Tag: Work From Home

Work From Home” (“lavoro da casa“) e “Work At Home” (“lavoro a casa“) sono comprensibilmente impiegati ovunque in maniera del tutto intercambiabile per indicare il Telelavoro Domiciliare, dipendente oppure autonomo.

In questa sede, tuttavia, si vuole proporre una distinzione fra i due termini sia dal punto di vista operazionale che da quello situazionale, posto che comunque, in entrambi i casi, le attività vengono svolte “a distanza” (“Tele-“) da un luogo tradizionale (co-localizzazione) di lavoro:

  • Il “lavoro a casa” può essere svolto (anche temporaneamente) offline, in autonomia, senza collaborare in tempo reale (asiconronicità) con alcuno e quindi persino a qualsiasi orario;
  • Il “lavoro da casa” è svolto online interagendo con altre persone (sincronicità) e pertanto con un allineamento fra le reperibilità di ciascuno.

Entrambi coesistono in proporzioni differenti, a seconda del tipo di attività svolta, e l’uno dopo l’altro si avvicendano più volte nella giornata tipo dell’Homeworker — nonché del “Nomadic Teleworker” (*) — moderno. Meritano, tuttavia, una trattazione distinta per evidenziarne le peculiarità.

(*) Si pensi alla situazione del lavoratore intento a continuare la redazione di un documento seduto in un treno fermo in una galleria o “fuori cella”…

S’intende lo svolgimento di lavoro presso il proprio domicilio. Questo può avvenire in condizioni di lavoro autonomo (self-employment e quindi “Homepreneurship“), in cui si predispone l’abitazione ad uso ufficio, oppure come complemento di attività radicate in un ufficio tradizionale.

Note
  1. In.
Bibliografia
  1. Thulin, Eva, Vilhelmson, Bertil & Johansson, Martina. (). New Telework, Time Pressure, and Time Use Control in Everyday Life. Sustainability, 11(11), 3067;
  • Sala, Tempora Currunt…

    Sala, Tempora Currunt…

    Essendo pubblivoro apprezzo la pubblicità fatta bene. Essendo meno capiente degli uffici strategici delle aziende che la fanno tento da sempre di carpirne le sottostanti segrete analisi sui trend di mercato facendo dei confronti con altre informazioni disponibili: per esempio l’attuale battage dell’automotive mi risulta più significativo della sofferenza del settore di tanti articoli. Ad ascoltare le pubblicità televisive e radiofoniche è tutto una “ripartenza“, orgogliosamente patriottica se possibile — seppur con sedi legali e fiscali della committenza in qualche cd. “paese frugale“. Ripartenza che, come nelle soap o nei manga, dovrebbe necessariamente avvenire tornando nel preciso momento nel quale si era conclusa la puntata precedente, con tanto di recap, od ancora peggio interrotta dai consigli per gli acquisti: non cambiate canale! sembra l’esortazione…

    …Invece il canale tanti spettatori non potranno che cambiarlo pur evidentemente essendovi affettivamente attaccati: iniziando da quelli che si beccheranno altre settimane di ammortizzatori sociali (CIG, FIS), pertanto a stipendio — già sotto le medie Occidentali — ridotto, e da quelli i cui datori di lavoro già si preparano alla fuoriuscita dal prolungato divieto di licenziamento per giustificato motivo oggettivo (economico) od escogitano strategemmi per una giusta causa (disciplinare), magari per non aver adeguatamente adottato le misure anti-Covid richieste per i luoghi di lavoro.

    Il canale lo cambieranno pure coloro i quali, pur ambivalentemente desiderando far finta che non sia successo nulla nonostante le settimane di lockdown e le previsioni piuttosto fosche sull’andamento della contingenza sanitaria, già hanno modificato i loro costumi, pure di acquisto: li si noterà a colpo d’occhio perché saranno quelli che insisteranno ad igienizzare tutto e ad evitare il contatto fisico con qualunque non congiunto, consci che la “verginità pandemica” ormai è un residuo del passato ed un “CoVid-3” potrebbe sempre essere dietro l’angolo; costoro si comporteranno in modo differente quel tanto che basta da promuovere il cambiamento, assolutamente naturale, che coinvolgerà tutti.

    Alla fine anche i negazionisti, magari soltanto per emulazione (influenza sociale), si allineeranno ma è una questione marginale: a nessun paese, oggi più di ieri, fa bene presentare come proprio biglietto da visita il cluster demografico dell’analfabetismo funzionale, seppur si sia dimostrato sempre più proficuo in termini elettoralistici a breve-medio termine; non è, infatti, su tali risorse che può esser proposta la competitività né già la mera affidabilità di un paese.

    Tantomeno la riabilitazione della competitività o della mera affidabilità di un paese di fronte a comprensibilmente scettici — eufemisticamente — sguardi internazionali.

    Queste sono le considerazioni alla base della mia compassionevolezza nei confronti della doppietta di uscite, veri e propri spot pro una restaurazione ai tempi antecedenti l’emergenza, prima di Pietro Ichino123 e poi di Beppe Sala,45 sullo “Smart Working“, quantomeno in salsa pubblica, e non solamente per il grottesco conio dell’aggettivo “smartabile“.6 Al di là del polverone che si sono attirati i due, infatti, credo che questo apparente luddismo7 non vada motivato altrimenti se non con le pressioni a cui, ciascuno nel proprio ruolo, probabilmente si sente soggetto.

    Nel 2006 scrissi un post ironico ispirato a “Satira Preventiva” di Serra, che ad una successiva patch (2015) sottotitolai: Il “Telework Skpeticism” in tanti casi è motivato, ad esempio per il timore d’un vulnus ai propri affari, consolidati nel tempo. Conservatorismo e protezionismo a parte ecco alcuni soggetti che, anche della sola Innovazione altrui, avrebbero solo da perderci; conteneva 10 Previsioni “apocalittiche” sul Telelavoro (in Italia):

    1. Spaurimento fra Giuristi, Sociologi e Sindacalisti;
    2. Angoscia fra le Società Emettitrici di Buoni Pasto, i Pubblici Esercizi e i non-Telelavoratori;
    3. Ansia fra Agenzie Immobiliari, Investitori e Notai;
    4. Smarrimento fra Criminalità Organizzata ed affiliati fra gli Imprenditori ed i Politici;
    5. Delusione fra Industrie Alimentari e di Integratori;
    6. Panico fra Sindacati e Partiti Politici;
    7. Fastidio fra Società Sportive Professionistiche e (loro) Inserzionisti Pubblicitari;
    8. Amarezza fra i Trasporti (pubblici e privati) e la Ricettività;
    9. Disappunto fra Telco ed ISP;
    10. Puro terrore fra Software House e Web Agency.

