali (work/life balance, aggiornamento) e materiali/misti (compensation & benefits) proporzionale alla loro concorrenza all’allargamento della forbice sarà, invero, improbabile che questi, salvo legittime situazioni immaginabili a priori (e.g. accudimento famigliare), si sottraggano alla chiamata, oltretutto coscienti che questa li allontana dal vieppiù concreto gorgo delle ferie o congedi obbligatori, delle riduzioni d’orario e del Welfare; dal detrimento materiale, insomma!

    In estrema sintesi: giungere al punto di non ulteriore riducibilità della quantità di risorse coinvolte, fra staff e line, nella continuità operativa sull’attività residua, auspicandosi che tale moderazione finanziaria e di ore uomo da un lato sostenga il più possibile l’azienda ed i suoi lavoratori — argomento socialmente e sindacalmente inoppugnabile, tanto da rendere accettabile la crudezza della smartness manifestata — durante l’arco del flesso e, dall’altro, non ipotechi in alcun modo qualsiasi successivo rimbalzo (cd. “Curva a ‘V’“); tante più ore uomo s’insisterà ad impiegare ultroneamente oggi, tante meno saranno disponibili domani — posto che il massimale di orario di lavoro recepito dalla UE è di 48 ore settimanali —, quando magari vi sarà l’occasione per recuperare almeno parte dell’attività, del fatturato, etc…

    Contingenza Virus Social Distancing e Vantaggio Competitivo

    Social Distancing” è un termine riproposto dal CDC (“Center for Disease Control“) USA per descrivere l’insieme di prassi — i progressivamente costrittivi decreti che lo Stato italiano si è visto costretto a promulgare ne hanno declinato motivazioni ed emergenzialità a sufficienza — da seguire onde contenere il contagio, minimizzando la promiscuità fra le persone. Come la cronaca sta dimostrando, talvolta tragicomicamente, soddisfare il requisito d’una distanza minima è arduo nel privato, figuriamoci in ambiti lavorativi: in tal senso quantomeno le funzioni impiegatizie sono connotate da una più probabile eligibilità al Telelavoro e, nella fattispecie, alla disperdibilità della forza lavoro.

    Come è stato detto un approccio smart coltivato in una situazione ordinaria costituisce il fondamento per un’analoga smartness in caso di un picco o di un flesso dell’attività. La contingenza di un flesso, a sua volta, può esser mitigata, disponendo di un sufficiente orizzonte temporale nella gestione economica (uno-due anni fiscali), dalla predisposizione ad affrontarne, ma sempre col minimo dispendio di risorse, una di picco.

    Nella contingenza attuale di emergenza virale ciascuna organizzazione può ritrovarsi, geograficamente a macchia di leopardo ma pur sempre dipendentemente dal proprio settore, con un aumento, un calo od, infine, una stabilità della domanda di produzione. Su tutti, tuttavia, seppur in proporzione differente a seconda della posizione geografica — il lockdown generale del 10 Marzo ha allineato la situazione —, grava l’esplicito requisito, funzionale assai prima che normativo, di rimodulare sostanzialmente la propria co-localizzazione, a fronte, però, di spazi di lavoro limitati. Ritornando al discorso della forbice ciò significa che se da un lato i benefici hanno la possibilità di variare in eccesso o difetto, dall’altro v’è la certezza che la disponibilità di quelle risorse — che fanno parte dei costi — verrà intaccata oppure dovrà esserlo, con effetti compressivi sui benefici.

    Il tempo necessario al deployment di quante più contromisure possibili, per il tempo necessario, nonché l’Offerta di Produzione inevitabilmente persa — ché è tuttora nemmeno concepibile una diffusa totale virtualizzazione delle imprese… —, possono essere pagati da un oculato, prolungato, accantonamento in seno alla forbice, tuttavia, in balia di eventi protraentisi nel tempo e quindi con un’alta indeterminabilità, quest’aspettativa non può certamente essere considerata la ancora di salvezza definitiva: piuttosto un polmone da non sprecare in vieppiù dannosi attendismi — anche perché ci possono essere dei competitor comunque in una posizione di partenza migliore.

    Il criterio per agire su una temporanea dispersione della forza lavoro richiede una rielaborazione di quello in caso di flesso — puntare alla massima produttività prioritizzando le risorse in base alla loro expertise e versatilità/polivalenza — coniugando all’ordine cronologico quello logistico e dunque rinunciando, spesso, ad un bel po’ di accorpabilità delle funzioni nel medesimo individuo. Se con un flesso prima s’impiegano i “top performer“, poi gli “average performer” ed infine i “low performer” (in expertise e polivalenza) in questo caso ci si potrebbe trovare nelle condizioni di dovere predisporre due ordini, dai top ai low: il primo co-localizzato (in sede, a sufficiente distanza l’uno dall’altro fino all’eventuale ulteriore limitazione normativa, come nel caso del lockdown) ed il secondo remotizzato, oltretutto predispondendosi al tempestivo travaso di individui dal primo al secondo ordine. D’altro canto potrebbe essere verosimilmente più conveniente prioritizzare il ricorso all’Homeshoring a caduta a partire dai top performer, che decenni di Human Factors hanno decretato essere anche più probabilmente versati in termini di autonomia operativa (“soloist“)…

    Un comprensibilmente apprensivo assembramento” di variabili, quindi, e mutevoli a seconda del caso specifico, accomunate, però, dal soddisfacimento del requisito funzionale per cui i top siano le ultime risorse a rischiare di diventare indisponibili, per qualsiasi motivo, sia nel caso il rimbalzo prevedibile sia prossimo (“V-shaped“) che nel caso esso non possa essere che indefinitamente distante (“U-shaped“) – ed auspicandosi di non star andando incontro ad una situazione “L-shaped.

    La Preparedness italiana

    Prendere atto che la “smartness” non ha mai fatto né farà mai rima con “kindness (gentilezza) o con “political correctness“, ma che queste ultime posson essere perseguite attraverso la prima, è — o, meglio, sarebbe dovuto essere — il primo passo…

    Riprendendo l’iniziale analogia col cursus studiorum accademico gli esami di “Storia del Groupware — dalla Dematerializzazione dei flussi di lavoro alla Deperimetrazione” e di “Principii di Industry 4.0” costituirebbero, verosimilmente, gli ultimi scogli del Primo Ciclo, rimandando al cursus magistrale approfondimenti tecnici e tecnologici e specializzazioni metodologiche, laddove la massimizzazione dell’efficienza e dell’efficacia delle risorse umane, almeno al generico livello di “Storia de…” e “Principii di…“, dovrebbe costellare tutte le propedeuticità. Già un laureando del Primo Ciclo, infatti, dovrebbe possedere gli strumenti intellettuali per:

    • Riconoscere l’occorenza, moderandone le conseguenze, di bias cognitivi di pressoché certa eredità culturale (cd. “Nurture“);
    • Gestire le proprie emozioni e pulsioni (“Nature“), per quanto intensamente possano venir sollecitate, al primo sospetto di controproduttività rispetto alla situazione contingente;
    • Coltivare una propria prospettiva ecologica, in base al già introiettato principio per cui non possono esistere situazioni completamente sovrapponibili;
    • Raggiungere razionalisticamente (punti precedenti) quantomeno una generica consapevolezza della forbice.

    Il come sfruttare al meglio la forbice, pure con picchi oppure flessi, in base alle specifiche situazioni, ben potrebbe essere argomento del cursus magistrale, mentre evidentemente la gestione di un’emergenza, oltretutto così esponenziale, sempre restando nell’analogia, non potrebbe essere che appannaggio di un (serissimo ed ultra-specifico) Dottorato di Ricerca.

    Invece…

    Ad un osservatore ingenuo la goffaggine manifestata da pubbliche amministrazioni e imprese private nella reazione alla crisi sanitaria in atto potrebbe apparire legittimamente connessa alla straordinarietà della situazione: mai prima d’ora sono state costrette ad imbastire dei piani di contingenza così impegnativi e la tardività, cosi come la contestuale chetichella, sono perfettamente giustificabili. Motivate indubbiamente lo sono, sia per l’occorrenza dell’oramai famigeratoCigno Nero” che per la tutt’altro che celata ambiguità — poi per fortuna scemata all’aggravarsi della crisi — di troppe voci istituzionali sulla crescita del volatile; per un osservatore meno ingenuo e più documentato a risultare oltremodo perfettibile è la giustificabilità

    Da lustri esistente, anche grazie alla UE sta esponenzialmente affermandosi la “Logica per Competenze“: un’istituzionale tassonomizzazione, e relativa codificazione, delle conoscenze (il Sapere) e speculari abilità (il Saper Fare) necessarie allo svolgimento di determinate, ed altrettanto codificate, attività in cui essere, appunto, competenti; dal (dimostrabile) possesso di un tot di competenze scaturisce l’aderenza ad un dato profilo — sicché dal possesso di svariate competenze potrebbe scaturire l’aderenza a più profili codificati, persino non contigui! —, di cui è codificato il livello (cd. “EQF“). Gli scopi manifesti di quest’enorme sforzo, costantemente in fieri, sono quello di agevolare la mobilità internazionale fra gli stati membri inducendo una pesante standardizzazione e di sostenere la mobilità sociale verticale fornendo un framework al quale appoggiarsi, nelle proprie scelte di Longlife Learning, per aumentare sempre la propria appetibilità, in un momento storico già riconosciuto come piuttosto critico, in tal senso, al netto di qualsiasi cigno nero. Per quanto raffinabile e sofisticabile va altresì ricordato che tale tassonomizzazione non è campata per aria: emerge dalle analisi e dai desiderata delle organizzazioni da questa interessate. Come minimo, dunque, offre lo spunto per rilevare eventuali proprie difformità negative rispetto agli standard attesi anche al di fuori dei confini nazionali e tentare di uniformarvisi, magari facendo anche meglio.

