Tag: Telergofobia

La “Telergofobia” (mio conio) è l’avversione verso la situazione telecollaborativa non motivata da razionali considerazioni in merito allo specifico contesto (che può essere più o meno “telework compliant“) di applicazione.

  • Lo "Spintone" Evolutivo…

    Lo "Spintone" Evolutivo…

    Da svariati lustri, ormai, fin da prima che andasse in pensione e solo anni dopo in una vera quiescenza, ho confronti intellettuali con mio padre: ex-dirigente industriale, ex-“tagliatore di teste“, ex-assessore comunale (al Personale), ex-controparte (datoriale) nella contrattualistica nazionale e così via… Fra il divertito ed il laconico sono solito spiegare che anziché portarmi a pesca, prendendo a prestito dall’immaginario cinematografico americano, mi ha edotto sulla sua più spiccata competenza ed abilità: le dinamiche organizzative (anche nella naturale contestualizzazione politica, in senso lato)…

    Da almeno vent’anni ci confrontiamo anche riguardo al Telelavoro — dettaglio: quando è stato assessore, Anni ’90, l’ha caldeggiato, ed ancora adesso, sulla soglia degli ottanta, lo considera assolutamente ovvio laddove viabile… — e prevedibilmente il Coronavirus, sin dai primi momenti, è stato un tema caldo pure rapportato al primo: nonostante la quiescenza e la differenza d’età, infatti, entrambi siamo stati consci che l’unica soluzione sarebbe stata ricorrervi, ed il più presto possibile, già ben prima che un DPCM lo decretasse; analogamente siamo stati da subito consci che la carenza di progressività nell’adozione avrebbe causato disagi

    Posso parlare solo per me dicendo che, sollecitato anch’io dallo stato di emergenza, mi sono concentrato soprattutto sulle possibili lacune pratiche dei neo-telelavoratori, sul ritardo strategico delle imprese e sull’imbarazzante approccio normativo. Ora che, bene1 o male,2 il meccanismo va operativamente rodandosi se ne notano gli effetti collaterali, senza dubbio favorevoli, seppur prevalentemente nel medio-lungo periodo,5 pur’io mi trovo a contemplare entità eccessive6 delle mie stesse elucubrazioni futurologiche, tali da costituire significativi problemi nel brevissimo7 ma solo un assaggio delle naturali compensazioni rispetto a questi.8

    Volendo tentare un’analogia cinematografica ben più ficcante di quanto potrebbe apparire ben si potrebbe citare la scena cubana di uno dei più recenti Fast & Furious in cui, a causa dell’embargo statiunitense (la siderale lontananza dalla preparedness di questi), a gareggiare sono due scassoni (i paesi europei), fra i quali quello ancora più scassone (il nostro) deve prima essere elaborato alla meglio (agevolazione all’adozione dello “Smart Workingprivato all’inizio dell’emergenza) già solo per partecipare; si spera non anche auto-disintegrarsi pur di vincere, poi, la sfida. È chiaro che siamo ben distanti dalla classica muscle car e/o veicolo ipertecnologico che caratterizzano il resto del franchise ma che richiedono tutt’altro che solo parti originali ed una messa a punto tanto accurata quanto specializzata…

    Analogamente, infatti, il cigno nero del CoViD-19 ha richiesto di sovra-alimentare — ma forse si potrebbe anche dire over-clockare — una situazione, quella sull’adozione del Telelavoro, che è immediatamente apparsa per lo scassone che almeno vent’anni di carente messa a punto ci hanno consegnato: capace di un boost, sì, ma a quale prezzo?

    Forse da troppo tempo esposto alla malizia di mio padre nel rilevare i retropensieri maliziosi altrui l’ho coniugata con una complementare bona fide. Magari è proprio vero che l’intellighenzia ed i primati hanno continuato ad attribuire al Telelavoro esclusivamente una valenza sociale, a favore di lavoratori con prole e/o famigliari di cui occuparsi o per agevolare una maggior salubrità nel Work/Life Balance, tematiche che, se trattate dilettantisticamente, son buone per un salotto culturale e per solleticare qua e là il potenziale elettorato, ma suonano nelle orecchie dei decisori come “benefit“, quindi se va bene di marginale importanza e se va male assolutamente da evitare: “labor“, in latino, significa pure “sofferenza” ed il Paese è notoriamente ricco di “latinisti“, che si sostengono culturalmente l’un l’altro nonostante le evidenze contrarie di un secolo di teorie organizzative sulla produttività individuale e collettiva…

    Tuttavia sempre mio padre mi ha influenzato sull’esigenza d’una diligente rassegna stampa, quantomeno sui temi di mio interesse e di mio interessamento, sicché — prendo ad esempio il caso dello Snowmageddon a Roma del 2010 — trovo, se non già da culpa lata, come minimo sciatta l’assenza di un approfondimento finanche superficiale sul tema a partire dalle contromisure escogitate altrove9 di cui s’abbia notizia,10 preferendovi autoreferenzialmente insistere in un pedissequo citazionismo normativo. Non dico da vent’anni ma quanto si sarebbe potuto fare dal 2010 per non ritrovarsi “in braghe di tela” di fronte ad un qualunque repentino stravolgimento dello “status quo”?

    La “foglia di fico” della Telelavorabilità, dopo esser stata pudicamente incollata a tanti, troppi lavori, già nell’arco di alcune settimane è stata, bene o male — come si è detto —, strappata via dall’esigenza di evitare il totale black-out dell’operatività, soddisfacentemente garantita.