    Nonostante si sia trattato di un post classificato “Fanta-Telelavoro“, pensando ad un futuro positivamente distopico in cui il Telelavoro fosse esploso nel nostro Paese, oggi, che un “cigno nero” in effetti è avvenuto, ed al quale abbiamo dovuto adeguarci ricorrendo a quello cd. “emergenziale“, non è affatto così fantastico che le ricadute siano più vaste.


    Tentando di mettermi nei panni sia di Ichino che di Sala, che non ritengo capaci di perdersi in amenità,8 mi faccio una domanda: davvero cambia qualcosa se un dipendente pubblico se ne sta a casa a lavorare oppure torna in ufficio? La risposta è ovviamente: no, se già non lavorava prima ha continuato a non lavorare da casa e tornerà a non lavorare in ufficio. Con il corollario: se già lavorava prima ha continuato a farlo, e forse di più e meglio, da casa, ma non è affatto detto che sosterrà la stessa prestazione tornato in ufficio. Nessuno dei due è così ingenuo da poterla pensare in modo diverso: gli occhi per leggere ed informarsi ce li hanno entrambi, senza dubbio oltre le possibilità della media della popolazione; né possono permettersi facili quanto semplicisticamente futili moralismi da non addetti ai lavori

    Senza scadere nel benaltrismo due fatti sono certi:

    • Il lavoro pubblico è un costo fisso, proiettatabile nelle spese dei bilanci futuri in base alle piante organiche e alle prospettive di turnover, indipendentemente da quale che sia la distribuzione di campioni, mele marce o lavoratori semplicemente responsabili;
    • Così come quello privato, anche il lavoro pubblico ha un “indotto fisso”, costituito da tutta l’offerta interna di beni e servizi che, ovviamente, non distingue se l’acquirente stia meritevolmente od immeritevolmente dando seguito a risultati ottenuti al concorso pubblico.

    Un’offerta interna consolidatasi nel tempo, che ben potrebbe ricevere un vulnus se la domanda interna modificasse i propri costumi, seppur a parità di domanda aggregata, redistribuendo i propri acquisti anche su altri beni ed altri servizi o, nel caso del Telependolarismo, se si verificasse una redistribuzione geografica, anche locale, dell’acquisto persino degli stessi beni e servizi.

    A titolo d’esempio: l’abitante dell’hinterland che ogni giorno va in centro a Milano probabilmente prende mezzi ATM, prende il caffé in un esercizio che paga le tasse (pure dei muri) a Milano e torna a casa, per questioni di orario, solo dopo avere fatto la spesa, sempre a Milano; tutte le volte che se ne restasse a casa sua — chessò — a Busto Arsizio né la fiscalità né gli esercenti di Milano, con dietro i proprietari dei muri (o dei marchi), ne potrebbero profittare. Uno come Sala non dubito abbia già proiezioni su questi scenari, e se non se l’è fatte da solo probabilmente qualcuno già gliene avrà sottoposte di varie, una più lamentosa dell’altra, come d’uopo fra titolari e proprietari in questo paese…

    In tal senso l’uscita di Ichino parrebbe un assist allo stesso Sala, a supporto della possibilità che la questione debordi dai confini della metropoli lombarda e accomuni tutte le località, proporzionalmente alla concentrazione geografica di lavoratori pubblici. D’altro canto non si può far nulla, o quasi,9 per il lavoro privato, ossia per l’offerta coperta dalla domanda interna dei suoi lavoratori, giacché i datori possono decidere di remotizzare a proprio giudizio e profitto, e pertanto, costi quel che costi, va mantenuta la posizione (lo status quo di acquisti) almeno su quello pubblico…

    Mi rimetto nei panni di entrambi e tento di empatizzare l’imbarazzo che devono avere avuto mentendo sapendo di mentire. Specie Sala, che sulle spalle ha la responsabilità di milioni di persone che, volenti o nolenti, continueranno ad essere chiamate al distanziamento sociale, a tutela anche dell’immagine (realistica) di affidabilità che ora tutto il Paese deve essere in grado di offrire al Mondo…

  • Mind Your Business

    Mind Your Business

    È stato durante una delle tratte ferroviarie da pendolare settimanale TriesteMilano, nel periodo presso BHuman (2001-2002), che ho letto l’articolo su Web Marketing Tools che mi ha ispirato a dedicarmi, in modo multidisciplinare, da studente di Psicologia e Developer, al Telelavoro. Ero già abituato a farlo — ma non sapevo si chiamasse così — da alcuni anni, direttamente da casa come homepreneur, ma a colpirmi di più è stata l’osservazione che in azienda stavamo già telecollaborando pur rimanendo, tutti noi giovani e meno giovani, “in presenzasotto lo stesso tetto

    Fatta eccezione per le “weekly” (riunioni settimanali), infatti, la posta elettronica veniva usata a profusione — tant’è che questa best practice mi è rimasta — per qualsiasi comunicazione non immediata, mentre per quelle immediate c’era il glorioso MSN Messenger: improbabile che qualcuno si sarebbe alzato dalla sedia, od alzato la cornetta per poi digitare il numero dell’interno, senz’aver prima dato un’occhiatina allo status del collega desiderato (“Occupato”, “A pranzo“, etc.) e vedere se l’azione sarebbe andata a buon fine.

    Microsoft Teams Presence Status

    Microsoft Teams Presence Status

    Pause-pranzo, pause-sigaretta e pause-caffé assieme, a coppie o terzetti, e così per i confronti davvero importanti; per il resto bastavano ed avanzavano le weekly. Persino gli avvisi collettivi ai lavoratori, ad esempio il riavvio di un server o l’imminente turno di interruzione estiva dell’elettricità venivano fatti via NET SEND, che alcuni di noi usavano pure a tu per tu, come alternativa ancora più nerd ad ICQ. Skype era ancora là da venire, figurarsi WhatsApp o Telegram!