    Che si sappia ben poche realtà, a parte le istituzioni formative che vi sono obbligate ed elcune categorie fortemente caldeggiate, oggi sfruttano suddetta tassonomizzazione, che risulterebbe utile quantomeno come script, nella fase di selezione del personale, per sondare il matching fra le competenze attualmente possedute (“Hic et Nunc“) dai candidati e quelle richieste, anche previsionalmente. Figuriamoci scorgervi un canovaccio già approntato da cui farsi ispirare per sviluppare la propria Skills Map generale e valutare luci (da prendere e far prendere ad esempio) ed ombre (da illuminare) di ciascuna propria risorsa umana, in termini di expertise (ragguagliabile a singole competenze, profili o livelli EQF) e/o polivalenza (ragguagliabile a molteplici competenze, profili e livelli EQF) progressivamente rilevabili ad un monitoraggio longitudinale!

    In barba a quanto efficace possa ripetutamente essere stata una percezione euristica delle prestazioni e delle differenze individuali (Top, Average e Low Performer) questa si accompagna spesso a un’altrettanto olfattiva quantificazione dei tempi, e quindi dei costi, necessari a svolgere le attività richieste, laddove un’impostazione più algoritmica sarebbe senza dubbio più abilitante ad una manipolabilità della forbice: dei non meglio approfonditi “chi si occupano di un non meglio dettagliato “cosa in un non meglio precisato “come ed in un non meglio quantificato “quando, con la sola soglia dei costi, così disattendendo persino l’ormai vetusto monito secondo cui «[in un’organizzazione di tipo burocratico…] il lavoro si espande fino ad occupare tutto il tempo disponibile; più è il tempo e più il lavoro sembra importante e impegnativo», di chiaro, seppur pionieristico, approccio Human Factors

    Perpetuando schemi mentali tradizonalistici — uno fra tutti la pedissequa allocazione di risorse in base a una superficiale corrispondenza fra curricola, mansionari e piante organiche —, tanto rassicuranti quanto, perciò, resistenti, ci si nega a priori una grossa fetta delle opportunità di marginare sulla forbice, anche e soprattutto in una prospettiva di vantaggio competitivo. Vari dati sociali e demoscopici indicherebbero, invece, che finora troppe abitudinarietà, sebbene sempre più vetuste e quindi insostenibili, nel nostro paese faticano a tramontare:

    • Progressiva perdita di competitività anche al di fuori dei settori industrial-manifatturieri — in cui gli investimenti strumentali sono assai più impegnativi rispetto a quelli sulle risorse umane;
    • Sempre più stagnante inerzia della progressione retributiva, storica/generale nonché individuale, nel confronto coi paesi della nostra area;
    • Crescente e sempre più diffusa percezione sia di Sotto-Occupazione che di Sovra-Qualificazione, da una parte, ed emersione, dall’altra, di problematiche legate allo Stress Lavoro-Correlato, …

    …il che, se confermabile e confermato, suggerirebbe che stavamo trascurando persino il tradizionalissimo taylorismo de “The Right Man In The Right Placeben prima di ritrovarci gettati nella mischia a fare i conti con distanze di sicurezza, mascherine , gel igienizzanti e vieppiù limitanti prescrizioni. Sarebbe, dunque, irragionevole attendersi che in questo quadro clinico sindromico pregresso non facesse almeno capolino un aggiornamento professionale statico nella maggioranza dei casi: al palo della formazione obbligatoria (antincendio, primo soccorso e sicurezza) — che si spera, alla luce di troppe cronache di questi giorni, venga significativamente aggiornata e valorizzata.

    Transitivamente parlando se “il tempo è denaro” allora “il denaro è tempo“: il tempo necessario a coltivare le proprie risorse umane lo si trova, salvo che non si disponga di capitali e di un break even infiniti, soltanto nella forbice, che inizialmente può essere rifornita dal reclutamento e dalla ritenzione selettivi — perché, seppur crudi, esistono pure il licenziamento e il rimansionamentodi quanti più Top Performer possibili; solo una volta innescato tale circolo virtuoso è possibile — o, meglio, sarebbe stato possibile… — procedere ad un accantonamento destinabile ad uno qualsiasi degli scopi succitati (Work/Life Balance, formazione e Compensation & Benefits) nonché all’imprescindibile innovazione tecnologica e metodologica. Soltanto in questo modo, cioè con un progressivo addentramento nella smartness partendo dai suoi portatori primari, vale a dire i singoli individui:

    Al classicissimo «si è sempre fatto così»…
    …si sarebbe potuto obiettare che erano stati già accumulati i margini per testare efficienza, efficacia e applicabilità di metodi diversi.
    Alla proposta di provare «quel programma che promette fuoco e fiamme»…
    …si sarebbe potuto accondiscendere ricordando che erano stati già accumulati margini per sondare questo ed altri software e/o hardware.
    Allo scetticismo sull’impiego infrastrutturale di tecnologie cloud
    …si sarebbe potuto opporre che erano stati già accumulati margini per pagare la messa in sicurezza di ciascun’informazione.
    Alle manifestazioni di questa o quell’altra lacuna informatica…
    …si sarebbe potuto rispondere che erano stati già accumulati i margini per predisporre tempestivi interventi per colmarla.
    A qualsiasi titubanza, recalcitranza o paura…
    …si sarebbe potuto tranquillizzare sul fatto che erano stati già accumulati i margini per affrontare la ansiogenicità di qualsiasi incognita.

    A quel punto verificare la satisfattività (reciproca) di una o più richieste di Telelavoro part-time sarebbe apparso per quel misero dettaglio che in effetti è se rapportato al complesso di premesse da cui discende, che anzi avrebbero rassicurato pure sui margini per estendere, in modalità “beta version” intanto, questa opportunità ad altri. Senza tal complesso di premesse di smartness produttiva, che costituisce la prima e principale preparedness organizzativa già in una situazione ordinaria, qualsiasi esigenza di preparedness secondaria ha ben poche chance di essere anche solo captata in anticipo rispetto ad una straordinarietà

    …Sicché oggi non possiamo far altro che prendere atto, chi con minore e chi con maggiore condiscendenza, che molti adulti stanno apprendendo i rudimenti di videoconferenza e condivisione file dai propri figli, impegnati a lovo volta ad allontanare, per quanto possibile, una proroga della fine del proprio anno scolastico: “Uno a Zero” almeno per questo servizio pubblico rispetto al Privato!