    Tempo alcuni semestri ed il lavoro privato si adeguerà, seppur elaborando la propria struttura sostituendo le parti originali con pezzi nuovi o comunque più idonei alla sfida. Il motivo è semplice: se sai già lavorare il Telelavoro ti cambia principalmente la maniera in cui lo fai, non i suoi effetti.11 Quello pubblico, paradossalmente, secondo me si adeguerà anche prima: non esiste altro contesto organizzativo in cui la proceduralizzazione sia tanto propensa, ma così anche la passibilità d’automazione, sicché lo scenario più spiacevole potrebbe manifestarsi dapprima in una ulteriore disintermediazione fra procedure e cittadini/imprese (e.g. comunicazioni telematiche), con vari lavoratori meri “controllori ex post“, e successivamente in una polarizzazione fra qualificati ed esuberi di fatto (pensionandi?).4

    Non è la quotidiana operatività lavorativa a dover preoccupare, anzi: chiamati  — come invero siamo, per esempio dagli impegni finanziari che ci stiamo prendendo con la UE — a dare un boost alla nostra produttività e dunque al PIL per fugare i rischi di accendere ipoteche sugli anni e le generazioni a venire l’occasione è d’uopo per un rimpasto realmente meritocratico, nelle conseguenze e non, come “si è sempre fatto“, nelle premesse, nella forza lavoro. Sono gli effetti collaterali positivi, a questo punto, a sollecitare maggior attenzione, ed ancor di più i danni collaterali e le ripercussioni che una adozione massiccia di questa modalità — ripeto, senza un percorso di transizione ben governato — può generare sulle città,12 tenendo altresì conto di non mortificare i primi mentre si porta avanti una exit strategy ormai irrinunciabile, nondimeno inoccultabile, sui secondi…

    Sarebbe sperabile che al percorso di transizione ben governato invocato dal Sindaco di Milano, che ha aggiustato il tiro rispetto alle infelici dichiarazioni di qualche giorno prima,13 non corrisponda soltanto il mero ripristino tout court dello status quo antecedente a mesi e mesi di homeshoring dei comunali meneghini, che oggi suonerebbe come una vera e propria restaurazione degli interessi economici di tutto l’indotto commerciale, che con l’accentramento di persone dalle periferie non solo garantisce occupazione ma ha vieppiù corroborato spunti per la speculazione, a danno di quelli che Sala definisce i più deboli. Iniziando, tuttavia, dai lavoratori, pubblici o privati, indotti da questo stesso accentramento (geografico) a sostenere spese solo nelle ultime decadi diventate oggettivamente evitabili (con la remotizzazione) ma che già da prima, sotto l’egida di un mercatistico laissez-faire, si erano gonfiate trasformando il legittimo e meritorio “rapporto Qualità/Prezzo” in un legittimato ma meno meritoriorapporto Centralità/Prezzo“, a sua volta inquinato, in termini di Concorrenza, dalla rendita di posizione: tendenzialmente immutabile nonché perciò conservatriceprotezionistica, a discapito della salubrità dello stesso Mercato…

    Il Telelavoro, di fatto, ci sta facendo scoprire che certe abitudini che ritenevamo inossidabili e soprattutto ineluttabili altro non erano che “bolle speculative” per troppo tempo mantenute. Sarebbe naïf, controproducente e pericoloso imporre alle persone di sottostarvisi di nuovo, in assenza di garanzie sulla programmazione di eque contropartite fin dal prima possibile…

    Tutt’altro che naïf, ed invece senza dubbio assai ponderata, l’altra invocazione di Sala per un possibile ripensamento adeguato ai tempi, dei diritti e dei doveri in generale. Forse di un nuovo Statuto dei lavoratori, a riprova che il lavoro pubblico sia già percepito come solo una parte della sfida da affrontare.14 Non vorrei risultare troppo ottimista od in bona fide ma se un domani venisse sancita la integrazione del Telelavoro nella Legge 300, superando l’accessorio contrattuale qual finora è stato (costretto ad essere), dovremmo riconoscerne il merito a questa precipua scintilla. A suggerire qualche scetticismo, invece, l’aspettativa che non sia superato il regolatorio astrattismo previsionale finora riservato alla questione, laddove il percorso di transizione, cioè la citata strategia d’uscita (dall’induzione a spendere di più rispetto al rapporto qualità/prezzo), andrebbe governato considerando, sì, i tempi di adattamento dell’indotto commerciale ed occupazionale attuale, ma anche che questi tempi verranno finanziati dalle tasche dei lavoratori e dall’indotto commerciale ed occupazionale in pectore (geograficamente re-distribuito), ovvero da un efficientamento sempre produttivo delle spese, e, last but not least, le prospettive a medio termine sulla profilassi sanitaria,1516 rispetto alle quali non si potranno avere amnesie sul ruolo del Telelavoro in funzione del distanziamento sociale.17

    Va a mio avviso ripreso, rielaborandolo, il concetto ben espresso dall’hashtag internazionale #FlattenTheCurve per il contenimento del contagio entro i limiti di sostenibilità dei sistemi sanitari, comunque ben sapendo che il virus, più che evitato, avrebbe dovuto essere endemizzato, fino ad arrivare almeno alla immunità di gregge. In questo caso la sostenibilità è la situazione di diversi comparti economici mentre la curva il tempo per riorganizzarsi, a provare a reinvestire nella propria attività e adeguarla ad un nuovo modello, inziando con un taglio all’incidenza della locazione sui prezzi finali e1819 e continuando coll’accompagnamento verso una progressiva accettazione della dispersione geografica del lavoro, a fronte di una riappropriazione degli spazi urbani da parte della cittadinanza (e del turismo). Tenendo conto che la pandemia ha solo accelerato20 fenomeni noti21 ben più complessi e macroscopici e che non si può né dunque si deve prescindere da una digitalizzazione dei lavoratori, con tutto ciò che questa potrebbe comportare…

    …Che poi, oltretutto, la traccia per imbastire questa progressività è già bella che pronta, testata, ed è stata già usata per diffondere culturalmente il Telelavoro dal lavoro pubblico a quello privato: la normativa statiunitense a riguardo. I differenti tipi di Telelavoro che contempla — in ordine di episodicità: “emergenziale” (e.g. pandemico), “unscheduled“, “medico/igienico“, “situazionale” ed infine “di routine” — sarebbero perfettamente adattabili all’esigenza di governare la transizione poco a poco, ma almeno iniziando,22 anche in termini legislativi.