    Skype For Business Presence Status

    Skype For Business Presence Status — Schermata Iniziale

    Forse è stato questo l’imprinting per cui resto tuttora fra i sostenitori dell’idea per cui, potendo telelavorare anche da cubicolo a cubicolo, qualsiasi ulteriore distanza è, se non proprio ininfluente, quantomeno sormontabile, purché vi sia il necessario substrato organizzativo e le adeguate risorse umane. In una mia precedente esperienza, in E-Tree, le seconde c’erano, anche troppo. Era il primo a latitare, e quindi si appoggiava al professionismo del singolo: anche qui “telelavoravamo in presenza” per la maggior parte del tempo, ma si trattava di un approccio da “co/autogestione” dei team che lasciava ognuno piuttosto solo; committed ma assolutamente non engaged, come si direbbe oggi…

    Skype Presence Status (Dark Mode)

    Skype Presence Status (Dark Mode)

    Perché tale (apparente) botta di nostalgia? Perché un’elegia dei bei tempi andati va sempre bene, specie se si parla del Telelavoro ben prima che fosse mainstream e che gente si proclamasse “early adopter” avendo iniziato nel 2012 (pubblicità di Microsoft Teams), ancor di più se sotto il naso ti capita la promozione di un servizio chiaramente nato come telelavorativo (alcune funzioni simil-Teams)1 e scippato a favore delle situazioni “in presenza” (co-localizzate).

    Joan Hometargetta smart per l’ufficio domestico

    Appendendo al muro della stanza di casa adibita ad Home Office questo tablet modificato — altro non è, tant’è che non è così istantaneo trovarne le caratteristiche hardware da ex-invenduto — è possibile mostrare lo statusBusy” o “Free” ai propri congiunti sulla base della sincronizzazione con vari calendari online (condivisi) e dunque sentirsi già giustificati per quando ci si adirerà perché nessuno l’avrà guardato prima di entrare, almeno per notarne il design

    Questa prospettiva è così ingenua — ma non oserei mettere la mano sul fuoco su una sua non efficacia, almeno in termini di percezione di formalità da parte di coniugi e prole — che non ci si può esimere da spingersi ad una ipotesi più maliziosa, peraltro mostrata anche nel video, cioè che il device vada posto non all’ingresso dell’Home Office bensì di fronte al naso del lavoratore. Alcuni lavoratori preferiscono avere un planner sotto gli occhi, tant’è che fra i gadget natalizi spopolano ancora quelli cartacei da scrivania da poter pasticciare a volontà, ma penso si possa andar oltre.

    Io ci vedo un sistema di controllo da remoto, non dissimile da una sirena industriale che scandisce i cambi turno, solo che in questo caso ciascun turno è costituito non dal avvicendamento di persone bensì da quello fra un’attività (task) e l’altra, che vanno completate in un certo lasso di tempo, tanto eterodirigibili quanto condivisi sono i calendari dai quali il device va a pescare per mostrare lo status. Un controllo ex ante da remoto oltretutto assai appetibile visto che, si tratti di lavoratori remotizzati o co-localizzati, solleva un po’ dall’impegno di doverlo fare ex post, sui risultati, lasciando, però, autonomia nell’esecuzione.

    Perché un sistema di controllo da remoto? Perché in effetti il soggetto più remotizzabile della emergente vignetta non è il lavoratore bensì il suo supervisore: è quest’ultimo, infatti, che da un qualsiasi luogo, attraverso i calendari condivisi, può determinare quanto busy sarà la persona nella giornata od in quelle a venire; potrebbe pure limitarsi a piazzare attività nel calendario, riempiendolo con una singola email farcita di allegati (documenti, eventi, task, etc. — Ms. Outlook supporta questo da oltre vent’anni), e sentirsi comunque affrancato dell’aver agito da manager e non da mero scambiatore ferroviario…

    Joan 6targetta smart per la sala riunioni

    La versione per ufficio tradizionale, inizialmente un praticissimo device per vedere l’occupazione di una sala comune ed al caso prenotarla, finanche estemporaneamente — se uno la trova occupata può fare il booking per il primo buco libero grazie al touchscreen—, è persino più subdola: immagino già l’avventore presentarsi sulla soglia dell’ufficio del collega — senza aver guardato prima i calendari o la app disponibile —, vedere che è già occupato, piazzarsi in coda e ritornare al momento del proprio turno.

    Il fatto è che entrambi i device si basano sullo stesso backend software: non credo che un’azienda che immette sul mercato un sistema del genere, assolutamente meritorio in sé e forse al massimo un filino troppo costoso, trascuri l’integrabilità fra i due: vale a dire che se ogni lavoratore disponesse di un device potrebbe, con un semplice tocco al touchscreen, prenotarsi la disponibilità di uno o più colleghi. Non fosse una sorta di “Virtual Queuing” si potrebbe chiamarlo banalmente “eliminacode“, per teleimpiegati ormai ridotti ad un alienantesportellismo, virtuale o non, e sempre più sospinti verso il Proletariato Binario.

    Mi chiedo, poi, cosa ci vuole per (decidere di) aggiungere ai device funzionalità audio/video e competere, od affiliarsi, con soluzioni come il già citato Teams: a quel punto qualsiasi ufficio stabile, che nella fattispecie pandemica attuale significa prettamente casa, potrebbe diventare un cubicolo, forse persino più efficientemente “spremibile” di quello tradizionale.

  • "Lavorare a Casa" versus "Lavorare da Casa"

    "Lavorare a Casa" versus "Lavorare da Casa"

    Fra qualche mese, precisamente in Luglio 2018, la mia Partita IVA compirà vent’anni (Codice Ateco 620909: “Altre attività dei servizi connessi alle tecnologie dell’informatica“); all’incirca nello stesso periodo mi troverò alle prese con la Dichiarazione dei Redditi nella quale finirà quello prevalente da dipendente, ormai da quasi tre lustri, presso un Ente di Formazione che sta a 12 minuti a piedi da casa, mentre prima — bhé, non è proprio vero: per un po’ sono stato a part-time in entrambe le scarpe — ero stato dipendente d’una società di consulenza con sedi a Milano e Brescia, in cui, però, mi presentavo una volta ogni due settimane. È in progetto un bilanciamento del tempo a mia disposizione più favorevole alla prima attività ma per il momento continuo ad essere:

    • Un “homepreneur” (lavoratore autonomo) per qualche ora nei giorni feriali, di più nei pre-festivi, e comunque…
      • Incontrando clienti e collaboratori presso i sempre più diffusi luoghi per il Social Officing;
      • Incontrandone altri, nonché i clienti di clienti ed i fornitori dei clienti, presso le loro sedi — e talvolta entrando nelle loro reti (Multi-Homing);
      • Coltivando stabili contatti sia con le aziende — ad un certo punto sono stato nello stesso momento fornitore di una ditta inglese ed una francese, ad esempio (Soft Shoring) — che con i partner (Network Telecollaborativo) non raggiungibili con una trasfertina.
    • Un dipendente co-localizzato per molte ore durante i giorni feriali ma alla bisogna
    • anche remotizzato nei feriali, nei pre-festivi e pure nei festivi o durante i periodi di ferie…