  • Riderci sopra… coi meme

    Riderci sopra… coi meme

    Telelavoratrice Domestica vs Pendolare Automobilistico
    Telelavoratrice Domestica vs Pendolare Automobilistico
    Ghostbusters
    …cose da Vecchio Testamento, signor sindaco; proprio roba del tipo collera divina, fuoco e zolfo che piovono dai cieli, fiumi e oceani che bollono! Quarant’anni di tenebre, eruzioni, terremoti! Morti che escono dalle fosse! Sacrifici umani, cani e gatti che vivono insieme! Telelavoratori!
    Telelavoro, Straordinari e Cassa Integrazione
    Telelavoro, Straordinari e Cassa Integrazione
    Quando, tornato a spendere nei negozi in centro dopo mesi a casa, facendo felice il Sindaco, il locale non ti fa lo scontrino
    Quando, tornato a spendere nei negozi in centro dopo mesi a casa, facendo felice il Sindaco, il locale non ti fa lo scontrino
    Associazione di Categoria - Sindaco - Telelavoratore Domiciliare
    Associazione di Categoria – Sindaco – Telelavoratore Domiciliare
    Blues Brothers
    Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! E pure quelli che lavorano da casa!
    Lavoro da Casa e Buoni Pasto
    Lavoro da casa e Buoni Pasto
    Penserà ad un'altra… Meglio Zoom, Meet, Teams oppure Skype per le prossime call?
    Penserà ad un’altra… Meglio Zoom, Meet, Teams oppure Skype per le prossime call?
    Terminologia
    Terminologia
    Il capo che contempla quanto si potrebbe risparmiare mandando tutti in Telelavoro
    Il capo che contempla quanto si potrebbe risparmiare mandando tutti in Telelavoro
    I Telelavoratori ormai navigati che brindano ai nuovi arrivati: «Bravi! Ma ora non intasateci la banda, ok..?»
    I Telelavoratori ormai navigati che brindano ai nuovi arrivati: «Bravi! Ma ora non intasateci la banda, ok..?»
    3a Riunione di fila in Telepresenza ed ormai, che per oggi si lavori davvero, è escluso…
    3a Riunione di fila in Telepresenza ed ormai, che per oggi si lavori davvero, è escluso…
    Ripensando alle tipiche pause-pranzo che fai quando puoi Telelavorare da casa
    Ripensando alle tipiche pause-pranzo che fai quando puoi Telelavorare da casa
    Quando, dopo varie ore di riunioni online, il collega ti chiama per schedularne altre
    Quando, dopo varie ore di riunioni online, il collega ti chiama per schedularne altre
    Quando il desiderio di Telelavorare è struggente ma… non hai ancora potuto figliare …e la legge è quella che è
    Quando il desiderio di Telelavorare è struggente ma… non hai ancora potuto figliare …e la legge è quella che è
    Smart Working: Italia vs Resto del Mondo
    Smart Working: Italia vs Resto del Mondo
    Mi dice che pure se non lo si fa
    Mi dice che pure se non lo si fa “da casa” è comunque telelavorare?
    La tua azienda, che ti chiede il Telelavoro e ti fornisce la strumentazione migliore
    La tua azienda, che ti chiede il Telelavoro e ti fornisce la strumentazione migliore
    Smart Working vs Telelavoro
    Smart Working vs Telelavoro
    Lo Stato italiano che, confrontatosi con giuristi ed esperti, legifera di Telelavoro
    Lo Stato italiano che, confrontatosi con giuristi ed esperti, legifera di Telelavoro
    Quando gli Italiani si inventano lo Smart Working ma tu svariati anni prima hai siglato il Telework Enhancement Act
    Quando gli Italiani si inventano lo Smart Working ma tu svariati anni prima hai siglato il Telework Enhancement Act
    Quando, dopo mesi di lavoro da casa, ti dicono che devi ritornare in ufficio
    Quando, dopo mesi di lavoro da casa, ti dicono che devi ritornare in ufficio
    Smartworking vs Remote Working (Telelavoro)
    Smart Working versus Remote Working (Telelavoro)
  • L’inadeguatezza semantica del "Lavoro Agile"

    L’inadeguatezza semantica del "Lavoro Agile"

    A palle ferme, ovvero con la Legge n. 81/2017 sullo Smart Working già da diverse settimane in Gazzetta Ufficiale, è finalmente possibile tirare le somme di mesi, se non anni, di esposizione alle cronache sulle discussioni (normative) su questo tema. Sinteticamente mi sento di dire che questa legge non è affatto male… per l’Italia, un Legislatore che è riuscito a tirare lungo sulla questione quantomeno per i quindici anni che sono passati, intanto, dall’”Accordo Quadro Europeo sul Telelavoro“, mentre ubiquamente ne evolvevano a ritmo esponenziale sia i contenuti tecnologici e metodologici che quelli strategici e legislativi (ad es. Gran Bretagna).

    Tant’è che forse il vero motivo per cui prorompe una difformità fra la definizione classica di “Telelavoro” e quella nuova sul “Lavoro Agile non sta in qualche demadeutica pignoleria legulea — per la cui giustificabilità, magari, vien richiamata qualche remota previsione introdotta nel tempo da uno o più enti locali minori e quindi un indesiderato rischio di estensione retroattiva — bensì nella volontà d’eludere le responsabilità di tale lunga esitanza sfruttando un colpo di spugna lessicale, che oltretutto, incredibile dictu, offre pure l’occasione di potersi autoattribuire il plauso di aver fatto qualcosa di nuovo e non soltanto raffinato qualcosa che già c’era — perché in effetti qualcosa già c’era…

    Non ho dubbi che la dichiarazione tutta d’un fiato per cui «Le disposizioni del presente capo, allo scopo di incrementare la competitività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, promuovono il Lavoro Agile quale modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa. La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa…» suoni meglio della «…modernizzazione dell’organizzazione del lavoro, con particolare riferimento all’utilizzo di strumenti tecnologici e all’introduzione di forme di flessibilità del lavoro, tra cui il Telelavoro», di fatto sparpagliata fra più articoli, perdipiù in un D.M., quello del 2014, dedicato a dei venali voucher; certamente la prima, trattandosi di un’aerea dichiarazione di principio, risulta più emozionale e pertanto suggestiva

    Non si può non tirare un sospiro di sollievo nella definitiva equiparazione fra lavoratori in site ed off site in termini di tutele o nelle precisazioni sull’applicabilità del D.Lgs. n. 81/2008 — comunque precedentemente già chiarita dal Ministero del Lavoro — e, d’altro canto, non si può non apprezzare le apposte limitazioni all’eventuale invasività del Datore di Lavoro, a fronte, peraltro, di una minore indeformabilità dell’orario di lavoropiù che dell’effettivo luogo di esecuzione della prestazione che, dalla “previsione astratta” alla “fattispecie concreta“, resterà il domicilio del lavoratore od una sede satellite dell’impresa —, rimandata alla contrattazione individuale. Per il resto agli occhi di un tecnico non afferente a qualche disciplina giuridica o sociologica la suddetta dichiarazione è talmente di principio da avere la determinatezza di un “Faccio cose, vedo gente…“.

    La parafrasi del testo del 2014 sarebbe all’incirca: “io, Stato, agevolerò finanziariamente te, Impresa, se vorrai investire nella modernizzazione organizzativa e tecnologica della tua attività, introducendo anche forme di flessibilità, fra le quali ad esempio il Telelavoro“. La modernizzazione, fattore internazionalmente riconosciuto di «competitività» (2017), può includere la flessibilità, che può a sua volta includere il Telelavoro, restando questi, tuttavia, dei concetti a sé stanti. Il testo del 2017, invece, nell’intitolarsi allo Smart Working, rende, volente o nolente, più vaghi i confini: la “smartness“, un’attitudine alla competitività concretizzantesi anche nella modernizzazione tecnologica (come nella Smart Home, nella Smart Factory, etc.), sembrerebbe fatta passare come direttamente correlata alla remotizzazione dei lavoratori. I quali, piuttosto, dovrebbero essere già “agili” per conto proprio, e poter operare in un contesto altrettanto “smart“, per ambire ad una qualche flessibilità, magari anche da remoto

    Sinteticamente: un’organizzazione potrebbe essere comunque smart, agile, sia mantenendo tutti i lavoratori in sede che adottando, ed a propria totale discrezione, una qualche “remote friendliness“…

    In tal senso si potrebbe financo eccepire una sorta di recondita ingerenza dello Stato nella definizione di ciò che è “smart” e, dicotomicamente, di ciò che non lo sia, seppur con un’improbabile levata di scudi da parte dei destinatari, gli imprenditori, sotto il vessillo de: “l’impresa è mia e me la gestisco io, e sicuramente non mi farò dire cosa sia smart o no da un’istituzione il cui braccio operativo, la PA, sulla questione è vistosamente carente“. Una coda di paglia ce l’hanno anche (molti fra) questi ultimi, a giudicare dal progressivo detrimento in termini di competitività internazionale del Paese, che è poi, a sua volta, l’oggetto più realistico di questo ed altri interventi normativi degli ultimi anni…

    Spero che questa istituzionalizzazione forzata del significato del termine “Smart Working“, che ovunque nel mondo ne ha uno differente, assai più generico, non offuschi la successiva riconoscibilità semantica di tutta la nomenclatura che quarant’anni di Storia del Telelavoro hanno prodotto, perché tale produzione, per quanto ovviamente discutibile — solito discorso: il tentativo di attribuzione di paternità è uno sport in voga da sempre, non solo in ambito politico; io stesso mi sono concesso il conio di “Criptotelelavoro” e “Telergofobia“! —, è stata e continua ad essere tutt’altro che casuale: emerge dalla gnoseologica e scientifica esigenza di ricondurre a una certa strutturabilità e determinatezza un fenomeno che, a causa della celerità e della penetrazione sociale con cui evolvono le tecnologie a suo supporto, è inevitabilmente assai differenziato/articolato e mutevole. Una carenza di convergenza e condivisione internazionali sin dalla terminologia da adottare, oltretutto perpetrata per legem, rende difficile il dialogo ed impossibile qualsiasi peer review, visto che il “Secondo me…” è ovviamente bandito da certi ambiti — e senza dubbio alieno alla prussianità regolatoria di cui in Italia ripetutamente ci lamentiamo da quando siamo nella UE…

    Ridiamoci sopra, di nuovo, con un’altra parodia di “Weird Al” Yankovic

    Eppure una maggior proprietà di linguaggio (lessicale) sarebbe stata d’uopo pure nell’attuale frangente legislativo. Sperabilmente verrà perfezionata nella pletora di classici, successivi decreti attuativi, idonei ad intercettare al meglio le emergenti problematiche — perché no..? Anche di rango fiscale — di una fattispecie concreta alquanto nebulosa e che, pertanto, nell’eventualità che in futuro fossero registrabili concreti riscontri da parte di imprese e lavoratori, rischierebbe di costituire il preludio ad un’imbarazzante raffica di interpelli interpretativi, dai più essenziali a quelli più superflui — ché consulenti del lavoro, amministratori del personale et similia non hanno mai brillato in spontaneità nell’assumersi la responsabilità di una declinazione di leggi e regolamenti se non riduttivamente e conservativamenteletterale“…