    A meno che non avesse avuto sempre ragione mio padre ad essere più malizioso

  • Sala, Tempora Currunt…

    Sala, Tempora Currunt…

    Essendo pubblivoro apprezzo la pubblicità fatta bene. Essendo meno capiente degli uffici strategici delle aziende che la fanno tento da sempre di carpirne le sottostanti segrete analisi sui trend di mercato facendo dei confronti con altre informazioni disponibili: per esempio l’attuale battage dell’automotive mi risulta più significativo della sofferenza del settore di tanti articoli. Ad ascoltare le pubblicità televisive e radiofoniche è tutto una “ripartenza“, orgogliosamente patriottica se possibile — seppur con sedi legali e fiscali della committenza in qualche cd. “paese frugale“. Ripartenza che, come nelle soap o nei manga, dovrebbe necessariamente avvenire tornando nel preciso momento nel quale si era conclusa la puntata precedente, con tanto di recap, od ancora peggio interrotta dai consigli per gli acquisti: non cambiate canale! sembra l’esortazione…

    …Invece il canale tanti spettatori non potranno che cambiarlo pur evidentemente essendovi affettivamente attaccati: iniziando da quelli che si beccheranno altre settimane di ammortizzatori sociali (CIG, FIS), pertanto a stipendio — già sotto le medie Occidentali — ridotto, e da quelli i cui datori di lavoro già si preparano alla fuoriuscita dal prolungato divieto di licenziamento per giustificato motivo oggettivo (economico) od escogitano strategemmi per una giusta causa (disciplinare), magari per non aver adeguatamente adottato le misure anti-Covid richieste per i luoghi di lavoro.

    Il canale lo cambieranno pure coloro i quali, pur ambivalentemente desiderando far finta che non sia successo nulla nonostante le settimane di lockdown e le previsioni piuttosto fosche sull’andamento della contingenza sanitaria, già hanno modificato i loro costumi, pure di acquisto: li si noterà a colpo d’occhio perché saranno quelli che insisteranno ad igienizzare tutto e ad evitare il contatto fisico con qualunque non congiunto, consci che la “verginità pandemica” ormai è un residuo del passato ed un “CoVid-3” potrebbe sempre essere dietro l’angolo; costoro si comporteranno in modo differente quel tanto che basta da promuovere il cambiamento, assolutamente naturale, che coinvolgerà tutti.

    Alla fine anche i negazionisti, magari soltanto per emulazione (influenza sociale), si allineeranno ma è una questione marginale: a nessun paese, oggi più di ieri, fa bene presentare come proprio biglietto da visita il cluster demografico dell’analfabetismo funzionale, seppur si sia dimostrato sempre più proficuo in termini elettoralistici a breve-medio termine; non è, infatti, su tali risorse che può esser proposta la competitività né già la mera affidabilità di un paese.

    Tantomeno la riabilitazione della competitività o della mera affidabilità di un paese di fronte a comprensibilmente scettici — eufemisticamente — sguardi internazionali.

    Queste sono le considerazioni alla base della mia compassionevolezza nei confronti della doppietta di uscite, veri e propri spot pro una restaurazione ai tempi antecedenti l’emergenza, prima di Pietro Ichino123 e poi di Beppe Sala,45 sullo “Smart Working“, quantomeno in salsa pubblica, e non solamente per il grottesco conio dell’aggettivo “smartabile“.6 Al di là del polverone che si sono attirati i due, infatti, credo che questo apparente luddismo7 non vada motivato altrimenti se non con le pressioni a cui, ciascuno nel proprio ruolo, probabilmente si sente soggetto.

    Nel 2006 scrissi un post ironico ispirato a “Satira Preventiva” di Serra, che ad una successiva patch (2015) sottotitolai: Il “Telework Skpeticism” in tanti casi è motivato, ad esempio per il timore d’un vulnus ai propri affari, consolidati nel tempo. Conservatorismo e protezionismo a parte ecco alcuni soggetti che, anche della sola Innovazione altrui, avrebbero solo da perderci; conteneva 10 Previsioni “apocalittiche” sul Telelavoro (in Italia):

    1. Spaurimento fra Giuristi, Sociologi e Sindacalisti;
    2. Angoscia fra le Società Emettitrici di Buoni Pasto, i Pubblici Esercizi e i non-Telelavoratori;
    3. Ansia fra Agenzie Immobiliari, Investitori e Notai;
    4. Smarrimento fra Criminalità Organizzata ed affiliati fra gli Imprenditori ed i Politici;
    5. Delusione fra Industrie Alimentari e di Integratori;
    6. Panico fra Sindacati e Partiti Politici;
    7. Fastidio fra Società Sportive Professionistiche e (loro) Inserzionisti Pubblicitari;
    8. Amarezza fra i Trasporti (pubblici e privati) e la Ricettività;
    9. Disappunto fra Telco ed ISP;
    10. Puro terrore fra Software House e Web Agency.

    Nonostante si sia trattato di un post classificato “Fanta-Telelavoro“, pensando ad un futuro positivamente distopico in cui il Telelavoro fosse esploso nel nostro Paese, oggi, che un “cigno nero” in effetti è avvenuto, ed al quale abbiamo dovuto adeguarci ricorrendo a quello cd. “emergenziale“, non è affatto così fantastico che le ricadute siano più vaste.