    In buona sintesi non è dato sapere se sia nato prima l’uovo o la gallina, cioè se una situazione tanto articolata mi sia capitata perché ne avevo studiato le caratteristiche oppure mi sia messo ad approfondire, all’epoca, per tentare di raccapezzarmici. Resta il fatto che a Luglio, essendomi nel tempo ripassato tutti i tipi di Telelavoro, compirò pure il ventesimo anniversario come Telelavoratore Nomade — benchè io insista di gran lunga a preferire “Workshifter“… — e persino informale, visto che le mie attività Off Site vengon fatte apparire come “trasfertaa casa con eventuali ore supplementari

    Resta il fatto che sul Telelavoro negli anni ho accumulato anche una certa esperienza, sul campo, oltreché una certa conoscenza

    Lavoro a Domicilio” e “Telelavoro Domiciliare

    Giuridicamente parlando almeno in Italia il Lavoro a Domicilio è questione artigianal-manifatturiera, da cui forse è discesa la disturbante inerzia normativa che ha accompagnato il riconoscimento di lavori, impiegatizi, prestabili anche a casa. È dimostrato storicamente e sociologicamente, invece, che, evidentemente in modi fuorilegge, da ben prima che fosse disponibile una qualche tecnologia propedeutica ad un Telelavoro qualsiasi, sono esistiti, da un lato, prestatori che si portavano il lavoro a casa e, dall’altro, datori tutt’altro che preclusi a tale opportunità. Quando le tecnologie sono state disponibili, e poi sono diventate vieppiù potenti, semplicemente sono cresciute in parallelo le possibilità di sincronia fra gli operatori Off Site e quelli On Site: oltre al “lavoro a domicilio” è stato sempre più viabile anche il “lavoro da domicilio“, checché alcune impostazioni giuridiche imperscrutabilmente l’abbiano deciso di trascurare

    Classica rappresentazione della Telelavorabilità in funzione del grado di creatività/professionalism dell’attività svolta

    Io percepisco nettamente, nella mia pratica quotidiana, sia come lavoratore autonomo che come dipendente, che il fondamentale discrimine è fra “Attività Sincrone” ed “Attività Asincrone,1 in un continuum che va dalle attività che imprescindibilmente non possono essere compiute in solitudine a quelle che, altrettanto imprescindibilmente, lo possono essere, o quelle, infine, che è possibile terminare efficientemente ed efficacemente solo a distanza sufficiente dalle distrazioni dell’”office noise in senso lato. Posso fare anche qualche esempio pratico:

    • Una volta chiariti i requisiti di un progetto in solitaria con un cliente e i tempi di realizzazione — che finiscono nel preventivo —, la comunicazione si fa asicncrona (prevalenza di email) e va poco oltre ai soliti Stati di Avanzamento Lavoro2
      • …ma ciò non esime né il cliente né me ad alzare il telefono, magari anticipando via messaggino, per rivedere al volo qualcosa di quello o di altri progetti, od anche solo per chiarimenti in generale;3
    • Non dissimilmente funziona per il lavoro dipendente: mi viene presentata od io stesso presento una commessa con relativa pianificazione; nell’agenda digitale per la consuntivazione successiva da parte dell’Ufficio Personale l’esecuzione in pseudo-trasferta viene approvata dal mio Direttore; io, dopo aver recuperato on site tutto ciò che potrebbe servirmi dagli eventuali altri committenti interni, eseguo la commessa off site in autonomia…4
      • …ma se gli elaborati intermedii e bozze sono passibili anche solo di riscontri telefonici e/o via messaggistica istantanea…
      • …l’elaborato finale viene da me sottoposto via email ad approvazione definitiva che, trattandosi spesso di pubblicazioni online o comunque documentazione ufficiale, io richiedo essere altrettanto formale;
    • Le tele-conferenze e le video-conferenze di gruppo (sincrone) con clienti, fornitori e membri del team di lavoro si fanno eccome…
      • …ma sono anticipate da flussi di messaggistica, istantanea e non (email),5 che rendano assai improbabile che i partecipanti vi si presentino impreparati, col conseguente rischio che la riunione virtuale si protragga oltre il minimo indispensabile;
    • Lo ammetto: più e più volte mi è capitato di passare le pause-sigaretta o le pause-pranzo dal lavoro dipendente a scrivere email od a gestire la chat di gruppo del team di lavoro su Whatsapp per quello autonomo, così come di fare altrettanto, ancorché non formalmente in trasferta, fuori dell’orario del lavoro dipendente o nel weekend…
      • …ma si è sempre trattato di tempi marginali rispetto al completamento, da parte mia o di collaboratori, del o degli elaborati attesi.

    Che si tratti del lavoro dipendente o di quello autonomo il rapporto fra “lavoro a domicilio” e “lavoro da domicilio” o da altrove nella mia esperienza, che tuttavia beneficia in entrambe le situazioni di un netto orientamento al produrre qualcosa, seppur digitale, si attesta spannometricamente ad un 80±10% contro 20±10% a seconda del caso specifico, vale a dire che per la maggior parte del tempo sia le mie controparti (clienti/superiori, collaboratori/colleghi, etc.) sia io facciamo ciascuno la propria parte individualmente, mentre…

    • …più frequentemente le interazioni (sincronia) seguono una struttura canonica in cui si fanno più intense in testa ed in coda all’arco temporale che porta al risultato — e similmente, seppur riproporzionata, negli step intermedii;
    • …meno frequentemente fra le interazioni emerge puntiformità, ossia una divergenza dalla suddetta canonicità, e ciò capita quando una o più parti manifestano, banalmente, intempestività a fare od inerzia a decidere, ovvero scarsa professionalità

    Sincronia, Asincronia e Sicurezza

    Non posso omettere di considerare che, sia nelle vesti di dipendente che in quelle di lavoratore autonomo, il tipo di lavoro che faccio è di per sé predisponente al Telelavoro, e di conseguenza vi sono predisposti i soggetti coi quali mi confronto: non credo vi siano lavori più idonei del mio, almeno nella parte creativo-professionale di ciò che Richter & Meshulam (1993) chiamarono Spettro Professionale

    Ciononostante, restando io una mente deterministica, pur accettando che il mio personale rapporto “80±10% contro 20±10%” fra attività asincrone e attività sincrone venga persino ribaltato in un’altra situazione personale, ma sempre telelavorativa, insisto a pensare che il discrimine (attivo)6 fra queste resti funzionale a molti scopi, ad esempio il (contenimento dei costi del…) contenimento del rischio in termini di Cybersecurity:

    • Esposizione del network aziendale a partire da quelli dei telelavoratori o, viceversa,7 esposizione dei network di questi ultimi a partire da quello/i aziendale/i;
    • Abusi anche in buona fede8 del network aziendale da parte dei telelavoratori, che tuttavia hanno conseguenze in performance ed in esposizione;
    • La potenziale vulnerabilità dei device usati dagli operatori remoti, magari in BYOD, le cui patch di sicurezza o definizioni dei virus potrebbero non esser aggiornate, che potrebbero venir usati da congiunti dell’operatore,9 che potrebbero essere semplicemente non allineati — magari sarebbe bastato un aggiornamento di sistema — ai requisiti per la connessione (sicura) al network aziendale.