    Ecco alcuni esempi (sparsi) di uso funzionale, in base agli accreditati principii ispiratori della norma, di terminologia di settore appropriata:

    Criterio per l’emersione, o meno, dal Telelavoro Informale a quello Formale
    «Le comunicazioni di cui all’articolo 9-bis del Decreto Legge 1 Ottobre 1996, n. 510, convertito, con modificazioni, dalla Legge 28 Novembre 1996, n. 608, e successive modificazioni» sono inderogabili esclusivamente qualora sussista, fra le parti, accordo per una pianificazione regolare, per un periodo determinato od indeterminato, dell’esecuzione della «prestazione […] in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno»; qualsiasi altra casistica, fra cui, ad esempio, il ricorso straordinario o saltuario a questa modalità d’esecuzione su richiesta di una od entrambe le parti, ricade interamente nelle previsioni normative e contrattuali riferibili all’istituto della trasferta del lavoratore…” Con una sola fava si sarebbero presi i due piccioni di riconoscere una declinazione informale, purché temporanea, del “modus operandi” e soprattutto di assimilarla a quella, tradizionale, di prestazione co-localizzata, cominciando così a restituire all’effettività della prestazione (/No, Tanto/Poco, etc.) la giusta luce fra gli elementi del sinallagma. I benefici diretti di tale sorta di clausola di salvaguardia sarebbero molteplici, tuttavia fra questi spiccherebbero:

    • L’opportunità di effettuare delle valutazioni sull’eligibilità al Telelavoro dell’individuo o della specifica funzione aziendale prima di imbastire le procedure di contrattualizzazione e relativa comunicazione obbligatoria; tali ricognizioni potrebbero essere anche predisposte a rotazione su tutto il personale minimizzandone l’impatto amministrativo;
    • L’opzione di poter convertire un’assenza da lavoro giustificata per accudimento genitoriale, ad esempio, in una giornata di lavoro regolare, o quasi, evitando pure al beneficiario l’onere di produrre l’attestato di malattia; il “quasi” risiederebbe nella legittimazione a computare ore supplementari (co-localizzate) pregresse o future per colmare il delta rispetto al monte ore settimanale contrattuale;
    • La facoltà bilaterale di poter ripiegare, alla (propria e discrezionale) bisogna, su un “Telelavoro Imprevisto“, uno “Situazionale” o persino uno “Emergenziale” svincolati dall’obbligo di qualsivoglia comunicazione presupposta, a fronte della mera documentabilità del momento dell’accordo (e.g. email, SMS, etc.).
    Telependolarismo (Domiciliare) versus Homeshoring
    Si parla sempre di “Work from Home” (“Telelavoro Domiciliare“) ma nel primo caso l’istanza, di norma per ottenere di «agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro» attraverso un contenimento del necessario pendolarismo (“commute“) verso e dal posto di lavoro, origina dal lavoratore; nel secondo, invece, la remotizzazione generalizzata delle maestranze è un’iniziativa verosimilmente rientrante nelle strategie sul medio-lungo periodo dell’impresa e questa ne può trarre benefici già a breve termine, a cominciare dalla riduzione dei costi di possesso e conduzione dei locali aziendali — o per il mantenimento di soluzioni WaaS (“Workplace as a Service“) e similari. Oltretutto i due casi non sono mutualmente esclusivi: la medesima azienda potrebbe mandare una intera divisione od un singolo reparto in homeshoring mentre centellina l’approvazione di istanze di «Smart Working» giungenti da altre divisioni o altri reparti, a propria completa e legittima discrezione. Una distinzione fra la dimensione individuale e quella collettiva, ad esempio ponendo una soglia percentuale alle comunicazioni obbligatorie di uno specifico periodo, ed in assoluto, rispetto al numero di matricole totali attive, consentirebbe altre puntualizzazioni:

    • Superata la soglia relativa od assoluta potrebbe venir richiesto all’impresa di modificare all’uopo l’integrativo aziendale, stilare un elenco ufficiale dei lavoratori in homeshoring e restringere a queste sole due allegazioni la comunicazione obbligatoria, senza doverne inviare una per ciascun dipendente — procedura che, invece, resterebbe intatta per le istanze individuali di «Smart Working»; un’indubbia semplificazione amministrativa;
    • Disponendo sia della comunicazione obbligatoria “collettiva” che di quelle “individuali” gli Organi di Controllo avrebbero una mappatura quasi-geografica dei lavoratori remotizzati, dalla quale ricavare per mera differenza quelli restanti in co-localizzazione per i propri ordinari fini, appunto, di controllo;
    • Analogamente un discrimine di questo tipo consentirebbe di distinguere le forme e le modalità di eventuale agevolazione, magari facendole propendere sull’azienda o sull’individuo, o semplicemente riconoscendo che l’investimento richiesto per un homeshoring è atteso come probabilmente più significativo — ma al contempo più significante: in una situazione di «Smart Working» andrebbero facilitati i beneficiari, in una di homeshoring (prima) l’azienda ed in una “mista“, infine, ricordarsi che il datore di lavoro è pure sostituto d’imposta potrebbe offrire non pochi spunti per ulteriori semplificazioni amministrative; d’altro canto un atteggiamento premiante da parte dello Stato dovrebbe privilegiare, tra le imprese, quelle che vogliono approntare una strategia volta ad «incrementare la competitività», ad esempio con un Soft Shoring, rispetto a quelle unicamente benevolenti

    «Never mind, I give up!
    Really now, I give up!»

    In conclusione si conferma a mio avviso una falsata — non mi sbilancio ancora fra la dolosità (politica) e la colposità (tecnica) — prospettiva sulla questione, apparentemente determinata a piegare la “fattispecie concreta” ad una o più “previsioni astratte“, a loro volta circoscritte alla più basilare contrattualità (orario di lavoro, controlli, etc.) fra datori di lavoro e dipendenti: necessaria ma insufficiente, e — oserei dire — pertanto a rischio di controproduttività laddove non adeguatamente integrata, per un fenomeno che non è affatto nuovo ma tende a rinnovarsi di continuo. Questo quando non l’equiparazione fra le condizioni contrattuali, di tutela, etc. dei lavoratori bensì la equiparazione fra la prestazione co-localizzata e quella in remoto — secondo il principio per cui “sono secondari il ‘da chi’, il ‘come’ od il ‘dove’ la prestazione sia stata prestata; è primario che lo sia stata” — avrebbe in automatico trascinato con sé le altre…

  • Il Jobs Act e l’antiquata visione sul Telelavoro

    Il Jobs Act e l’antiquata visione sul Telelavoro

    Ecco il post scritto oggi condiviso via Linkedin Pulse.

    Il Jobs Act e l’antiquata visione sul Telelavoro!

    Per una buona parte dell’Europa il Telelavoro è una modalità — notoriamente assai eterogenea! — di svolgimento delle proprie attività sempre più diffusa, tanto da richiedere il lesto, nonché frequente, aggiornamento delle normative connesse.

    Nel 2014 il Regno Unito ha ritoccato la propria legge (del ’96) sul flexible working riducendo i requisiti per l’eligibilità alla sola durata del rapporto di lavoro: chiunque, purché lavori «da almeno 26 settimane» (sei mesi), può richiedere una soluzione flessibile di lavoro — ivi compreso quello a distanza, cioè il Telelavoro — al proprio datore di lavoro, il quale può rifiutarsi solo in casi ben specifici — e specificati dalla normativa stessa..

    Nel 2015 l’Olanda si è mossa esattamente nella stessa direzione, eliminando per legge qualsiasi ostacolo alla remotizzazione del lavoro ed imponendo ai datori di lavoro stringenti requisiti tecnico-organizzativi in caso di opposizione all’eventuale richiesta del lavoratore.

    In entrambi i provvedimenti legislativi il leit motiv, riconosciuto, è la presa d’atto che non si possa più, anacronisticamente, collegare l’opportunità del Telelavoro con la necessità di potersi dedicare alle c.d. “cure parentali“, neanche fosse una forma di Welfare indiretto — oltretutto potenzialmente foriero di discriminazioni sessuali, a livello anche di possibilità di carriera.

    Sempre nel 2015 pure l’Italia, peraltro con la tradizionale timidezza — la questione è stata inserita e trattata come d’importanza quantomeno secondaria all’interno del solito grumo di provvedimenti generali —, ha cercato di affrontare normativamente l’argomento.

    Tuttavia, magari per restare allineato con la logica “da Restaurazione” che caratterizza tutto il Jobs Act (Articolo 18, Demansionamento, etc.), il Governo sembra avere derubricato gli esempii di Regno Unito ed Olanda ad interpretazioni forse troppo progressisteriesumando dal passato sia la funzione che il requisito sociale  — l’esigenza, per il lavoratore, di conciliare cure parentali e obblighi verso la propria azienda — nell’agevolazione del Telelavoro.

