Tag: Soft Shoring

Più che rappresentare una nuova variante, a parte, del Telelavoro, il “Soft Shoring1 è un fenomeno socio-economico connesso alla globalizzazione dell’offerta di personale qualificato: grazie ad Internet un individuo può candidarsi con successo a posizioni lavorative aperte ovunque nel mondo (cfr. Tharenou, 2005), pur senza trasferirvisi stabilmente (cd. “Emigrazione Virtuale“), col solo limite della compatibilità linguistica; analogamente uno o più individui, ad esempio associatisi in un Network Telelavorativo, possono acquisire commesse bandite da aziende di altri paesi, o sub-sub-[…]-appalti di commesse (Ubiquitous Human Computing) già appaltate a fornitori primari, indifferentemente dalla distanza geografica…

Questa globalizzazione è vincolata ma persino svincolata dagli eMarketplace; è stato, tuttavia, il successo di questi ultimi a suggerire la opportunità, per singoli lavoratori e micro-imprese (associative) di perseguire, grazie alla Telecollaborazione, l’internazionalizzazione delle proprie attività, analogamente all’iter perseguito dalle multinazionali e poi dalle aziende dalle dimensioni via via più contenute — fino ad arrivare alla specializzazione più pronunciata o, nel caso delle imprese, alle rispettive nicchie di mercato.

In un’epoca per lungo tempo caratterizzata dalle delocalizzazioni (Offshoring) delle aziende verso gli stati con un Costo della Vita — e pertanto anche del Lavoro — ridotto al fine di speculare su quelli di esercizio e di produzione, ottenendone un margine, i lavoratori si sono adeguati, reinterpretando lo stesso metodo a proprio favore, in una prospettiva riconducibile all’oramai rodato eBusiness “B2B (“Business-to-Business”), ossia di erogazione di servizi e prestazioni professionali (cd. “subforniture“) a favore esclusivo di committenza aziendale, gestite prevalentemente online.

A marcare la differenza fra Offshoring e Soft Shoring non è solamente la direzione del fenomeno — organizzativamente ed economicamente parlando top-down (azienda → lavoratori) il primo e bottom-up (lavoratore → aziende) il secondo, nonché dai luoghi con più alti costi della manodopera verso quelli con costi minori il primo e all’inverso il secondo — ma soprattutto i contenuti dello stesso: ad essere esportate — e quindi importate dalle aziende — sono prestazioni intellettuali, la cui remotizzabilità, a livello di catena di comando (e feedback) come di esecuzione, appare vieppiù vistosamente praticabile, in virtù, anche, della progressiva riduzione dei costi strumentali (cfr. Kannellopoulos, 2011), che ne ha esteso la sostenibilità perfino da parte di soggetti rasenti la incapienza — il caso di molti lavoratori ed aziende nelle economie emergenti.

D’altro canto il Soft Shoring, letteralmente l’esternalizzazione di attività di tipo “soft” (impiegatizie, non necessariamente di concetto) anziché “hard” (di tipo industriale o manifatturiero), non è applicabile esclusivamente ai paesi in via di sviluppo bensì, invero, in tutte le situazioni in cui sussista un percepibile differenziale socio-economico — occupabilità, retribuzioni, fiscalità, qualità della vita, dei servizi pubblici, etc. — tale da innescare l’Offerta, la Domanda od entrambe.

È quanto accade negli Stati Uniti da diversi lustri, ad esempio, nei quali lavoratori residenti — e ivi contribuenti2 — in stati federali periferici rispetto ai centri economici telecollaborano con e per aziende di questi ultimi, non dissimilmente dal caso del Telelavoro Transfrontaliero (“cross-border”) fra Svizzera ed Italia. Il quale costituisce, da un lato, un’ulteriore forma in cui si incarna la “fuga di cervelli” (“Brain Draining”) dal nostro paese — permettendo un abbassamento della soglia di accesso (finanziaria, logistica ed affettiva) a tale contromisura sociale — e, dall’altro, un ulteriore stimolo all’emersione del dumping salariale (“wage dumping”) e sociale (“Social Dumping”) nel paese in cui risiede la committenza.3