    Tentando di mettermi nei panni sia di Ichino che di Sala, che non ritengo capaci di perdersi in amenità,8 mi faccio una domanda: davvero cambia qualcosa se un dipendente pubblico se ne sta a casa a lavorare oppure torna in ufficio? La risposta è ovviamente: no, se già non lavorava prima ha continuato a non lavorare da casa e tornerà a non lavorare in ufficio. Con il corollario: se già lavorava prima ha continuato a farlo, e forse di più e meglio, da casa, ma non è affatto detto che sosterrà la stessa prestazione tornato in ufficio. Nessuno dei due è così ingenuo da poterla pensare in modo diverso: gli occhi per leggere ed informarsi ce li hanno entrambi, senza dubbio oltre le possibilità della media della popolazione; né possono permettersi facili quanto semplicisticamente futili moralismi da non addetti ai lavori

    Senza scadere nel benaltrismo due fatti sono certi:

    • Il lavoro pubblico è un costo fisso, proiettatabile nelle spese dei bilanci futuri in base alle piante organiche e alle prospettive di turnover, indipendentemente da quale che sia la distribuzione di campioni, mele marce o lavoratori semplicemente responsabili;
    • Così come quello privato, anche il lavoro pubblico ha un “indotto fisso”, costituito da tutta l’offerta interna di beni e servizi che, ovviamente, non distingue se l’acquirente stia meritevolmente od immeritevolmente dando seguito a risultati ottenuti al concorso pubblico.

    Un’offerta interna consolidatasi nel tempo, che ben potrebbe ricevere un vulnus se la domanda interna modificasse i propri costumi, seppur a parità di domanda aggregata, redistribuendo i propri acquisti anche su altri beni ed altri servizi o, nel caso del Telependolarismo, se si verificasse una redistribuzione geografica, anche locale, dell’acquisto persino degli stessi beni e servizi.

    A titolo d’esempio: l’abitante dell’hinterland che ogni giorno va in centro a Milano probabilmente prende mezzi ATM, prende il caffé in un esercizio che paga le tasse (pure dei muri) a Milano e torna a casa, per questioni di orario, solo dopo avere fatto la spesa, sempre a Milano; tutte le volte che se ne restasse a casa sua — chessò — a Busto Arsizio né la fiscalità né gli esercenti di Milano, con dietro i proprietari dei muri (o dei marchi), ne potrebbero profittare. Uno come Sala non dubito abbia già proiezioni su questi scenari, e se non se l’è fatte da solo probabilmente qualcuno già gliene avrà sottoposte di varie, una più lamentosa dell’altra, come d’uopo fra titolari e proprietari in questo paese…

    In tal senso l’uscita di Ichino parrebbe un assist allo stesso Sala, a supporto della possibilità che la questione debordi dai confini della metropoli lombarda e accomuni tutte le località, proporzionalmente alla concentrazione geografica di lavoratori pubblici. D’altro canto non si può far nulla, o quasi,9 per il lavoro privato, ossia per l’offerta coperta dalla domanda interna dei suoi lavoratori, giacché i datori possono decidere di remotizzare a proprio giudizio e profitto, e pertanto, costi quel che costi, va mantenuta la posizione (lo status quo di acquisti) almeno su quello pubblico…

    Mi rimetto nei panni di entrambi e tento di empatizzare l’imbarazzo che devono avere avuto mentendo sapendo di mentire. Specie Sala, che sulle spalle ha la responsabilità di milioni di persone che, volenti o nolenti, continueranno ad essere chiamate al distanziamento sociale, a tutela anche dell’immagine (realistica) di affidabilità che ora tutto il Paese deve essere in grado di offrire al Mondo…

  • Tipi Telergofobici

    Tipi Telergofobici

    Si aggirano in molte aziende, facendosi forza al motto “si è sempre fatto così“. Possono avere una qualsiasi età ed essere di qualsiasi estrazione sociale, o provenire da qualunque esperienza precedente, anche di istruzione superiore. Nonostante gli strali di un fato avverso costituito da Chat e Social Network aziendali od anche entro gli specifici team, da tele/videoconferenze, da smartphone e da tablet, da connessioni in VPN e da applicazioni per l’accesso remoto ai Desktop di ogni dove (e chi più ne ha più ne metta!) Essi vivono.. e lottano contro di noi nel (vano) tentativo di riportare nei binari dell’abitudinarietà prassi organizzative che mai come in queste ultime due decadi sono state intimamente rielaborate dai progressi tecnologici nella comunicazione aziendale.

    I “Luddisti

    Resistono – come possono.. – quei personaggi che, non si sa se solo per forma mentis culturale od anche per bisogni affettivi od emotivi, cercano spassionatamente – e talvolta finanche prepotentemente, il che farebbe supporre il tentativo di sublimare qualche personale, autopercepita, carenza – la comunicazione de visu, sia essa a quattr’occhi o nel contesto allargato di un meeting.
    Queste persone contano sulla propria presenza per eventualmente correggere con tempestività la rotta di una conversazione, sia che quest’ultima stia dirigendosi contro di loro, sia che la stessa se ne allontani eccessivamente, e sanno bene – o comunque ne hanno un forte sospetto – che la trasposizione scritta del medesimo scambio comunicativo non offrirebbe loro le medesime opportunità d’intervento diretto.
    Costoro si sono posti, si pongono e verosimilmente continueranno pervicacemente a porsi come luddisti verso ogni rischio di deriva “virtuale” anche della pur minima parte dei flussi di comunicazione interni all’azienda, magari soltanto perché sono lenti – e qui si apre un mondo, da una non piena alfabetizzazione funzionale fino ai di certo più facilmente risolvibili disturbi visivi – nel leggere e/o nello scrivere..