    In sintesi: in Regno Unito ed Olanda qualunque lavoratore può richiedere di essere remotizzato, per qualsiasi ragione, ed il datore di lavoro non può, di fatto, opporsi; in Italia, se andrà bene, il datore di lavoro sarà magari incentivato — fiscalmente? a livello previdenziale? — ad accettare le eventuali richieste, purché provengano da lavoratori che abbiano — ovviamente dimostrabili… — esigenze famigliari.

    A quando un significativo salto di qualità?
    In avanti s’intende..!

  • Tipi Telergofobici

    Tipi Telergofobici

    Si aggirano in molte aziende, facendosi forza al motto “si è sempre fatto così“. Possono avere una qualsiasi età ed essere di qualsiasi estrazione sociale, o provenire da qualunque esperienza precedente, anche di istruzione superiore. Nonostante gli strali di un fato avverso costituito da Chat e Social Network aziendali od anche entro gli specifici team, da tele/videoconferenze, da smartphone e da tablet, da connessioni in VPN e da applicazioni per l’accesso remoto ai Desktop di ogni dove (e chi più ne ha più ne metta!) Essi vivono.. e lottano contro di noi nel (vano) tentativo di riportare nei binari dell’abitudinarietà prassi organizzative che mai come in queste ultime due decadi sono state intimamente rielaborate dai progressi tecnologici nella comunicazione aziendale.

    I “Luddisti

    Resistono – come possono.. – quei personaggi che, non si sa se solo per forma mentis culturale od anche per bisogni affettivi od emotivi, cercano spassionatamente – e talvolta finanche prepotentemente, il che farebbe supporre il tentativo di sublimare qualche personale, autopercepita, carenza – la comunicazione de visu, sia essa a quattr’occhi o nel contesto allargato di un meeting.
    Queste persone contano sulla propria presenza per eventualmente correggere con tempestività la rotta di una conversazione, sia che quest’ultima stia dirigendosi contro di loro, sia che la stessa se ne allontani eccessivamente, e sanno bene – o comunque ne hanno un forte sospetto – che la trasposizione scritta del medesimo scambio comunicativo non offrirebbe loro le medesime opportunità d’intervento diretto.
    Costoro si sono posti, si pongono e verosimilmente continueranno pervicacemente a porsi come luddisti verso ogni rischio di deriva “virtuale” anche della pur minima parte dei flussi di comunicazione interni all’azienda, magari soltanto perché sono lenti – e qui si apre un mondo, da una non piena alfabetizzazione funzionale fino ai di certo più facilmente risolvibili disturbi visivi – nel leggere e/o nello scrivere..

    I “Miopi

    Sono quei personaggi che, pur avendo accolto, pure con soddisfazione, buona parte della comunicazione digitalizzata, non riescono ad abbracciarla del tutto, magari soltanto per propri limiti fisici, innanzitutto di tipo visivo, o per un non adeguato training all’uso degli strumenti informatici – loro ma anche solamente delle persone con cui questi devono avere a che fare.
    Sono quelli che compulsivamente stampano moltissime email e le impilano sulla propria scrivania come fossero pratiche da evadere – come se la dotazione delle funzioni del client email usato non fosse frutto di un’evoluzione (di almeno due decadi) nello studio della UX (User Experience) che ha tenuto conto pure di un siffatto use case.. –, pronte per essere lette, ri-lette, annotate, evidenziate od, infine, recapitate brevi manu al collega/collaboratore di turno – per poterne discutere assieme, come non bastasse un semplice forward con i commenti e/o le istruzioni del caso..
    Queste persone potrebbero sembrare banalmente tradizionaliste, legate a pratiche ormai rese superate dagli strumenti disponibili. Ci si accorge che non è così perché la loro prassi muta considerevolmente, aggiornandosi quasi in automatico, quando provvisti di un computer più potente e magari di un monitor più grande, doppietta che permette loro, finalmente, di vedere i testi più grandi – superando così deficit visivi che possono colpire a qualsiasi età – e di tener aperta sullo stesso Desktop più di un’applicazione alla volta.
    Aggiungendo al quadretto la opportunità che tutti gli attori, già quantomeno edotti all’uso di hardware e software in dotazione, sapessero farne anche un uso professionale si faciliterebbe grandemente il lavoro anche dei Miopi.

    Gli “Indolenti

    Si parla tanto dell’importanza della Formazione Continua, sia essa formale (nel classico setting di un’aula, con docente dietro una cattedra) oppure informale (qualsiasi altra situazione, e.g. la condivisione delle competenze fra colleghi), specie nell’implementazione di strumenti e metodi innovativi all’interno delle organizzazioni, assumendoingenuamente aggiungerei, nonostante la mia nota deviazione professionale a favore del buonismo – che tutti gli individui siano naturalmente propensi ad evolvere (permanentemente).
    Accanto a soggetti permeabili, intenzionalmente o solo per propria predisposizione (naturale), coesistono, invece, soggetti che non riescono a scorgere nella progressione delle proprie competenze e conoscenze – e del resto Maslow ce l’aveva spiegato più di mezzo secolo fa.. – un’occasione di autoestrinsecazione e che dalla stessa rilevano soltanto la componente dello sforzo, ritenuto come minimo inopportuno, se non proprio aprioristicamente eccessivo. Il caso più squallido, anche per la crescente riscontrabilità, è quello dei soggetti che pensano d’aver già dato abbastanza, in termini di studio, e che pertanto, sentendosi già arrivati (probabilmente), ritengono superfluo qualunque intervento formativo, specie se alieno al proprio curriculum studiorum – neanche se l’inserimento di qualcosa di nuovo nella loro testolina potesse nuocere a quanto già vi è archiviato, impolverato magari da anni.. Il tragico è che questo atteggiamento trascende il grado individuale di scolarizzazione, ossia ne possono essere affetti tanto i diplomati quanto i bi-laureati – con conseguente menzione di disonore per questi ultimi e per gli atenei che (non) li hanno formati..
    Questi si adeguano, magari a buona parte degli strumenti di comunicazione loro offerti, ma lo fanno con una tale indolenza da rendere ogni passo avanti un sensibile onere per superiori e colleghi, in termini di tempo ed impegno necessari per farglielo compiere. Li si riconosce perché usano persino uno strumento oramai assodato come la e-mail inanellando tali e tante defaillance da non poterle ritenere quantomeno sospette: subject criptici (e novati a caso) oppure assenti, oscura composizione del recipent (destinatari), contenuti dalla grammatica e/o sintassi zoppicanti – per non parlare della punteggiatura o dell’uso della barra spaziatrice –, omissione della formula di apertura – che ben si coniuga col recipient di cui sopra..! – e/o di quella di chiusura (comprensiva di firma), eccetera, eccetera, eccetera..
    Ebbene, il sospetto è fondato: lo fanno per punire gli altri della costrizione subita nonché per dissuadere questi ultimi dallo scocciarli ulteriormente..

    Gli “Ignavi

    Si potrebbe pensare che il “tipo psicologico” peggiore parlando di propensione alla virtualizzazione della comunicazione aziendale sia il precedente, degli “Indolenti“. La bestia nera, invece, è rappresentata da quest’ultimo tipo, che privatamente magari è capace di gestire una community online mentre smercia di tutto e di più su eBay, mentre ancora distribuisce compiti ai suoi commilitoni in un videogioco massivo, salvo, poi, dimostrarsi estremamente titubante nell’agire con coerenza anche nell’ambito lavorativo.
    Gli Ignavi, in quanto indecisi, pur di non riusare professionalmente il proprio alterego privato – non si sa ancora per quale ragione di preciso ma dovrebbe verosimilmente risiedere in una questione (irrisolta) di scissione dei ruoli –, sono capaci di fare propri gli atteggiamenti e comportamenti di Luddisti, Miopi ed Indolenti, separatamente od anche in più diaboliche commistioni..
    Si tratta di persone propense all’innovazione (non indolenti), evidentemente smart (non miopi) e sicure di sé (non luddiste). Il problema emerge solo quando, accortisi che colleghi e/o superiori stanno imboccando una strada per la quale sarebbe preferibile il loro alterego, repentinamente smorzano il loro entusiasmo e quello altrui, magari negandosi a qualsiasi forma di comunicazione digitale per giorni e giorni, alla quale offrono come alternativa una (financo eccessiva) presenza fisica.
    È proprio questo paradosso – non avendo, almeno in teoria, alcun difetto – che li rende tanto pericolosi per la diffusione dello Smart Working: potrebbero apparire testimonial contrari affidabili laddove, invece, dovrebbero essere considerati il peggiore caso di Telergofobia, quella basata esclusivamente su fattori personali (estranei al lavoro)..

  • Lavoro (davvero) flessibile? Of Course!

    Lavoro (davvero) flessibile? Of Course!

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    Lavoro (davvero) flessibile? Of Course!

    Mentre in Italia continuiamo ad accapigliarci sugli eventuali effetti del DDL sul Lavoro Pubblico in termini di “conciliazione di tempi di vita” (Smart Working, Co-Working, etc..) da ieri, 30 Giugno, data di entrata in vigore delle “Flexible Working Regulations 2014“, in Inghilterra qualsiasi dipendente assunto da almeno 26 settimane — 6 mesi — ha facoltà di richiedere al proprio datore di lavoro di «considerare seriamente» una soluzione di lavoro flessibile .