Note
  1. In realtà il termine è usato in diversi ambiti ed è stato persino oggetto di brevetto per tutt’altri scopi, ed oltretutto ad indicare il medesimo fenomeno sussistono diverse denominazioni; la preferenza è caduta su Soft Shoring, in questa sede, per via dell’assonanza con “OffShoring”;
  2. L’argomento delle collateralità sulla tassazione locale da lavoro nel caso di remotizzazione è stato oggetto, negli USA, fin dal “Telecommuter Tax Fairness Act” del 2005 (S. 2785, 108th Congress, 2003–2004), di legislazioni federali tese ad armonizzare la eventuale multipla imponibilità fiscale; nella UE una analoga impostazione è rilevabile nei regolamenti ispirati al principio della cd. “libera circolazione delle persone” fra gli stati comunitari (Reg. CE 883/2004, Reg. CE 987/2009);
  3. Nel caso specifico della Svizzera, paese non comunitario già dotatosi di leggi stringenti per contingentare l’accesso dei “lavoratori frontalieri” italiani reclutati dalle imprese locali, la discussione politica sta da tempo affrontando la questione del potenziale aggiramento di tali normative attraverso il Telelavoro (e.g. I frontalieri ci fregheranno col telelavoro?, TicinoNews, 10/07/2014).
Bibliografia
  1. Kanellopoulos, Dimitris N.. (). How can Teleworking be Pro‐Poor?. Journal of Enterprise Information Management;
  2. Tharenou, Phyllis. (). International Work in Domestic Jobs: an Individual Explanation. The International Journal of Human Resource Management, 16(4), 475-496;
  • Telearbeit Über Alles (In Der Welt)

    Telearbeit Über Alles (In Der Welt)

    Che la Germania fosse tautologicamente tedesca nell’adoperarsi per l’accumulo e lo sviluppo di risorse economico-finanziarie, strumentali e soprattutto umane l’avevano già dimostrato la pur difficoltosa risalita della china dalle esiziali prescrizioni di Versailles – requisito dell’iniziale supremazia tecnica ed umana tedesca nel secondo conflitto mondiale –, la portentosa resilienza del Dopoguerra e l’ammirevole gestione del post-Unificazione. Che, d’altro canto, la Germania abbia insistito ad essere sempre analogamente tedesca nell’atteggiamento espansionistico-imperialista lo dimostrano il posizionamento che, in trent’anni, si è conquistata nell’Unione ed i condizionamenti che, grazie ad esso, ha potuto sostenere. Del resto questi due tratti, preparazione ed espansionismo, soprattutto in un’Economia come quella attuale, si alimentano a vicenda.

    Persino nella contingenza del Coronavirus la preparazione tedesca, salvo qualche defaillance da – chiamiamolo così – eccesso di fiducia, sembra essersi distinta, per l’efficienza e l’efficacia dell’intervento igienico-sanitario e l’entità e la rapidità dell’intervento socio-economico, rispetto ad altri (comparabili per dimensione e popolosità) paesi UE, fra i quali pure l’Italia. Civilmente parlando si potrebbe dire che la Germania probabilmente avrà corruzione, infiltrazioni mafiose e criminalità dei colletti bianchi perfettamente in linea con le medie europee; ciononostante sembra essere stata in grado di addomesticare queste tare quel tanto che basta da non fiaccare, o talora compromettere, la qualità, la quantità né la prontezza della reazione richiesta dall’emergenza. Con la stessa prontezza la Germania, coerente con la propria proattività verso la preparazione, pare già alacremente impegnata nella pianificazione del “dopo

    È plausibile che anche la dichiarazione del Ministro del Lavoro di voler procedere ad una istituzionalizzazione del Telelavoro Domiciliare costituisca uno fra i tantissimi tasselli di questa pianificazione. Finora si tratta solo di un annuncio,1 ovviamente ancora privo delle argomentazioni pure soltanto propedeutiche ad una trattazione di tipo normativo, ma è pur sempre un annuncio tedesco: interpretabile come un invito agli individui ed alle aziende di qualsiasi dimensione perché si preparino a prepararsi all’eventualità, scontata considerando gli scenari economico-sanitari prospettati, di ritrovarsi, già fra pochi mesi, fortemente stimolati a disperdere geograficamente le proprie risorse umane: iniziando dalla soluzione già pronta e più socialmente distanziante, il Telependolarismo (Work From Home), affrontare ed approntare le altre forme di Telelavoro (Remote Working) potrà rivelarsi soltanto una strada in discesa.