    Faccio due esempi applicabili ad una situazione semplicissima — l’operatore che deve poter accedere da remoto alla documentazione aziendale per produrre nuovi elaborati (analisi, reportistica, documentazione tecnica, etc.) — ma che è possibile traslare proporzionalmente a quelle più complesse con software dedicati (locali o SaaS), database e quant’altro:

    • Esser agganciati per 9 ore di fila alla VPN aziendale solo per mantenere il checkin a non più d’una manciata di file non solo è costoso, visto che richiede un accesso — e relativo monitoraggio… — per ciascun telelavoratore che invece potrebbe essere condiviso fra più, ma è oltretutto inutile, visto che può ottenersi lo stesso risultato effettuando il download dei file, modificandoli ed infine restituendoli con un upload, occupando nel complesso la VPN sì e no per qualche minuto; per aumentare la sicurezza a livelli paranoidi è sufficiente che la “password” della VPN scada dopo 5-10 minuti, sicché un nuovo accesso sarà possibile solo contattando l’Admin, che solo in quel lasso di tempo avrà da osservare l’eventualità di traffico sospetto (da indirizzi IP diversi da quelli del collega od in spoofing) e/o l’eventualità di file infetti;
    • La (asincrona) Posta Elettronica, specie se il servizio è fisicamente separato (presso ISP) dal network aziendale, è sempre più spesso assicurata sia da sistemi di crittamento (HTTPS/TLS), che impediscono lo sniffing dei contenuti e degli allegati, che da antivirus, sì da delimitare il contagio ai singoli operatori e provvedere di conseguenza.

    Riepilogando: per tanto più tempo l’operatore remoto potrà restare disconnesso dalla rete aziendale, tanto più quest’ultima avrà rafforzato almeno uno fra i vari fronti della sicurezza. Non solo: tanto più canoniche e non puntiformi saranno le comunicazioni, tanto sarà il tempo dedicabile ad evitare eventuali contagi virali, che potrebbero limitarsi ad essere un fastidio per gli infetti, ma potrebbero costituire anche il preludio a tentativi di bucare i sistemi aziendali, a partire dalla rete. Ancora più sinteticamente: saper moderare il “lavoro da domicilioin favore del “lavoro a domicilio, connettendosi al network aziendale od ad altri servizi in real-time esclusivamente nel momento del bisogno, può beneficiare la Cybersecurity.

    Oltre vent’anni d’esperienza, senza problematiche di security più rilevanti di qualche aggiornamento delle chiavi per le connessioni crittografate, me lo confermano. Così come mi suggeriscono, però, che il problema risiede altrove:

    • Un bel po’ di lavoratori, non infrequentemente pure fra quelli “autonomi“, non avrebbero sufficiente autonomia neppure se la mansione fosse stata cucita loro addosso esattamente a questo scopo;
    • Un bel po’ di capi e capetti non sono disposti a concedere autonomia ai loro sottoposti, indipendentemente da quale che sia il profilo e/o lo storico dello specifico individuo.

    No Autonomy, No Party..! si potrebbe dire: senza autonomia qualsiasi discriminabilità fra attività sincrone ed asincrone è semplicemente impossibile a priori; senza discriminabilità non è possibile una quantificazione, anche spannometrica, del rapporto fra queste; senza quantificazione, infine, non è possibile valutare l’impatto in termini di Cybersecurity e quindi tocca presumere — e di conseguenza pagare… — lo scenario peggiore.

  • Sviluppatori di tutto il mondo… Remotizzatevi!

    Sviluppatori di tutto il mondo… Remotizzatevi!

    Nel Developer Survey 2015 vengono declinate moltissime informazioni gustose per chi, come me, fa il developer. Fra queste una è tutta dedicata alla relazione fra retribuzione e grado di remotizzazione dello sviluppatore (software), rispetto alla quale le risposte possibili erano: mai, raramente, in remotizzazione parziale ed in remotizzazione totale.

    Aldilà delle molte spiegazioni socio-economiche che potrebbero essere inferite colpisce il dato per cui i developer totalmente remotizzati sembrerebbero percepire retribuzioni superiori alla media, molto superiori. Di contro quelli totalmente co-localizzati sembrerebbero essere retribuiti sotto la media. Ciò vale considerando globalmente i responsi sia differenziando per macro-aree geografiche.

    Remote work pays. Developers who work remotely full-time earn about 40% more than those who never work remote

    A voler essere più precisi la tendenza è di una aumentata redditività dell’attività di development all’aumentare della frequenza della remotizzazione, tant’è che – così sembrerebbe – in nessuna delle macro-aree identificate è plausibile raggiungere la media della retribuzione senza almeno un filino di remotizzazione.

    Pur con tutte le cautele necessarie nel trattare rilevazioni come quella di StackOverflow almeno questa parte bassa della distribuzione potrebbe essere spiegata adducendo tre possibili motivazioni, una più interessante dell’altra:

    • Si confermerebbe il nesso logico fra remotizzazione ed un aumento della produttività, magari anche grazie al positivo influsso dell’isolamento, tale da ingenerare (concretamente) una maggiore redditività;
    • La diffusione del Telelavoro in questo settore, tanto tradizionalmente quanto paradossalmente assai “Telework Skeptic“, potrebbe essere tale da assumere dimensioni economiche, peraltro significative;
    • Gli sviluppatori, da un lato potendo e dall’altro dovendo – questo già solo per raggiungere la media retributiva –, potrebbero aver imparato a sfruttare il moonlighting ed in genere il secondolavorismo.

    Queste considerazioni, come si è detto, potrebbero esser applicate alla distribuzione nel suo complesso, senonché nella parte alta probabilmente giocano un ruolo di primaria importanza proprio le differenze geografiche – e quindi economiche. Infatti..

    The disparity is more pronounced in developing countries

    Come si potrebbe giustificare il fatto che in India, destinazione oramai storica di tante delocalizzazioni nel settore IT, e in Russia, culla pure di tantissimi progetti nonché di attività spesso se non proprio illecite (malware) quantomeno assai fastidiose (spam), uno sviluppatore remotizzato full-time guadagna il doppio di quello co-localizzato?