    Queste soluzioni includono svariate declinazioni di Telelavoro e/o Telependolarismo, ossia Telelavoro Domestico.

    La precedente normativa, risalente al 1996 (“Employment Rights Act“), limitava l’eligibilità di questa richiesta — alla quale il datore di lavoro può opporsi solo in determinate situazioni, .. — ai lavoratori con in carico la cura di figli sotto i 16 anni e/oppure congiunti.

    Secondo diverse analisi l’abrogazione di questa limitazione porterà — paradossalmente, se consideriamo l’impostazione italiana nell’affrontare la questione.. — ad un beneficio per le lavoratrici madri ed in generale per le lavoratrici donne, le quali finora hanno avuto poco o nullo potere contrattuale — di certo inferiore agli uomini, per diversa tipologia di mansione — per trattare l’istituzione di forme di lavoro davvero flessibile.

  • Meanwhile, in UK..

    Meanwhile, in UK..

    Dopo vari mesi di discussione sulle implicazioni telelavorative nell’ormai quasi famigerato Jobs Act il Governo italiano, convinto dai consensi riscossi nelle ultime elezioni europee, ha optato per aggredire prima le questioni del pubblico impiego. Nello specifico si prevede, oltre alla modifica sulle politiche premiali, pure l’avvio del «telelavoro e sperimentazione di forme di co-working (condivisio- ne uffici) e smart-working (orari elastici e tecnologie digitali)», e pure «voucher per babysitter, puericultrici, badanti specializzate e conven- zioni con asili nido» (Il Sole 24 Ore, 12/06/2014).

    Mi si permetta, innanzitutto, una riflessione, tanto franca(mente economica) quanto scevra dal minimo qualunquismo anti-statali: in uno sviluppo storico in cui le sole retribuzioni che hanno tenuto – almeno un po’.. – il passo del costo della vita sono state quelle dei pubblici dipendenti è proprio da questi, che già rappresentano comunque una discreta fonte di capienza e solvibilità intercettabili dai fornitori (privati!) dei succitati servizi, che conviene partire per dare una mano..? Non sarebbe, forse, stato meglio iniziare ad elargire tali aiuti alla genitorialità ai tanti, tantissimi genitori con una sempre più precaria condizione economica, che per raggranellare lo stesso stipendio di un dipendente della P.A. – anche di basso inquadramento – di lavori ne dovrebbero fare due o tre e pertanto non hanno (a priori) materialmente neppure il tempo per supervisionare i figli – figuriamoci per accudirli? Nella prospettiva di potenziare la capacità di spesa – e quindi di contribuzione all’Economia – partendo dai soggetti più deboli senza dubbio sì.

    In secundis, altrettanto francamente non si può non notare che tale sempre più strumentalmente sbandierato trait d’union fra Telelavoropardon.. il più bieco Telependolarismo – e Work/Life Balance, così come con altri suoi indotti, cominci a risultare un po’ stantio.

    Capiamoci! In Nord Europa hanno problemi con la neve e/o con la bassissima densità abitativa; in USA hanno problemi con gli uragani d’estate e le gelate d’inverno; tutti i paesi hanno problemi con la Globalizzazione da un lato e con l’Ambiente dall’altro. In Italia sembriamo – nel senso che gli altri, di questo passo, cominceranno a considerarci così.. – aver problemi solo con i marmocchi, piccoli o grandi – e qui si rischia persino di cadere negli stereotipi culturali che ci vedono “eterni mammoni“! – che siano; senza contare la percezione del ruolo della donna – come minimo un po’ retrò –, la quale risulta, a questo punto, ancora insostituibile “angelo del focolare” domestico..

    Non si vuole intendere che la c.d. “conciliazione di tempi di vita” non sia un tema importante od affascinante – ed una testa di ponte verso l’opinione pubblica..! D’altro canto tutta la fissazione e la iperesposizione di questo tema rischiano di provocare, a lungo andare, un effetto boomerang, specie se coniugate ad una riforma dedicata a lavoratori che, a torto od a ragione, hanno attirato su di sé la nomea di scansafatiche. Lo sa bene l’ex-presidente USA Bill Clinton che, con il suo «family-friendly workplace» nelle varie agencies, all’epoca attirò gli strali di tutta la stampa repubblicana..

    Il rischio è che l’imprenditore medio italiano, quantomeno distante – diciamo così – dalla statura morale di un Olivetti e dalla sua concezione di benessere dei suoi lavoratori (e delle loro famiglie), si formi del Telelavoro l’opinione che «sia roba da burocrati pubblici: tanto nullafacenti da potere fare anche finta di lavorare mentre, in realtà, accudiscono i figli a casa e basta!». Un «Tanto paga Pantalone!», infine, potrebbe coronare questo plausibilissimo esercizio di pregiudizi, peraltro già diffusissimi.

    A quel punto cercare di convincere gli imprenditori, i capi, i capetti e persino i sottoposti che no, il Telelavoro non serve solo a quello e che è, invece, un approccio per organizzare il lavoro in maniera anche da ampliare il business, diventerebbe un’impresa non solo titanica ma persino utopica, capace di frustrare anche il più preparato ed accorato fautore. Sempreché la riforma in oggetto non sveli per concreto il suo potenziale lato oscuro, ossia quello di fungere da chiavistello per delocalizzare, prima, le risorse e poi indurle ad una sorta di auto-cessione di ramo d’azienda al mercato privato, preludio, di fatto, ad una imponente dismissione quali costi per le casse dello Stato.. In questo caso le imprese potrebbero – alcune già l’hanno fatto – intravedere l’opportunità di emulare tale lenta ma efficace tattica di downsizing..

    Tanta, troppa carne al fuoco, e non tutta di buona qualità, tantomeno nutriente, almeno a priori..

    Profondamente diversa è, invece, la situazione in Inghilterra, dove, tra due settimane, lo smart working, legge del Governo (“Employment Rights Act“) sin dal 1996, sarà un’opzione estesa a tutti i lavoratori. Grazie alle “Flexible Working Regulations 2014” – oltretutto approvate ad inizio Giugno e senza i fronzoli di decreti attuativi previsti sine die –, infatti, è stata abrogata la parte della normativa che limitava l’eligibilità a forme flessibili di lavoro – ivi incluso il Telelavoro, quindi – ai lavoratori con prole sotto i 16 anni e/o parenti bisognosi di cure (residenti nello stesso domicilio). Il solo requisito (conservato) sarà quello di essere dipendenti da almeno 26 settimane (sei mesi, mezzo anno).

    Uno dei tanti vademecum sulla normativa a breve in vigore in UK

    Soddisfatto quest’unico requisito sarà facoltà del lavoratore inoltrare una generica (senza tante spiegazioni) richiesta al proprio datore di lavoro, il quale è tenuto a considerarla «ragionevolmente» e può rigettarla soltanto in casi ben specifici – e specificati. Linearità, determinazione e tempistica certa hanno evidentemente caratterizzato questo approccio alla questione.

    Paradossalmente – considerando l’abrogazione delle limitazioni favorevoli alla genitorialità – è opinione diffusa, sempre in Inghilterra, che questa evoluzione della normativa finirà per agevolare le donne. Statisticamente parlando, infatti, gli uomini – non solo inglesi.. – telelavorano molto di più delle donne e con mansioni più creative e/o professionali – ragion per cui hanno il potere contrattuale per ottenere autonomamente, senza bisogno di leggi a tutela, il flextime ed il flexplace più ideoneo al caso individuale.. Saranno verosimilmente le donne, pertanto, ed indipendentemente dalla singola condizione genitoriale, le prime beneficiarie della nuova normativa, perché potranno esigere formule flessibili di lavoro aldilà del proprio ruolo nell’organizzazione e quindi del loro potere contrattuale.

    Che forte ‘sto Legislatore inglese..! Persegue gli obiettivi (dichiarati) di quello italiano agendo, tuttavia, in senso diametralmente opposto, nella prospettiva, comunque, di un beneficio diffuso e non soltanto settoriale.. Chissà quale si rivelerà il più successful..?

  • L’Internet Fax di Vodafone

    L’Internet Fax di Vodafone

    Anni fa scrivevo di come, in un contesto prettamente aziendale, di un gruppo di lavoro, era possibile sostituire il Fax vecchio stampo, sgradevole ma inevitabile compagno di chiunque debba interagire, ad esempio, con la Pubblica Amministrazione, con versatili soluzioni software e/o hardware. Oggi, invece, è la volta dei (singoli) homeworker che vogliano poter avere accesso a tale strumento, a basso costo ed ovviamente da qualsiasi luogo!

    (altri articoli scritti da Davide Cappelli per Blog.Pmi.it)

  • Smart Working o Right Working?

    Smart Working o Right Working?