    Infographic: Where Europeans Get To Work From Home | Statista

    Distribuzione dei lavoratori di alcuni europei che, nel 2018, regolarmente lavorano da casa. Fonte: Eurostat. Si noti la mediocre percentuale della Germania

    Anche in Italia, ad esempio, sulla scorta dell’osservazione di centinaia e centinaia di migliaia di impiegati ritrovatisi dall’oggi al domani ad improvvisarsi telelavoratori domestici, qualcosa sembrerebbe iniziare a muoversi, ma sempre con modalità e tempistiche distanti dalla preparazione teutonica: non c’è un Ministro del Lavoro, col ruolo che ricopre, a lanciare un sasso nello stagno ma al massimo un Segretario Sindacale che, più che legittimamente, invoca semplicemente l’aggiornamento – ci si auspica anche nelle definizioni… – di una legge che, seppur giovane, è stata resa già vecchia dalla Storia degli ultimi mesi. Piuttosto che una preparazione strategica questa pare una richiesta, flemmaticamente italiana, per una manutenzione straordinaria ad un pezzo di minore importanza, in un Sistema nel quale nessuno sembrerebbe volerci davvero mettere le mani


    La preparazione (Preparedness) è un’altra cosa, e se la mossa del ministro tedesco fosse proattivamente incassata da lavoratori ed imprese la Germania sarebbe nella posizione di accumulare tanto vantaggio competitivo quanto sarebbe il ritardo accumulato dagli altri paesi nell’allinearsi alla medesima presa d’atto sul ruolo del Telelavoro, non più prevalentemente sociale – cui sembrano ancora affezionate Francia ed Italia – bensì sempre più strategico, nell’orizzonte attuale.

    Non le servirebbe, poi, molto: le basterebbe sfruttare i vantaggi che che già ha, ad iniziare dalla propria dimostrata capienza economico-finanziaria — (minima) parte della quale ben potrebbe essere girata su investimenti mirati —, ed effettuare un empowerment digitale del proprio tessuto economico-produttivo, stimolandone — così è possibile interpretare l’uscita del Ministro — pure il successivo self-empowerment, sufficiente a fargli colmare i gap che, senza dubbio (vedasi le inclusioni da Statista.com), ancora dimostra chiaramente di scontare, rispetto persino a due paesi limitrofi…

    Un vantaggio competitivo che potrebbe avere persino sfumature espansionistiche a discapito dei paesi ritardatari ma che può essere facilmente descritto:

    Considerazioni Green
    Dalla ingenua constatazione degli effetti benefici dei lockdown sullo smog nelle aree congestionate di ogni parte del mondo agli studi sulla correlazione fra inquinamento atmosferico e mortalità da SARS-CoV-2 – e ce ne sono (stati) anche sulla veicolabilità del virus grazie ai PM10 – non ci si può che attendere una rinnovata e potenziata coscienza ecologica, almeno bottom-up, oggi ancor più giustificata dall’esigenza, igienica, di disperdere anziché concentrare le persone. La già sussistente, ubiqua, tendenza a promuovere culturalmente e politicamente una riduzione delle emissioni, ad iniziare da quella più banale, relativa al commute (trasferimento casa⇆lavoro) con mezzi inquinanti, privati o pubblici, non solamente ne sarà corroborata, ma potrebbe diventare uno dei fattori per attribuire un’”etichetta di qualità” alla “Responsiveness” (capacità di rispondere, adeguarsi)2 di un paese od una specifica regione (amministrativa, geografica, economica) sia al problema che alle soluzioni stabilite dall’UE.3
    Inurbamento ∴ rischio focolaizona rossa
    Altro fattore di responsiveness alla contingenza attuale nonché di preparedness, pure strategico-economica,4 ad una analoga potrebbe essere costituito da un approccio di maggior centrifugicità territoriale: spuntano già qua e la pareri di illustri urbanisti che propongono ripensamenti degli spazi urbani fino allo sparpagliamento verso la provincia, cui rispondono tecnocrati dei trasporti con ipotesi di soluzioni ad hoc ed a cui fanno eco le strazianti ansie di agenzie ed investitori immobiliari. Ciò non toglie che fra i requisiti di affidabilità di una regione od una singola città potrebbe emergere la minimizzazione del rischio di poter essere trasformata in una zona rossa, dalla quale non poter uscire né entrare, con un sistema economico di fatto semi-sospeso non si potrebbe a priori sapere in quali settori e potenzialmente considerabile come “untrice5 già dalle zone limitrofe,6 al netto del potenziamento delle contromisure sanitarie.
    Digital Divide, Digital Empowerment ed Industry 4.0
    Ultimo fattore di responsiveness è l’adeguamento di infrastrutture ed individui alla rinnovata grandezza dei requisiti digitali, maggiorata dalla contingenza, e ciò non soltanto a livello lavorativo ma anche civile: di certo vi sarà ancor più bisogno di saper acquistare online, dialogare telematicamente con la P.A. ed in special modo con la Sanità, ed in generale maneggiare strumenti digitali; d’altro canto, a livello lavorativo, coll’irrinunciabile decollo della cd. “Industria 4.0“, l’opportunità di una maggior digitalizzazione dovrebbe includere pure i settori industriale e manifatturiero. “Last but not least” questo fattore, che invece è il riconosciuto prerequisito essenziale7 pure solo per percorrere gli altri due.