    I “Miopi

    Sono quei personaggi che, pur avendo accolto, pure con soddisfazione, buona parte della comunicazione digitalizzata, non riescono ad abbracciarla del tutto, magari soltanto per propri limiti fisici, innanzitutto di tipo visivo, o per un non adeguato training all’uso degli strumenti informatici – loro ma anche solamente delle persone con cui questi devono avere a che fare.
    Sono quelli che compulsivamente stampano moltissime email e le impilano sulla propria scrivania come fossero pratiche da evadere – come se la dotazione delle funzioni del client email usato non fosse frutto di un’evoluzione (di almeno due decadi) nello studio della UX (User Experience) che ha tenuto conto pure di un siffatto use case.. –, pronte per essere lette, ri-lette, annotate, evidenziate od, infine, recapitate brevi manu al collega/collaboratore di turno – per poterne discutere assieme, come non bastasse un semplice forward con i commenti e/o le istruzioni del caso..
    Queste persone potrebbero sembrare banalmente tradizionaliste, legate a pratiche ormai rese superate dagli strumenti disponibili. Ci si accorge che non è così perché la loro prassi muta considerevolmente, aggiornandosi quasi in automatico, quando provvisti di un computer più potente e magari di un monitor più grande, doppietta che permette loro, finalmente, di vedere i testi più grandi – superando così deficit visivi che possono colpire a qualsiasi età – e di tener aperta sullo stesso Desktop più di un’applicazione alla volta.
    Aggiungendo al quadretto la opportunità che tutti gli attori, già quantomeno edotti all’uso di hardware e software in dotazione, sapessero farne anche un uso professionale si faciliterebbe grandemente il lavoro anche dei Miopi.

    Gli “Indolenti

    Si parla tanto dell’importanza della Formazione Continua, sia essa formale (nel classico setting di un’aula, con docente dietro una cattedra) oppure informale (qualsiasi altra situazione, e.g. la condivisione delle competenze fra colleghi), specie nell’implementazione di strumenti e metodi innovativi all’interno delle organizzazioni, assumendoingenuamente aggiungerei, nonostante la mia nota deviazione professionale a favore del buonismo – che tutti gli individui siano naturalmente propensi ad evolvere (permanentemente).
    Accanto a soggetti permeabili, intenzionalmente o solo per propria predisposizione (naturale), coesistono, invece, soggetti che non riescono a scorgere nella progressione delle proprie competenze e conoscenze – e del resto Maslow ce l’aveva spiegato più di mezzo secolo fa.. – un’occasione di autoestrinsecazione e che dalla stessa rilevano soltanto la componente dello sforzo, ritenuto come minimo inopportuno, se non proprio aprioristicamente eccessivo. Il caso più squallido, anche per la crescente riscontrabilità, è quello dei soggetti che pensano d’aver già dato abbastanza, in termini di studio, e che pertanto, sentendosi già arrivati (probabilmente), ritengono superfluo qualunque intervento formativo, specie se alieno al proprio curriculum studiorum – neanche se l’inserimento di qualcosa di nuovo nella loro testolina potesse nuocere a quanto già vi è archiviato, impolverato magari da anni.. Il tragico è che questo atteggiamento trascende il grado individuale di scolarizzazione, ossia ne possono essere affetti tanto i diplomati quanto i bi-laureati – con conseguente menzione di disonore per questi ultimi e per gli atenei che (non) li hanno formati..
    Questi si adeguano, magari a buona parte degli strumenti di comunicazione loro offerti, ma lo fanno con una tale indolenza da rendere ogni passo avanti un sensibile onere per superiori e colleghi, in termini di tempo ed impegno necessari per farglielo compiere. Li si riconosce perché usano persino uno strumento oramai assodato come la e-mail inanellando tali e tante defaillance da non poterle ritenere quantomeno sospette: subject criptici (e novati a caso) oppure assenti, oscura composizione del recipent (destinatari), contenuti dalla grammatica e/o sintassi zoppicanti – per non parlare della punteggiatura o dell’uso della barra spaziatrice –, omissione della formula di apertura – che ben si coniuga col recipient di cui sopra..! – e/o di quella di chiusura (comprensiva di firma), eccetera, eccetera, eccetera..
    Ebbene, il sospetto è fondato: lo fanno per punire gli altri della costrizione subita nonché per dissuadere questi ultimi dallo scocciarli ulteriormente..

    Gli “Ignavi

    Si potrebbe pensare che il “tipo psicologico” peggiore parlando di propensione alla virtualizzazione della comunicazione aziendale sia il precedente, degli “Indolenti“. La bestia nera, invece, è rappresentata da quest’ultimo tipo, che privatamente magari è capace di gestire una community online mentre smercia di tutto e di più su eBay, mentre ancora distribuisce compiti ai suoi commilitoni in un videogioco massivo, salvo, poi, dimostrarsi estremamente titubante nell’agire con coerenza anche nell’ambito lavorativo.
    Gli Ignavi, in quanto indecisi, pur di non riusare professionalmente il proprio alterego privato – non si sa ancora per quale ragione di preciso ma dovrebbe verosimilmente risiedere in una questione (irrisolta) di scissione dei ruoli –, sono capaci di fare propri gli atteggiamenti e comportamenti di Luddisti, Miopi ed Indolenti, separatamente od anche in più diaboliche commistioni..
    Si tratta di persone propense all’innovazione (non indolenti), evidentemente smart (non miopi) e sicure di sé (non luddiste). Il problema emerge solo quando, accortisi che colleghi e/o superiori stanno imboccando una strada per la quale sarebbe preferibile il loro alterego, repentinamente smorzano il loro entusiasmo e quello altrui, magari negandosi a qualsiasi forma di comunicazione digitale per giorni e giorni, alla quale offrono come alternativa una (financo eccessiva) presenza fisica.
    È proprio questo paradosso – non avendo, almeno in teoria, alcun difetto – che li rende tanto pericolosi per la diffusione dello Smart Working: potrebbero apparire testimonial contrari affidabili laddove, invece, dovrebbero essere considerati il peggiore caso di Telergofobia, quella basata esclusivamente su fattori personali (estranei al lavoro)..