    Alla fine degli anni ’90, e con le connessioni dell’epoca, avevo già uploadato e downloadato giga e giga di file via FTP. Alcuni lustri dopo, passando attraverso l’Internet Boom e l’Internet Sboom, la stessa pratica, resa più usabile – leggasi opaca, ma anche automatizzata –, veloce e soprattutto più affidabile, è stata ribattezzata col nome di Cloud Computing. Ho come il dubbio che anche il termine “Smart Working“, con le sue profondissime radici in concetti organizzativi già abbondantemente disponibili, abbia avuto una genesi simile..

    ..Fors’anche più subdola..

    Fra le definizioni più esaustive di Smart Working spicca quella contenuta in un paper (PDF) realizzato nel 2008 dal Chartered Institute of Personnel and Development assieme a Capgemini, multinazionale della consulenza aziendale. Secondo quest’ultima lo Smart Working sarebbe:

    «..un approccio alla organizzazione del lavoro orientato a ricondurre maggiore efficienza e efficacia nel raggiungimento dei risultati lavorativi attraverso una combinazione di flessibilità, autonomia e collaborazione, parallelamente alla ottimizzazione degli strumenti e degli “ambienti” di lavoro per gli impiegati.»

    Lo Smart Working, pertanto, non è da considerarsi quale sinonimo di Telelavoro, nonostante ne abbia ereditato le condizioni organizzative (flessibilità, autonomia) nonché le modalità operative – l’impiego di media di comunicazione e collaborazione tecnologici –, e sovente si manifesti con la remotizzazione dei lavoratori contingente a specifici requisiti e/od obiettivi programmatici. D’altro canto lo Smart Working contempla quale opzione tale remotizzazione, laddove la stessa sia stata identificata come funzionale al miglioramento (diretto od indiretto) della prestazione lavorativa, ma non la prevede a priori. In sintesi…

    Anche prima che esistessero le tecnologie essenziali alla remotizzazione era possibile “lavorare smart“, e pure in una pizzeria il pizzaiolo, i camerieri, etc. possono essere più “agili” di quelli di un’altra…

    In apparente – almeno.. – analogia con la diffusione del concetto di Cloud, quello di Smart Working pare intenzionalmente rappresentare l’opportunità di aderire ad un approccio o filosofia di lavoro per la quale tutti i presupposti erano già da tempo disponibili e tuttavia largamente poco o mal sfruttati. Una sorta di seconda chiamata per giustificare tutti quei ritardatari che – colpevolmente.. – non sono stati all’altezza di cogliere i suddetti presupposti quando l’accessibilità e l’usabilità di questi ultimi era nemmeno tanto inferiore rispetto ai livelli attuali od a quelli prevedibili per l’immediato futuro..

    La colpevolezza di questa tardiva illuminazione è palese già per chiunque abbia anche solo una leggera infarinatura, anche non a livello accademico, di Teorie dell’Organizzazione. Basta ricordare i primi due nomi che compaiono in qualunque manualetto: Frederick Taylor ed Elton Mayo. Se il primo, oltre un secolo fa, ha offerto alle imprese una nuova prospettiva, scientifica, sull’Organizzazione del Lavoro, il secondo ha rilevato – e rivelato.. – l’esigenza, comunque opportunistica, di contemplare anche i fattori più umani della Produzione. Presi assieme, nonostante le profonde discrasie, col senno di poi di decenni e decenni di ulteriori progressi nelle Scienze dell’Organizzazione, questi due approcci si coniugano in un unico principio tanto semplice quanto apparentemente inconsueto per tante, troppe aziende:

    Pur di migliorar(n)e la performance è lecito impiegare qualsiasi mezzo,
    persino andare incontro ai lavoratori..

    Scientificamente parlando tale principio si esplicherebbe nella pro-attiva ricerca, da parte delle aziende, dei fattori verosimilmente causali del miglioramento della singola prestazione individuale e/o gruppale e nella successiva implementazione di qualunque espediente – si tratti di concedere qualche giornata di Telelavoro da casa a settimana come di comprare monitor più grandi e/o di testare strumenti come Slack – riconosciuto come capace di influire su tali fattori. Niente di nuovo, insomma: né la Psicologia del Lavoro – la si chiami pure Psicologia Industriale o Psicologia delle Organizzazioni.. – né l’Ergonomia sono discipline nuove, laddove l’Information and Communications Technology compensa la propria inferiore età con uno sviluppo vistosamente più esuberante delle prime due..

    ..Sicché c’è stato sicuramente un momento, in questi ultimi anni d’esuberante sviluppo, in cui ciascuna fra le aziende alle quali oggi viene propinato lo Smart Working ha iniziato a praticare il suo contrario, il “Dumb Working“: pur sussistendo sia i mezzi (tecnologici) che i metodi (scientifici) e le motivazioni (scientifiche), esse non hanno colto le opportunità né dei primi né dei secondi. Per ciascuna azienda questo momento è stato diverso, ed è sopraggiunto allorché l’accessibilità e l’usabilità degli strumenti commercialmente disponibili sarebbero state, potenzialmente, sufficienti da permettere l’adozione di questi ultimi ma ciò, effettivamente, non è accaduto. Ad esempio: l’azienda che ancor oggi insista a impegnare cose, persone e denaro pur di riunire nella stessa stanza colleghi provenienti da diverse sedi è passata al Dumb Working da parecchi anni, sin dal momento in cui sarebbe dovuto essere evidente che si sarebbe potuto condurre almeno alcuni di questi meeting in teleconferenza – facendo, peraltro, un favore a tutti..

    Se adottatabile lo Smart Working altro non è che Right Working:
    il solo ed unico modo giusto di lavorare («One Best Way»?).
    Peraltro chi riterrebbe l’essere “smart” soltanto un optional?

    Un tanto premesso il conio di tale nuovo termine, lo “Smart Working” appunto, offre due fondamentali opportunità agli interessati:

    • A chi intende venderlo di avere un “prodotto” già pacchettizzato (nonostante l’indubbia complessità), ossia facilmente identificabile e pertanto promuovibile senza troppi sforzi attraverso conferenze ed altri canali;
    • A chi intende comprarlo di potere azzerare il calcolo del ritardo accumulato rispetto a chi – a questo punto per non ben precisate ragioni.. – da diversi lustri ha adottato le stesse politiche organizzative riproposte oggi.

    Una situazione commercialmente assai suggestiva, nella quale potrebbe (fortunatamente) innescarsi un diffuso, proficuo circolo virtuoso sostenuto da una duplice spinta: da un lato i venditori a sensibilizzare la colpevolizzazione dei ritardatari articolando e migliorando sempre più l’offerta disponibile; dall’altro le aziende acquirenti ad ergere a totem di un proprio New Deal organizzativo, in precedenza indubbiamente inaccessibile (?), ciò che in realtà non potrebbe essere considerato altrimenti se non un uovo di Colombo.

    Un circolo virtuoso che già appare tanto più roboante nella narrativa a suo supporto quanto grande è la la foglia di fico che questa costituisce. Un tantinello in più di onestà intellettuale forse sarebbe indicata!

  • Home Sweet Home..

    Pare che stiano volgendo ad “un” termine – chiunque sa bene che non si finisce mai davvero.. – i lavori di ristrutturazione della mia casa iniziati nell’estate del 2008. Tralasciando qualche piccolo intervento qua e la il solo vano che, vuoi per l’impegnativo 2008, vuoi per gli incasinati 2009-2010, è evidentemente ancora impreparato e disadorno è lo studio/ufficio. Il ritorno ad una situazione meno caotica e più produttiva, quindi, sarà preceduto dal ri-imbastimento di quello che fino a due anni fa era il mio vero centro operativo – va detto: da programmatore..

    Progetto nuovo ufficio domestico - Davide Cappelli

    Progetto nuovo ufficio domestico

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  • Telework In The European Union 2010

    Dall’Osservatorio Europeo on-line sulle Relazioni Industriali è stato recentemente pubblicato un articolo relativo allo stato del Telelavoro nella UE, elaborato sulla base di un sondaggio sulle condizioni di lavoro somministrato in diversi paesi. Vi si evince come non solo il Telelavoro sia un fenomeno in crescita nella UE (dal 5% al 7% medio fra il 2000 ed il 2005) ma anche come esso si sia insinuato quale prassi lavorativa complementare (Telelavoro Informale), più che sostitutiva, al rapporto di lavoro co-localizzato tradizionale. (altro…)

  • Telelavoro Domestico e Mestruazioni

    Non vorrei vestire i panni, a me alieni, del femminista ma la prospettiva – tanto diffusa da sembrare mainstream – che vede nel Telelavoro un presidio per favorire le donne nel loro duplice ruolo di madri e lavoratrici mi avvilisce per quanto sia svilente di tale ruolo: che ci siano da sempre state donne lavoratrici per le più disparate motivazioni – ultima delle quali, magari, la propria auto-estrinsecazione – è un fatto noto, ma del resto questo è un tratto da tempo condiviso con tantissimi maschi; d’altro canto è pur vero che il Telelavoro Domestico, in tal senso, può rivelarsi molto comodo – anche per i mammi.. Pardon! I papà.. –, ma tutta questa storia puzza di “percezione di reddito” e non di lavoro, nel suo senso più lato – iniziando dalla professionalità..