    Statistic: Share of employed people aged between 15 to 64 that sometimes or usually work from home in selected European countries in 2018 | Statista

    Distribuzione dei lavoratori di alcuni europei che, nel 2018, regolarmente o meno, lavorano da casa. Fonte: Eurostat. Si noti anche qui la posizione, mediana cioè assai migliorabile, della Germania

    È più che sufficiente, a questo punto, porsi una semplicissima domanda:

    Potendo rivolgersi a qualsiasi fornitore di servizio su un mercato mondiale un’azienda cliente, dopo il COVID-19, ne preferirà uno che, ancorché a disparità di prezzo, avrà adottato tutti gli accorgimenti noti per la propria Business Continuity, fra i quali la Dispersione Geografica della propria Forza Lavoro, oppure uno che sarà ritornato alle proprie “abitudini operative” precedenti, per quanto regolarmente dimostratesi efficienti ed efficaci prima del COVID-19..?

    Pur ammettendo altrettanta (ingenua) abitudinarietà da parte dei Small-Medium Business i Big Spender non credo avrebbero dubbi a rispondere

    Ogni semestre di tentennamento delle aziende degli altri paesi, a fronte di imprese teutoniche che avessero già colto l’assist del proprio ministero, aumenterebbe l’esposizione al rischio di subire un “Blitzkrieg Virtuale“, commerciale, da parte delle seconde entro i propri mercati locali di riferimento. E saremmo appena alle potenziali conseguenze di un “effetto annuncio“. Qualora vi seguissero anche i fatti, con quel tanto di sistemico adeguamento dell’intero sistema-paese attraverso la “testa di ponte” giuslavoristica di un diritto individuale a telelavorare persino da casa, peraltro non nuovo nel Vecchio Continente,8 la Bundesrepublik potrebbe accreditare istituzionalmente tale vantaggio competitivo di sistemica maggior affidabilità

    …E tutti sappiamo cosa ha sempre fatto la Germania coi propri vantaggi competitivi: dall’alto della propria posizione comunitaria ha sempre teso — oserei aggiungere: più che legittimamente — ad amplificarli per via politica9


    Ultima considerazione: l’espansionismo tedesco, sempreché — prerequisito fondamentale, data l’attuale posizione tutt’altro che entusiasmante in termini di virtualizzazione organizzativa nelle statistiche europee — le sue imprese capissero l’antifona del Ministro e, gettando il cuore oltre l’ostacolo, vi corrispondessero con la tradizionale teutonicità, potrebbe estendersi dai vari mercati di servizi al Mercati del Lavoro nazionali con vieppiù operativamente sostenibili politiche di Soft Shoring (offshoring/delocalizzazione digitale di mansioni intellettuali mediata dal Lavoro Distribuito).

    Anche in questo caso è possibile sintetizzarne l’eventualità con una semplice domanda:

    Potendo lavorare per un’azienda tedesca, con retribuzioni e prospettive di crescita e carriera tedesche, con la Previdenza tedesca, senza nemmeno spostarsi in Germania se non per uno-due giorni alla volta, che si è assicurata di poter continuare a lavorare in qualsiasi situazione, un lavoratore abbastanza “drainable” vi prefrerirà una simile a quella che non ha potuto far altro se non rinunciare a rinnovargli il contratto oppure metterlo agli ammortizzatori sociali, magari chiudere, ed insiste nelle proprie inerzie a tappare le falle delle proprie vulnerabilità?

    La prospettiva, proprio se non di veder spuntare un bel po’ di “Virtual Expats” (“Emigrati Virtuali“), è quella di veder spuntare qua e la “Insider” nazionali — potremmo anche chiamarli “Collaborazionisti“… — basisti dell’espansionismo commerciale germanico.

  • Sviluppatori di tutto il mondo… Remotizzatevi!

    Sviluppatori di tutto il mondo… Remotizzatevi!