  • Riderci sopra.. con Scott Adams

    Riderci sopra.. con Scott Adams

    Da tempo volevo pubblicare le strisce telework related di Dilbert e non ci riuscivo perché non era ancora disponibile un buon metodo per il loro incorporamento. Fortunatamente adesso c’è – e chissà da quanto visto che erano mesi che seguivo soltanto il feed –, così posso riprodurre una carrellata di strisce, sin dal lontano 1994 – giusto per ribadire la storicità (ormai) dell’argomento trattato e della sua profonda pervasività nella vita (aziendale) di tutti i giorni.

    Dilbert.com – 30/01/1998
    https://dilbert.com/strip/1998-01-30/
    Dilbert.com – 30/01/1998
    Dilbert.com – 19/09/2000
    https://dilbert.com/strip/2000-09-19/
    Dilbert.com – 19/09/2000
    Dilbert.com – 13/09/2004
    https://dilbert.com/strip/2004-09-13/
    Dilbert.com – 13/09/2004
    Dilbert.com – 12/10/2011
    https://dilbert.com/strip/2011-10-12/
    Dilbert.com – 12/10/2011
    Dilbert.com – 09/02/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-02-09/
    Dilbert.com – 09/02/2012
    Dilbert.com – 09/04/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-04-09/
    Dilbert.com – 09/04/2012
    Dilbert.com – 02/12/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-12-02/
    Dilbert.com – 02/12/2012
    Dilbert.com – 05/12/2013
    https://dilbert.com/strip/2013-12-05/
    Dilbert.com – 05/12/2013
    Dilbert.com – 10/07/2014
    https://dilbert.com/strip/2014-07-10/
    Dilbert.com – 10/07/2014
    Dilbert.com – 23/11/2014
    https://dilbert.com/strip/2014-11-23/
    Dilbert.com – 23/11/2014
    Dilbert.com – 29/06/2016
    https://dilbert.com/strip/2016-06-29/
    Dilbert.com – 29/06/2016
    Dilbert.com – 18/12/2019
    https://dilbert.com/strip/2019-12-18/
    Dilbert.com – 18/12/2019
    Dilbert.com – 19/12/2019
    https://dilbert.com/strip/2019-12-19/
    Dilbert.com – 19/12/2019
  • 10 Previsioni "apocalittiche" sul Telelavoro (in Italia)

    10 Previsioni "apocalittiche" sul Telelavoro (in Italia)

    Da tempo sono un estimatore di Satira Preventiva di Michele Serra: la sua arguzia e capacità retorica erano già inarrivabili ai tempi di Cuore. Ciononostante un tentativo di emularlo con una salva di dieci brutte imitazioni di fila dedicate al Telelavoro — mi son detto — posso anche farlo, se non altro perché difficilmente, benché la carne non mancherebbe, ci si potrebbe aspettare, con tanti temi sui quali deridere a destra e manca, un suo contributo anche su questo. In realtà il conteggio dovrebbe fermarsi a nove ma un sassolino dalla scarpa dovevo proprio cavarmelo