    Non è possibile escludere che i suesposti fattori qualitativi (e.g. aumento della produttività) influenzino in qualche modo il fenomeno. D’altro canto la spiegazione più semplice è economica: probabilmente gli sviluppatori indiani e russi, che abbiano o meno un lavoro co-localizzato, sono in grado di assorbire una parte della domanda (estera) di commesse IT restandosene comodamente a casa loro

    Anche in questo non c’è alcuna novità. Si tratta di uno scenario ampiamente prevedibile, e previsto, da anni. Meno prevedibile è lo smacco, di sapore squisitamente pecuniario e pertanto anche difficilmente occultabile, per tutti quei paesi, Italia in testa, che si ostinano a crogiolarsi a discutere sull’opportunità del Telelavoro quando la competizione nella delocalizzazione delle mansioni intellettuali (Soft Shoring) è già nel vivo

  • Il Costo delle Distrazioni nella Programmazione

    Il Costo delle Distrazioni nella Programmazione

    Questo mese, su Ironistic.com, è comparso un articolo che mi ha fatto rodere dall’invidia perché, più per sfogo che per altro, da tempo ne avrei voluto scrivere io: The Cost of Distractions on Developers! di Tom Lydon. Posto che la maggior parte del lavoro è già fatta oltre alla traduzione mi limiterò, quindi, ad aggiungere i miei commenti, tecnici e personali…

    Chiunque lavori in un ambiente od in ufficio multitasking ha a che fare con distrazioni quotidiane, e gli sviluppatori non fanno eccezione. È noto che le distrazioni siano tra i fattori che contribuiscono maggiormente ad una riduzione delle prestazioni degli sviluppatori

    Il tipo di lavoro degli Sviluppatori/Programmatori differisce dalla maggioranza di quelli esperibili in un ufficio: è il solo tipo di lavoro che, nonostante la sua prevalente non criticità – non si tratta né di medicina d’urgenza1 né di sostenere un attacco aereo alla guida di un velivolo! –, richiede un’attenzione davvero prolungata – dozzine di minuti, non minuti –, peraltro su niente di tangibile, bensì sulla correttezza del proprio “progetto mentale” di ciò che deve essere realizzato; la attività di mera scrittura del codice rappresenta solamente la successiva traduzione di quel progetto in qualcosa di eseguibile dal computer, tant’è che solo a quel punto abbondano i presidii che possono alleviare il labor del programmatore (interfacce grafiche, tool vari, librerie, etc..)..

    Per comprendere al meglio come funziona il lavoro del programmatore paragonato a quelli dei suoi vicini, a iniziare dai venditori ed i manager, l’autore suggerisce – ed io non posso che condividere, sghignazzando per quanto è vero – di leggere: Programmers, Teach Non-Geeks The True Cost of Interruptions.

    — Erik Dietrich (@daedtech) 17 Gennaio 2014

    Persino il neurochirurgo ha dei tessuti da guardare, mentre il pilota dopo pochissimi minuti o è uscito vittorioso dal duello – e può inserire il pilota automatico – oppure si è eiettato – e dunque non guida più nulla – od infine è morto, semplicemente. Il vero programmatore, invece, prima, mentre e dopo che ha cominciato a digitare, deve mantenere l’attenzione su qualcosa di intangibile e dunque ancor più complesso e sfuggente

    Differenti livelli di carico di memoria durante le attività di programmazione in base all’analisi delle espressioni subvocali (Parnin, 2011)

    Quando a me capita di venir interrotto da quelle che io chiamo “richieste di interazione2 mentre sto progettando la sensazione, di primo acchito, è analoga all’avere udito uno specchio/vetro infrangersi, per poi accorgermi che il delicatissimo castello di carte che avevo costruito nelle ultime decine di minuti è stato demolito da un flebile soffio di fiato. Sembrerà letterario ma è proprio così, e colleghi di tutto il mondo danno di eventi come questo descrizioni abbastanza sovrapponibili alla mia…

    La Memoria di Lavoro, un tipo di memoria a brevissimo termine

    Questo perché, neuropsicologicamente parlando, accade la medesima cosa: il ricco ma ugualmente precario dialogo fra strutture cerebrali della memoria a lungo termine e di quella a breve termine, raggiunto attraverso minuti e minuti di crescente concentrazione, viene colto, appunto, in tutta la sua precarietà. Il trauma, benché temporaneo, ancorché non più grave dell’aver sentito una puntina del giradischi scivolare sul vinile – tuttavia della musica che ci stava coinvolgendo o semplicemente rilassando… –, è assicurato.

    Le interruzioni occorrenti durante i picchi di carico di memoria provocano i maggiori disturbi in base alle ricerche effettuate con la pupillometria (Iqbal et al., 2004)

    Le distrazioni non solo ritardano il completamento delle attività ed aumentano il numero di bug… [di errori, ndr] …ma possono pure portare ad un aumento dello stress e dei livelli di frustrazione, che possono a loro volta portare ad ulteriori ritardi… ed in alcuni casi al burnout

    Tutt’altro che casualmente la ricerca scientifica sulle interruzioni (cd. “Interruption Science“) individua sovente fra i programmatori (et simila) il proprio campione di studio: per questi ultimi le conseguenze delle interruzioni e delle distrazioni appaiono da sempre come amplificate. E non c’è modo migliore di studiare un fenomeno del partire dai casi in cui questo si dimostra più potente per poi applicare rilievi e conoscenze acquisite relative ai suoi meccanismi alle situazioni meno borderline. Va da sé, quindi, che tutto questo discorso vale per i programmatori sempre – tant’è che una patologica frequenza delle interruzioni è co-fattore tipico dello Stress Lavoro-Correlato (cfr. Basoglu et al., 2009; Fonner & Roloff, 2012) – mentre per gli altri tipi di lavori varrà verosimilmente tanto quanto sono esposti ad analoghe richieste cognitive.