    Nel Developer Survey 2015 vengono declinate moltissime informazioni gustose per chi, come me, fa il developer. Fra queste una è tutta dedicata alla relazione fra retribuzione e grado di remotizzazione dello sviluppatore (software), rispetto alla quale le risposte possibili erano: mai, raramente, in remotizzazione parziale ed in remotizzazione totale.

    Aldilà delle molte spiegazioni socio-economiche che potrebbero essere inferite colpisce il dato per cui i developer totalmente remotizzati sembrerebbero percepire retribuzioni superiori alla media, molto superiori. Di contro quelli totalmente co-localizzati sembrerebbero essere retribuiti sotto la media. Ciò vale considerando globalmente i responsi sia differenziando per macro-aree geografiche.

    Remote work pays. Developers who work remotely full-time earn about 40% more than those who never work remote

    A voler essere più precisi la tendenza è di una aumentata redditività dell’attività di development all’aumentare della frequenza della remotizzazione, tant’è che – così sembrerebbe – in nessuna delle macro-aree identificate è plausibile raggiungere la media della retribuzione senza almeno un filino di remotizzazione.

    Pur con tutte le cautele necessarie nel trattare rilevazioni come quella di StackOverflow almeno questa parte bassa della distribuzione potrebbe essere spiegata adducendo tre possibili motivazioni, una più interessante dell’altra:

    • Si confermerebbe il nesso logico fra remotizzazione ed un aumento della produttività, magari anche grazie al positivo influsso dell’isolamento, tale da ingenerare (concretamente) una maggiore redditività;
    • La diffusione del Telelavoro in questo settore, tanto tradizionalmente quanto paradossalmente assai “Telework Skeptic“, potrebbe essere tale da assumere dimensioni economiche, peraltro significative;
    • Gli sviluppatori, da un lato potendo e dall’altro dovendo – questo già solo per raggiungere la media retributiva –, potrebbero aver imparato a sfruttare il moonlighting ed in genere il secondolavorismo.

    Queste considerazioni, come si è detto, potrebbero esser applicate alla distribuzione nel suo complesso, senonché nella parte alta probabilmente giocano un ruolo di primaria importanza proprio le differenze geografiche – e quindi economiche. Infatti..

    The disparity is more pronounced in developing countries

    Come si potrebbe giustificare il fatto che in India, destinazione oramai storica di tante delocalizzazioni nel settore IT, e in Russia, culla pure di tantissimi progetti nonché di attività spesso se non proprio illecite (malware) quantomeno assai fastidiose (spam), uno sviluppatore remotizzato full-time guadagna il doppio di quello co-localizzato?

    Non è possibile escludere che i suesposti fattori qualitativi (e.g. aumento della produttività) influenzino in qualche modo il fenomeno. D’altro canto la spiegazione più semplice è economica: probabilmente gli sviluppatori indiani e russi, che abbiano o meno un lavoro co-localizzato, sono in grado di assorbire una parte della domanda (estera) di commesse IT restandosene comodamente a casa loro

    Anche in questo non c’è alcuna novità. Si tratta di uno scenario ampiamente prevedibile, e previsto, da anni. Meno prevedibile è lo smacco, di sapore squisitamente pecuniario e pertanto anche difficilmente occultabile, per tutti quei paesi, Italia in testa, che si ostinano a crogiolarsi a discutere sull’opportunità del Telelavoro quando la competizione nella delocalizzazione delle mansioni intellettuali (Soft Shoring) è già nel vivo

  • Dai, facciamo gli Indiani..!

    Dai, facciamo gli Indiani..!

    La questione del lavoro precario è oggetto di accalorate interpretazioni all’interno della attuale discussione1 sul Welfare,2 stimolate più che sopite dal recente referendum nelle fabbriche3 — dove la percentuale di lavoratori precari, peraltro, è notariamente inferiore rispetto, ad esempio, al terziario. Fra le questioni più controverse 4 c’è ovviamente quella relativa alla durata dei contratti a progetto e del loro rinnovo, dopo 36 mesi, non più in sede privata (l’azienda) ma istituzionale.

    Personalmente trovo ovvia la posizione di Confindustria — benché me la sarei aspettata più da Confcommercio o Confartigianato —, che annovera fra le sue schiere anche aziende molto piccole, nane, in cui è più sentita l’esigenza di precariato — pardon: flessibilità — e che deve comunque continuare a sostenere un determinato atteggiamento culturale; meno comprensibile, invece, è quella del governo, che dovrebbe aver ormai compreso con chi si trova ad avere a che fare.

