Sul suo blog Jack Nilles ricorda la genesi di quegli studi che lo portarono a dei neologismi che successivamente han acquisito ulteriori declinazioni – oltre a quella italiana ed amena di "Smart Working":
My original motivation for the project was to discover ways of getting people out of their cars, particularly for the twice-daily commutes between home and work.
Solo vent’anni dopo, con l’avvento di Internet, la tecnologia costituì le basi per una remotizzazione diffusa; ce ne vollero ulteriori dieci per raggiungere una banda larga in grado di supportare e sopportare il traffico generato dalla dispersione geografica dei lavoratori ed altri dieci per una sufficiente maturazione nella distribuzione – il cd. “Cloud” – delle applicazioni groupware.
On New Year’s Day 2000 the FT published an interview with me about telecommuting on its front page. I thought that maybe this might turn the tide of interest in telecommuting.
È stato soltanto con la “mezza età“, però, che il “Work from Anywhere” ha conosciuto un (profondamente) inatteso successo. Il CoViD, infatti, più delle già presenti – nonché importanti… – istanze economiche, ecologiche e sociali, è riuscito a fargli fare breccia nella testa delle persone, oltretutto (spesso) riportandolo alla modalità più tradizionale prevista dallo stesso Nilles: quella domestica, cioè la più favorevole al distanziamento sociale invocato dalle misure anti-contagio.
Covid-19 forced the world to de-congregate. The traditional office was no longer an option. […] Millions of offices emptied for indefinite periods. Globally.
Cosa ci ha insegnato – od, invero, costretto ad affrontare… – la pandemia?
- Che il troppo pendolarismo, oltre a costituire un costo economico diretto (per i lavoratori) ed uno indiretto (per la Collettività, l’Ambiente, etc…), consuma, in molti casi in maniera assai meno giustificata e “giustificabile” rispetto al passato, una risorsa non solo analogamente finita ma pure celebrata: il tempo, e la salute che può risultare minata da un uso disfunzionale di questo;
- Che il Mercato del Lavoro, avendone l’opportunità, non ha invalicabili confini geografici (ad es. “South Working“), politici (incentivi e disincentivi) e di cultura d’impresa (redditi, carriere, formazione, networking, etc…);
- Che il lavoro può essere svolto da soli, in compagnia o mischiando le due situazioni a seconda della contingenza della specifica attività in cui si è impegnati e che ne costituisce una parte, e non soltanto “come si è sempre fatto“.
Va detto che ultimamente, in un afflato restaurativo più riconducibile a desiderata (politici) dei mercati immobiliare e dei servizi che ad una concreta istanza organizzativa, da più parti s’è tentato di convincere sia decisori che interessati – l’hype più recente sarebbe l’aumento dei costi delle spese domestiche, che andrebbe ad impattare, su base annua, quanto i rifornimenti di benzina in soli 2-3 mesi – della pessima Telelavorabilità dell’abitudine lavorativa acquisita durante i lock down e continuata dopo, apparentemente senza alcuna rinuncia all’efficienza ed all’efficacia richieste.
…after 49 years it appears that telework is here to stay, whatever it’s called lately. It has been almost five decades of learning, experimentation, testing, revising and expanding.
Ciò che i maliziosi detrattori si ostinano a fare finta di non vedere è che la “Scienza del Telelavoro“, le varie discipline che se ne interessano, iniziò ad argomentare la vexata quaestio della produttività fin dai suoi albori, semplicemente per corroborare la fattibilità della remotizzazione del lavoro…
Era prevedibile, dunque, che chi ci capisce qualcosa di Telelavoro avrebbe liquidato la questione con l’etichetta (quasi patologica) di #ProductivityParanoia…