    Il tempo medio perso è di 23 minuti per le interruzione più gravi, secondo il Wall Street Journal. Oltretutto i programmatori possono richiedere 10-15 minuti per ricominciare l’elaborazione del codice dopo la ripresa del lavoro a valle di un’interruzione. Per Game Developer Magazine un programmatore nella media dispone verosimilmente soltanto di una singola ininterrotta sessione di due ore in un giorno

    L’ultima affermazione è quella operativamente più rilevante, in quanto se ne deduce che il vero tempo di qualità in una giornata di lavoro tipo di un programmatore sia limitato a meno della sua metàquantomeno in un contesto co-localizzato; la parte restante, in quanto costellata di interruzioni, andrebbe considerata come marginalità rispetto alla prestazione principale richiesta. Sono, tuttavia, le prime due ad offrire una descrizione di quali siano gli effetti delle interruzioni sullo svolgimento di task cognitivamente complessi:

    • Ogni interruzione provoca una perdita di tempo di durata superiore all’interruzione stessa, il che significa pure che se il numero di interruzioni nell’arco della giornata lavorativa raggiunge una massa critica sufficiente la stessa giornata è da considerarsi persa – almeno relativamente alla prestazione originariamente prevista, in questo caso la programmazione;
    • Ciò in quanto ritornare semplicemente alla prestazione non è sufficiente: è necessario pure che vi sia il ritorno allo stato attentivo precedente rispetto all’evento all’origine dell’interruzione, il che richiede tanto tempo quanta è la complessità del compito da svolgere.

    Rappresentazione grafica della Curva Attentiva in base ai dati del WSJ e del Game Developer Magazine

    Gli sviluppatori perdono più tempo a tornare al compito rispetto alla norma dei lavoratori, e tanto più a lungo sono stati lontani dal compito, maggiore è il tempo necessario per ritornarvi

    Sempre per una questione di memoria se l’evento interruttivo eccede una certa durata – non si tratta più di una banale notifica (arrivo di un SMS o di un’email, lo squillo del telefono, etc.) ma di un’interruzione più lunga (e.g. un colloquio, una riunione, etc.) –, anche il (normale ed automatico) tentativo di trattenere fra i pensieri – in una sorta di complesso reharsal… – il progetto mentale fallisce e si rende necessario ricominciare tutto daccapo – tant’è che il post successivamente espone vari espedienti per organizzare dettagliatamente il lavoro così da limitare al minimo i danni di tali eventualità..

    La programmazione è più una forma mentis che un’abilità di scrittura. La mente va concentrata del tutto sul compito corrente, va pianificato e prefigurato il prodotto finale ed i risultati desiderati di ciascun metodo e funzione all’unisono con la scrittura del codice ed il testing

    Personalmente non condivido siffatta profonda distinzione tra programmazione ed abilità di scrittura. In entrambi i casi sussiste, infatti, una complessa fase prodromica, propedeutica di tipo ideativo — sono anni che combatto, da un lato coi miei clienti e dall’altro coi miei discenti e collaboratori, per far passare il duplice concetto, trito e ritrito fra chi si occupa di pianificazione di progetti informatici, per cui, tanto più tardi nello svolgimento ci si accorge di una carenza analitico-progettuale, tanto più ampie ne saranno le conseguenze, temporali e pertanto economiche, e che, quindi, vale assolutamente la pena prolungare l’analisi, anche se ad un osservatore ingenuo potrebbe sembrare una assenza di produzione  — ed il fatto, innegabile, che questa fase sia più impegnativa nella programmazione di certo non rende povera di complessità la progettazione di sequenze di proposizioni, magari assai articolate in subordinate, la costruzione di paragrafi logicamente sostenibili ed in genere la scrittura finalizzata ad un risultato, ad esempio divulgativo.

    È, altresì, esperienza famigliare per qualsiasi programmatore, così come per qualsiasi scrittore, che le interruzioni verbali (con un contenuto verbale) provochino un disturbo superiore rispetto a quelle esclusivamente informative (i.e. il singolo “ciao” del collega od il breve trillo del cellulare all’arrivo di un messaggio), spesso derubricate a notifica neppure prima inter pares. Questo accade verosimilmente perché in entrambi i tipi di attività le prime, andando ad interessare lo stesso tipo di memoria, verbale (Siegmund et al., 2014), già occupata, causano un conflitto modale, e più precisamente una interferenza verbale (Semenza, 1983): il “progetto linguistico” – trattasi pur sempre, infatti, di lingue o linguaggi, con una propria struttura e terminologia… – in uscita deve lasciare post al “prodotto linguisticoin entrata (da analizzare).

    Tutti ironizzano sul fatto che gli sviluppatori siano dei nottambuli, ma c’è qualche verità in questo. Nel corso degli anni di sviluppo, ho imparato a gestire le interruzioni per necessità. Nei miei primi anni ho trascorso molte tarde notti scrivendo codice, semplicemente perché era il miglior periodo del giorno senza interruzioni che potevo trovare.


    Non c’è soltanto qualche verità in tale affermazione: è tutta vera e per la maggioranza dei programmatori, specie quelli impegnati nel realizzare qualcosa di (soggettivamente) complesso. In una siffatta situazione spesso la notte è il solo intervallo di tempo nel quale siano disponibili le ore di tranquillità necessarie a capitalizzare la concentrazione indispensabile ad affrontare l’attività. Soprattutto se questa è inerente più la risoluzione di un problema attraverso una ristrutturazione cognitiva (il cd. “Effetto Eureka“) che la mera esecuzione, algoritmica, di una sequenza di compiti.

    Ovviamente c’è un’alternativa al lavoro notturno, per i programmatori così come per tanti altri lavori intellettuali. La remotizzazione – in questo caso il vero e proprio isolamento – del lavoratore, ad esempio, può minimizzare il tasso di interruzioni non programmate, connaturate alla situazione co-localizzata, senza il costo economico o psicosociale (e.g. le invidie dei colleghi) del conferimento di un locale isolato, un ufficio individuale, nella sede aziendale. Questo almeno fino a quando, per esempio, non ci sarà un qualche automatismoMicrosoft ha iniziato anni fa a pensare a qualcosa del genere… – in grado, magari, di contingentare tecnologicamente le interruzioni in base a delle rilevazioni biometriche dello “stato mentale” attuale del lavoratore.

    Rappresentazione grafica degli effetti di diversi tipi di interruzione sull’attività

    La prima – e più semplice… – delle soluzioni adottabili è quella di una remotizzazione part-time (verticale), in cui al lavoratore-programmatore è concesso di lavorare più giorni a settimana fuori dall’ufficio – a casa od in qualunque altro luogo nel quale poter evitare superflue “richieste d’interazione” dirette –, concentrando negli 1-2 restanti giorni tutte le attività mondane e la programmazione di routine da svolgere, invece. in sede. Starà nella determinazione del programmatore, infine, filtrare opportunamente eventuali distrazioni provenienti da remoto (telefonate, messaggi istantanei, contatti in telepresenza, etc.), ovverosia dall’ufficio, così come spiegare ai propri congiunti, sperabilmente più ammansibili dei colleghi, il dramma delle interruzioni…

  • Dematerializzare invio e ricezione di Raccomandate

    Dematerializzare invio e ricezione di Raccomandate

    Mio malgrado negli ultimi 3-4 10 anni sono diventato persino troppo avvezzo sia alla spedizione che alla ricezione di raccomandate: Fisco, Sanità, tribunali, Amministratore Stabili, vari fornitori di servizi, etc.. Per fortuna, giacché la mole di corrispondenze è andata lievitando sempre più, la prospettiva di sopportare anche il tedio e la perdita di tempo all’Ufficio Postale è diventata parallelamente più famigliare.