    Tutti vogliono far portare allo Stato acqua al proprio mulino; non è uno scandalo. Il solo modo per affrontare tale empasse, quindi, è quello solito, vale a dire di girarci attorno, come si dice, “colpendo ai reni“. Un buon “guantone“, in tal caso, potrebbe essere costituito dal Telelavoro; il “pugno” ce lo dovrebbe mettere, invece, lo Stato.

    Dopo la mia vecchia idea d’impiegare il Telependolarismo per appressare il “costo della vita” dei precari al loro “costo del lavoro” eccone qui un’altra, orientata al sostegno dell’outsourcing in Telelavoro, con o senza Homeshoring.

    Il punto di partenza, e il fulcro di potenziali interventi, è il mercato del lavoro che, attualmente, e per varie ragioni, è favorevole ai datori di lavoro e pertanto — banale legge della domanda e dell’offerta, in un contesto che pare essersi dimenticato di Keynes — sfavorevole ai lavoratori. Almeno in Italia.

    Potendo godere degli stipendi tranquillamente corrisposti per le medesime mansioni in altri paesi UE, invece, i nostri precari (e molti altri) se la passerebbero davvero meglio. L’idea, dunque, sarebbe quella di farglieli percepire – magari un po’ ridotti – senza farli espatriare (e magari da casa o molto vicino ad essa). Il risultato sarebbe una riduzione dell’offerta nazionale di lavoratori che potrebbe portare ad un’indiretta sensibilizzazione delle aziende nei confronti del fenomeno precariato.

    Tecnicamente si tratterebbe di modificare la legge 30 in modo da non gettare l’idea dello Staff Leasing, inviso a molti, ma di trasformarlo in un presidio esclusivamente destinato a imprese che rivolgano all’estero i propri servizi. In parallelo si tratterebbe di sostenere, con finanziamenti e benefici fiscali – di soldi ce ne sono in abbondanza -, le aziende che volessero affrontare investimenti, tecnologici e non solo, atti a convergere verso questa modalità di business. Tra queste ci metterei ovviamente pure quelle che offrano servizi tipo Centro Satellite, e quindi anche gli Internet Café almeno un po’ evoluti e gli hotel dotatisi di servizi business. Nondimeno vedrei ottima la detraibilità o deducibilità fiscale dei costi di collegamento, in uso promiscuo, per i privati che dimostrassero di lavorare da casa, per l’estero o meno.

    L’obiettivo dovrebbe essere quello di osservare la nascita, o la riconversione, di aziende – non solo di somministrazione di lavoro e/o di recruitment, tutt’altro.. – completamente orientate al Mercato estero dei servizi. Un po’ come fanno i paesi (ormai ex-)emergenti, che svolgono in outsourcing una miriade di attività , da quelle che richiedono un basso livello di professionalità (i.e. call center ? customer service) a quelle altamente skillate (i.e. la produzione software).

    È proprio in questa “fascia alta“, tra l’altro, che si concentrano le delusioni dell’attuale generazione di laureati italiani – architetti, aziendali, letterati e, ahinoi, anche scienziati (di tutte le branche) – che spesso, dopo aver investito tempo e denaro nell’illusione di una condivisa (in teoria) aspettativa sociale, si ritrovano, magari, grazie al loro master in genetica, a poter ambire (anche) alla pulizia di un laboratorio per 8,00 € all’ora (al lordo ovviamente..), quando altrove verrebbero accolti a braccia (e tasche) aperte. Già me li vedo, dei bio-architetti (tipologia di architetti prodotta invano in Italia..), elaborare e/o correggere progetti di case e condominii francesi, tedeschi, inglesi, svedesi, etc. e poi restituirli a studi di questi paesi (in cui non si scherza né con l’ecocompatibilità né con il paesaggio, figuriamoci coi piani regolatori).

    Consentire a queste persone, e non solo – non ci sono soltanto cervelli in fuga, ma pure cervellini niente male.. -, di restare in questo paese pur lavorando per l’estero avrebbe almeno tre vantaggi collaterali: da un lato, riducendo il brain drain (a qualsiasi livello), si potrebbe arginare l’attuale, effettivo, spreco di risorse finanziarie spese per sostenere la formazione; dall’altro si potrebbe ottenere un aumento del gettito, incamerando tra l’altro capitali stranieri, non sommersi; infine ci si esporrebbe al rischio di una influenza indiretta nell’economia italica. Non sia mai che questo paese magari esca dal medioevo.