    Sembra si voglia pigliare due piccioni con una fava: da un lato la genitorialità giustificherebbe la tolleranza verso il Telelavoro, dall’altro renderebbe persino giustificabile la minor performance (?!?!) supposta connessa con la condizione telelavorativa! L’idea, dietrologica, per cui vi sia una massa critica di opinion leader sufficiente a propugnare un revamping della percezione professionale secondaria delle donne di qualche decade fa mi ha anche toccato, tuttavia è per me talmente insopportabile che solo di fronte all’evidenza, e statisticamente dimostrata, cederei e le darei credito..

    Oltretutto tale connessione tra maternità e Telelavoro è estremamente limitata e limitante, in primo luogo per le donne: non tutte le donne hanno avuto, stanno avendo od avranno – è un trend sociologico ormai ampiamente dimostrato e diffuso in tutti i paesi avanzati – prole. Queste ultime non sarebbero giustificate nell’adottare il Telelavoro per altre ragioni, mentre le colleghe mamme sì?

    Il medesimo discorso potrebbe essere fatto per i maschi – e per fortuna i molti paesi i distinguo fra madre e padre, a livello di cure parentali, sono stati estirpati, anche a suon di leggi..! C’è, tuttavia, un’argomentazione che è tutta al femminile per non escludere le “donne-non-madri” dall’eligibilità al Telelavoro: le mestruazioni, quel fenomeno fisiologico – cioè incontrollabile, salvo abuso costante di estroprogestinici – e periodico che per molte donne rappresenta esclusivamente l’informazione di non essere rimaste incinte nelle ultime settimane ma che per una fetta (considerevole) costituisce anche un disagio di estremamente variabile entità, talvolta tale da costringere alcune all’assoluto riposo, fra i dolori (commercialmente denominati, appunto, “mestruali“)..

    Nel disagio, però, va compreso l’insieme di quei fastidii legati propriamente al ciclo mestruale: dalle variabili irregolarità alle problematiche fisiologiche, sino ad un vero e proprio quadro clinico psico-fisicamente sindromico. Questo si deve sia alle modificazioni fisiologiche che periodicamente avvengono nell’arco del ciclo mestruale sia al (pesante) coinvolgimento ormonale che, a sua volta, interessa pure il sistema nervoso (sia centrale che periferico). Infine, se sommassimo le incidenze delle alterazioni del ciclo (menorragia, metrorragia, etc), i disturbi clinici (ovaio micropolicistico ed endometriosi, etc.) e quelli a carico pure dell’umore (e.g. sindrome premestruale), raggiungeremmo una discreta percentuale nella popolazione femminile – tautologicamente più estesa ed importante (per frequenza) rispetto a quella delle “donne-madri“.

    Più che evidentemente la creazione di un contesto organizzativo in cui queste donne, a propria discrezione, possano usufruire, ogni mese, di qualche giornata – o mezza giornata! – di Telelavoro Domiciliare costituirebbe un beneficio. Non sarebbe risolutivo per le situazioni più gravi, quelle in cui è necessario il ricorso al medico di base per un’assenza per malattia, ma per tutti casi nei quali il commute quotidiano e la successiva permanenza in ufficio rappresenterebbero in sé un peso clinico senza dubbio sì! Di sicuro se il suddetto pensiero mainstream si ri-orientasse in tal senso andrebbe a intaccare, anche in termini di Consenso, una platea di beneficiari(e) più vasta di quella attuale..

    Un tanto premesso.. Il leit motiv di questo post non è la giustezza del consentire alle donne – per lo meno quelle in età fertile.. – la facoltà di prendersi, ogni tanto, una giornata di “lavoro a domicilio– neanche si trattasse di lavorare al telaio durante la Rivoluzione Industriale, ma questa è (ancora!) la sua definizione giuridica, almeno in Italia..! – quale mezzo di conforto per gestire al meglio le mestruazioni bensì l’opportunità, per le organizzazioni, di studiare politiche di homeshoring intensivo allo scopo d’armonizzare il fenomeno delle mestruazioni, nel suo complesso, – come si è detto inevitabile! – con le esigenze produttive.

    L’argomentazione che segue è applicabile a tutte le organizzazioni a forte componente femminile – per ragioni trascendenti dallo specifico settore – ed è frutto del rilievo sulle osservazioni condivise (anche direttamente con me) da vari responsabili/direttori del Personale in questi anni, per i quali, in siffatte condizioni, le mestruazioni acquisiscono il tratto dell’epidemicità entro lo Staff, con le più che prevedibili conseguenze organizzative, anche a livello di assenteismo (legittimo).

    Se è la Biologia ad aver indagato sugli eterogenei disagi potenzialmente legati alle mestruazioni ed, in generale, al ciclo ovulatorio, la Sociobiologia ha aggiunto un minuscolo quanto fondamentale dettaglio: in comunità di donne strettamente a contatto l’una all’altra – come ad esempio in un ufficio, non soltanto in fabbrica..! – il ciclo mestruale di queste tenderà a sincronizzarsi.

    Grazie agli studi principalmente su primati si è giunti ad indicare in questo fenomeno una fitness evolutiva volta a ridurre la competizione riproduttiva tra le femmine dello stesso gruppo (branco): se tutte le femmine hanno il medesimo ciclo ovulatorio, e pertanto pure gli stessi periodi di fertilità ed infertilità, i maschi non otterrebbero vantaggio alcuno dall’abbandonare una partner copulativa per cercarne un’altra, e possono così dedicarsi anche alle cure genitoriali.

    Nelle femmine umane – che, avendo cicli molto più frequenti, non è detto intervallino fra di essi con una gravidanza –, invece, si pensa che questa sincronizzazione, osservata per la prima volta nel 1971 da Martha McClintock su un gruppo di 135 studentesse dello stesso dormitorio, favorisca la sincronizzazione dei parti, e quindi della cooperazione ed eventuale vicariazione nell’allattamento e cura, di gruppo, dei neonati: nelle società primitive con specializzazione sessuale delle mansioni ciò potrebbe essere stato estremamente utile perché avrebbe permesso alle donne, lasciate dai mariti andati a caccia, di occuparsi, organizzando dei turni, sia dell’allevamento che dell’agricoltura.

    Ad ogni modo, sia nelle femmine animali (e primati) che in quelle umane, il fenomeno, chiamato “Effetto McClintock“, dovrebbe essere propagato da stimoli olfattivi (semiochimici). Per le femmine umane, tuttavia, più di qualche autore suggerisce che ad influire siano anche stimoli visivi (vedere il comportamento altrui durante il ciclo). In entrambi i casi sarebbe comunque (più che) sufficiente la prolungata compresenza – come nella colocalizzazione lavorativa – per il manifestarsi del fenomeno.

    Il fenomeno non ha soltanto una valenza nosografica. Esso concorre, invece, a spiegare perché il tasso di assenteismo femminile risulti, quandanche scremato dalle astensioni riconducibili alle cure parentali, più elevato di quello maschile, e maggiormente connesso a un ciclo di 28 giorni. Secondo Ichino e Moretti (2006) la ciclicità su 28 giorni crea un’addizionale differenza del 44% (rispetto alle medie generali di tutte le età) fra le assenze delle femmine in età fertile (≤45 anni) e quelle maschili. Essi concludono che il ciclo ovulatorio sia il fattore determinante nelle differenze fra l’assenteismo maschile (più basso) e quello femminile – e tenuto conto che la loro ricerca denuncia che a causa di queste sensibili differenze i datori di lavoro, in genere, riservano alle donne livelli retributivi inferiori rispetto ai maschi, di certo non è possibile imputare loro una qualunque velleità maschilista..

    Quindi, da un lato abbiamo il fenomeno della sincronizzazione del ciclo ovulatorio, dall’altro un aumentato assenteismo, in base proprio a questo ciclo, nella forza lavoro femminile. Un’interazione fra i due fattori può ragionevolmente provocare una ciclizzazione di massa delle assenze – oltreché dei precedentemente citati disagi..

    È inoltre plausibile supporre che sulla sincronizzazione possa influire, in un qualche modo, pure la dimensione del gruppo femminile: in un primo momento magari come freno – data l’eterogenea ciclicità degli stimoli olfattivi e/o visivi – ed in un secondo momento come fonte – quando gli stimoli iniziano a stabilizzarsi. Un gruppo piccolo potrebbe sincronizzarsi in minor tempo di uno grande, e de-sincronizzarsi altrettanto celermente. Non ho avuto occasione di approfondire l’argomento, ma ciò potrebbe pure significare che tanto maggiore sarà la dimensione del gruppo, tanta sarà la stabilità dell’assenteismo ciclico dovuta alla sincronizzazione.

    Appare chiaro, pertanto, che se la remotizzazione domestica di una parte più o meno ampia della forza lavoro femminile di un’azienda potrebbe, da un lato, costituire un efficiente sgravio ai possibili disagi individuali – ad esempio statuendo la previsione del “Telelavoro Imprevisto“ –, dall’altro qualsiasi accorgimento (telecollaborativo) che emancipi il personale femminile da una coesistenza forzata e costante potrebbe sortire significativi effetti in termini di riduzione dell’assenteismo.