    1. Spaurimento fra Giuristi, Sociologi e Sindacalisti: di fronte ad una inaspettata esplosione del Telelavoro come modalità di lavoro migliaia di operatori sarebbero costretti ad aggiornarsi mettendosi a studiarne le molteplici declinazioni oltre a quello domestico, le innumerevoli variabili — in primis tecnologiche — che lo connotano e l’assoluta promiscuità ed aleatorietà di situazioni che i primi due fattori possono provocare in combinazione fra loro. Molti fra questi finalmente si farebbero un corso di base di Informatica, essenziale per capire come utilizzare quella mailbox che il figlio o il nipote od un amico già aveva creato loro qualche anno prima e rimasta in cavalleria. Seguirebbero a ruota Fiscalisti e Consulenti del Lavoro, per capire se e soprattutto come considerare detraibili o deducibili determinate spese di subordinati e professionisti, ed infine a quale addizionale IRPEF locale votarsi correttamente
    2. Angoscia fra le Società Emettitrici di Buoni Pasto, i Pubblici Esercizi e i non-Telelavoratori: potendo evitare di usare i voucher per comprarsi nei supermercati gli ingredienti dei pranzi al sacco da consumare in ufficio, compensando così di sponda la vera fondamentale uscita dei trasporti quotidiani, i telelavoratori (domestici) resterebbero impassibili di fronte alla riduzione delle erogazioni da parte dei datori di lavoro, in quanto variabilmente decaduta la sostituzione-mensa; più scomposta la reazione di bar, paninerie, self-service, etc. che si vederebbero ulteriormente segata una fetta dei potenziali avventori e, per questo, ma sempre invocando i costi di locazione, delle materie prime, nonché l’immancabile Stato succhiasangue, da un lato ridurrebbero il numero di camerieri non in nero e dall’altro aggiungerebbero per l’ennesima volta un 15-20% ai prezzi dei prodotti più in del menù, a cominciare dall’insalata, a questo punto arrivata a 20 Euro (condimenti esclusi). Comprensibile reazione dei non-Telelavoratori: ripiegare ancor più spesso sui supermercati, alimentando così la spirale inflazionistica innescata dai Pubblici Esercizi, mai dimostratisi pratici di Domanda & Offerta. Arrivati all’equivalenza “1 buono pasto = 1 bicchier d’acqua (purificata, non da bottiglia)” ci sarebbe il tracollo dell’intero sistema dei voucher, comunque come sempre già da tempo in ritardo con i rimborsi. Successive indagini individuerebbero in un certo Bernardo Lorenzo Madoffi l’architetto di una complessa operazione perpetrata grazie all’apprezzamento delle foto e delle grafiche contenute, fra un voucher e l’altro, nei blocchetti e col favoreggiamento di famosi critici d’arte contemporanea.
    3. Ansia fra Agenzie Immobiliari, Investitori e Notai: raggiunta l’età da figli ed attaccata al chiodo quanto basta la propria FoMO (“Fear of Missing Out“), e forse galvanizzati dall’elegia delle cittadine sonnolente ma molto più amichevoli di una volta di “Cars – Motori Ruggenti” — o, a seconda delle preferenze, “Se Scappi Ti Sposo” —, i telelavoratori inizierebbero concretamente a considerare la Provincia come una destinazione papabilissima pure per i restanti giorni cinque giorni a settimana in cui non la frequentano già per pranzi, gite fuori porta, ferie, feste comandate od, infine, per tornare dai parenti al paese. Sindaci golosi di nuovi contribuenti/utenti rincarerebbero la dose garantendo asili pubblici, doposcuola, centri estivi e forse anche servizi di babysitting, e non si dimenticherebbero neppure degli adulti: agevolazioni per chi volesse aprire ristoranti fusion, perentorie ordinanze ai bar perché imparino a mescolare i contenuti delle bottiglie e non solo mescerne una sola alla volta e soppressione delle rotatorie. Gentrificazione residenziale e business in grossa crisi. Gli istituti di credito non si scomporrebbero più di tanto e riaprirebbero le filiali accanto ai crediti cooperativi chiuse mesi prima.
    4. Smarrimento fra Criminalità Organizzata ed affiliati fra gli Imprenditori ed i Politici: ridotto l’afflusso di neolaureati dal Sud ed aumentato il riflusso di quelli oramai al sesto master, ora finalmente in possesso di un lavoro e che, preso il treno, si accorgono d’esser seduti nello stesso vagone dei loro datori di lavoro, anche loro di ritorno a casa, le mafie perderebbero buona parte delle giustificazioni per far arrivare soldi a fondo perduto per sostenere l’attività più di successo nel Mezzogiorno, cioè la prestidigitazione. I denari arriverebbero, sì, ma sotto forma di buste paga regolarmente tassate, direttamente sui conti correnti dei telelavoratori. Il colpo di grazia al Piano verrebbe dalle rilevazioni ISTAT sulla disoccupazione: complice un ancora ingenuo e quindi contenuto costo della vita, infatti, con le retribuzioni con cui al Nord tre persone potevano aspettarsi solo di condividere un monolocale al Sud sembrerebbe ci potrebbero vivere quattro persone; con un colpo di genio un parroco avrebbe suggerito a tutti di chiedere il part-time al 75%, tanto che il già aumentato numero di nuovi occupati nel territorio avrebbe dovuto essere ritoccato verso l’alto di un 33,33%. Su insistenza dell’ISTAT, non persuasa dalla relazione fra il 75% ed il 33,33%, questa verrebbe certificata da un ex-bocconiano, specializzatosi alla LUISS ed al momento al 41Bis per beghe di famiglia
    5. Delusione fra Industrie Alimentari e di Integratori: riducendosi le occasioni di sminuire l’esperienza del pasto alle sole tre fasi di scelta, deglutizione e conto — o sceltaconto e deglutizione, a seconda del caso — i telelavoratori poco per volta, ripresa quel po’ di dimestichezza col proprio pollice opponibile, inizierebbero col tagliare il pane per imbottirlo, a seconda del momento della giornata, di dolce o salato, recuperando in breve l’abilità di processare pure pietanze più complesse come un uovo sbattuto od un’insalata — e chissà poi quali altre prove culinarie; parallelamente al recupero della manualità da parte dei telependolari, prima esercitata prevalentemente durante gli spostamenti con mezzi propri o pubblici, i cibi pronti ed i surgelati vedrebbero flettersi lo skyrocketing nelle vendite nelle ultime tre decadi, con la sola prevedibile esclusione dei prodotti dolciari, Nutella in testa. Per attenuare il problema le industrie alimentari si accorderebbero con quelle di integratori per una permuta: le seconde restituirebbero i principii nutritizionali alle prime, che a loro volta restituirebbero lo zucchero alle seconde, ben sapendo che queste lo rivenderebbero alla Ferrero per produrre ulteriore Nutella, così da compensare le perdite sul ricco mercato dei multivitaminici per evitare i mali di stagione.
    6. Panico fra Sindacati e Partiti Politici: andando culturalmente decadendo, seppur a macchia di leopardo, il tradizionale approccio commerciale del “io cedo del tempo a te, tu cedi del denaro a me” in favore di un più umanisticoio faccio un lavoro per te, tu me lo riconosci“, alcuni lavoratori, oramai dimentichi dalla logica del cartellino, comincerebbero a fingere di metterci lo stesso tempo e sforzo degli altri a completare le pratiche affidate loro, avendo intanto ristrutturato in economia un appartamento, lanciato un’attività secondaria di bed & breakfast, accompagnato i figli a tutte le attività pomeridiane e scritto alcune sceneggiature su base autobiografica già prelate da degli studios americani; ciò da un lato incrinando leggermente la percezione di equivalenza a priori dei lavoratori tanto cara al Sindacato e, dall’altro, minando lo Status Quo meritocratico, a sua volta tanto caro alle gerarchie burocratiche, specie nel Pubblico Impiego, con il sempre più concreto rischio che la Corte dei Conti possa in futuro basarsi sui rilievi delle differenti performance individuali, che nel caso dei telelavoratori sarebbero oltretutto genericamente aumentate di circa il 25%, per investigare su promesse elettorali di assunzioni, locali o di massa, passate all’incasso
    7. Fastidio fra Società Sportive Professionistiche e (loro) Inserzionisti Pubblicitari: pur di riportare di peso in stadi e palazzetti dei capoluoghi i telelavoratori-tifosi rifugiatisi in provincia, e nella pay-per-view, le prime si vedrebbero costrette dai secondi ad organizzarne la logistica, persino quando la squadra è in trasferta, con prevedibili rosicchiature agli utili. I consulenti della Comunicazione e delle Public Relations dovrebbero convincere le star dello sport a prendere atto del cambio di prospettiva di molti fra i loro ammiratori: oltre a farsi fotografare in qualche località esotica o a dei party delle presenze in qualche sagra più importante, a gustarsi rigorosamente dei prodotti bio, non potrebbero che giovare alla loro immagine. Seguirebbero a ruota proprio le pay-per-view che, dopo le aspre proteste dei tecnici installatori, non più disposti ad accettare trasferte sotto-pagate, proporrebbero ed otterrebbero una legge per poter scrivere ancora più in piccolo, nelle pubblicità televisive e cartellonistiche, la dicitura “installazione gratuita solo per i non-Telelavoratori”.
    8. Amarezza fra i Trasporti (pubblici e privati) e la Ricettività: l’eventuale aumento della lunghezza delle tratte percorse dai telelavoratori non compenserebbe il flesso nella loro quota di impiego dei servizi; fra i più incarogniti i tassisti che, già colpiti da una rarefazione dei trasfertisti dovuta al sempre più abituale uso di Skype, vedrebbero contrarsi pure l’ampio segmento ombra dei clienti appiedati da mezzi overbooked, in vistoso ritardo o semplicemente non prensentatisi sul più bello alla fermata prevista; anche le controparti delle partecipate pubbliche di trasporto, con un ridotto chiavistello d’indignazione pubblica sulla qualità dei servizi, sarebbero in ambasce per capire come scagionarsi invocando il rimpolpamento degli investimenti in infrastrutture; il calo del trasfertismo colpirebbe pure le strutture ricettive, quantomeno quelle di medio livello, a causa dello spostamento degli investimenti immobiliari delle imprese dalle strutture operative a quelle uso foresteria, dotate di tutti i comfort e le necessità per i lavoratori ma soprattutto più celermente alienabili se se ne potesse oppure dovesse presentare l’opportunità; il fiutato business trasformerebbe in altri casi le foresterie, in comproprietà di partnership fra imprese, in veri e propri alberghi dotati di centri congressi, presso i quali farsi finanziare le job fair universitarie e non
    9. Disappunto fra Telco ed ISP: più di qualche telelavoratore, definito da molti focus group ed in altrettante riunioni strategiche «anarco-fondamentalista» — in realtà semplicemente con un piano dei rientri periodici in sede molto più di ampio respiro —, oserebbe trasferirsi in posti ameni di montagna o di campagna dove non prende il segnale e l’unica connessione possibile è quella a 56K; in certi casi i trasferimenti sarebbero supportati dai datori di lavoro, chiamati negli stessi focus group e riunioni «traditori della patria», e fatti da gruppi di lavoratori, che potrebbero così fondare delle sedi distaccate. Gli amministratori degli enti locali, a quel punto chiamati «sporchi collaborazionisti» nelle riunioni ma non da tutti i partecipanti e comunque non nei focus group, farebbero così tanto fuoco e fiamme presso i loro canali politici da ottenere una legge nazionale sulla “connettività nei posti ameni“, costringendo al potenziamento di linee fisse e mobili le telco, ancora ignare del fondamentale contributo alla causa dell’Ente Nazionale Turismo, mantenutosi ufficialmente in disparte per tutto il tempo della querelle. Il relativo advertising, oltre a qualche figone e momenti di gaudio & sollazzo, dovrebbe iniziare a contemplare mucche, feste del patrono ed il lento passare delle stagioni
    10. Puro terrore fra Software House e Web Agency: l’aumento della domanda di applicazioni client svincolate da un’installazione su una o più specifiche postazioni da ufficio lascerebbe dapprima atterite entrambe e, poi,  le costringerebbe a sciogliere gli indugi e collaborare; le prime dovrebbero imparare nuovi linguaggi ed approcci — ché le accozzaglie di comandi ed il cd. “Frankensoftware” (programmi fatti con pezzi di altri programmi) già non si posson più vedere! —, le seconde capire che cool e multimediale spesso non fanno rima con utile e funzionale; tutto, nell’arco di qualche semestre, nella chetichella generale, passerebbe su interfaccia Web (Web Application) richiedendo solo un browser – magari di un device mobile… – per essere fruibile da qualsiasi luogo.

    È fuor di dubbio che almeno questa ultima previsione — che soltanto tale non è: già nel 2001 progettai l’evoluzione di un’intranet aziendale in servizio distribuito appoggiato, solamente appoggiato, a diversi Application Server di Microsoft (e.g. Sharepoint) — non solo si sia già avverata ma l’abbia fatto oltre ogni mia più rosea aspettativa o speranza…

  • Telergofobia, questa conosciuta..

    Pare che occuparmi di Telelavoro solletichi molto il mio “orgoglio etimologico“. Infatti, dopo aver dato i natali a “Criptotelelavoro“, voglio introdurre un altro etimo, questa volta seminuovo.

    Esiste già, invero, un termine per il fenomeno in questione ed è “Telework Phobia” (la paura, l’avversione nei confronti del Telelavoro) oppure “Telework Skepticism” (la sola sfiducia o diffidenza), tuttavia, oltre all’anglofonia, secondo me appare un po’ troppo naïf e troppo poco tecnicistico..

    Pertanto, per onorare pure la mia provenienza ginnasiale, vorrei proporre come alternativa omnicomprensiva un composto neoclassico che unisca la parola greca moderna per “Telelavoro” (“Τηλεργασία”) ad “Ergofobia” (il terrore del lavoro, del luogo di lavoro, dei colleghi..). (altro…)