    Tuttavia, onde ridurre al minimo — cioè soltanto per i malloppi di diverse decine di pagine — i tour allo sportello, ho trovato molto utile il servizio on-line delle Poste Italiane, che consente di spedire on-line raccomandate (AR e non). Certo — si potrebbe obiettare —, esiste la PEC che solleverebbe da tale seccatura assicurando pure maggior tempestività nelle comunicazioni, senza contare il netto risparmio! Da un lato, tuttavia, non tutti i procedimenti supportano in pieno la PEC e, dall’altro, non di rado proprio le tempistiche più pigre della classica raccomandata possono rivelarsi tattiche, per esempio per giocare sui termini per adempiere…

    Tenuto pur conto di un’importante limitazione funzionale, cioè il fatto che la non apponibilità della firma in calce rende nulla tutta la corrispondenza (ad es. giudiziaria) che, invece, la richiederebbe, questo servizio può alleviare gli adempimenti di un qualunque piccolo ufficio, anche domestico, dalla fastidiosa incombenza postale.

    Il fattore che ho giudicato come più saliente nell’affidarmi al servizio online di Poste è stata la possibilità di spedire raccomandate a qualunque ora del giorno e da qualsiasi luogo — mi è capitato di inviarne una persino in coda in auto, dallo smartphone, così come ben prima o ben dopo il tradizionale orario di sportello… —, il che lo rende, a mio avviso, quasi una scelta obbligata sia per coloro che necessitino di relegare ai tempi morti questo tipo di attività che, soprattutto, per tutti quelli che debbano potersi allargare sino all’ultimo momento materialmente — od anche legalmente, come nella partecipazione a concorsi ed appalti… — disponibile per perfezionare il proprio elaborato e trasmetterlo.

    Ecco il post scritto due giorni fa da me per Pmi.it.

    Raccomandate (R/R) On-Line con PosteItaliane

    Di recente è stato attivato da Poste Italiane, in diverse località , il servizio “Raccomandata DaTe“, grazie al quale privati, professionisti ed aziende possono prenotare ed effettuare l’accettazione di una raccomandata presso il proprio domicilio/ufficio. Tale servizio segue, ovviamente, degli orari ed una determinata tempistica.

    Esiste, ed oramai da diverso tempo, un altro servizio di Poste Italiane che non ha gli stessi limiti, è allargato alla corrispondenza tradizionale ed ai telegrammi e richiede solo di disporre di un account MyPoste: l’invio on-line.

    La registrazione a MyPoste è molto semplice, oltreché gratuita: una volta inseriti i propri dati anagrafici è sufficiente attendere il ricevimento, tramite SMS, del codice di attivazione necessario a perfezionare la procedura. Registrati, è possibile usufruire di un vario bouquet di servizi, fra i quali anche quello dell’invio online di corrispondenza.

    Se l’invio di Telegrammi permette all’utente l’inserimento del solo testo e del destinatario, quello di Lettere e Raccomandate offre all’utente l’opportunità  di scrivere online 2 pagine di corrispondenza (formattandone il testo), e soprattutto di caricare un proprio documento (nei formati più diffusi) restando nel limite di 3Mb e di 18 pagine (in formato A4).

    Una volta apposte le proprie preferenze sulle opzioni di stampa (a colori od in bianco e nero, e fronte/retro o meno), la Lettera o la Raccomandata – per la quale, ovviamente, è possibile richiedere pure la ricevuta di ritorno – sarà  in automatico stampata, imbustata e spedita da Poste Italiane, oppure, al caso, salvata come bozza per un invio successivo.

    La procedura guidata porta l’utente dalla creazione della missiva, della quale viene fornita la anteprima, alla scelta del destinatario – è contemplato anche l’utilissimo invio a destinatari multipli..! -, che può essere pure salvato nella Rubrica e richiamato per nuovi invii, sino al check out, per il quale è previsto il pagamento con carta di credito, PostePay o persino con addebito su conto per i clienti BancoPosta provvisti di apposito lettore.

    Completa efficientemente il servizio il Pannello che permette all’utente anche di visionare l’elenco degli Invii in bozza e degli Invii effettuati. Nel caso delle Raccomandate consultando quest’ultimo l’utente non solo può contemplare lo storico degli invii ma può consultarne il tracking e verificarne il ricevimento.

    Contro: nonostante l’automatismo di stampa ed imbustamento non tutti i suoi potenziali utilizzatori potrebbero ritenere il servizio a prova di occhi indiscreti e quindi adatto anche a corrispondenza delicata.
    Pro: anche tacendo sulla ovvia utilità  di poter spedire Raccomandate (R/R) da qualunque luogo (nel mondo) l’indubbio vantaggio risiederebbe nell’opportunità  di farlo in qualunque momento della giornata, magari sul filo di lana delle 23:59 dell’ultima data utile per un invio importante.

    Più recentemente Poste ha completato la dematerializzazione della gestione delle raccomandate rendendo disponibile, sempre per gli utenti di MyPoste, anche il servizio di Ritiro Digitale delle missive:

    • Gratuitamente è possibile essere avvertiti, via email, di una nuova giacenza ed, accedendo al servizio, controllare lo stato attuale dei ritiri effettuati o meno, fisicamente presso lo sportello postale oppure virtualmente attraverso quello, appunto, digitale (di seguito);
    • Sempre gratuitamente, previa attivazione della Firma Digitale Remota di Poste,1 è possibile effettuarne uno digitale, del medesimo valore legale di quello brevi manu, per almeno alcune missive.2

    È davvero un peccato che da un mio personale microsondaggio proprio coi professionisti — ripetuto negli anni —, che potrebbero sfruttarlo (ampiamente!), questo servizio sia sconosciuto ai più… Anzi: è puro masochismo..!

    Mi permetto un commento a valle: dematerializzati sia l’invio che la ricezione della tradizionale raccomandata parrebbe emergere la lacuna di un servizio di commutazione da parte degli ormai liberalizzati servizi postali di notifica ex lege:

    • Raccomandata tradizionale ⇾ Posta Elettronica Certificata;
    • Posta Elettronica Certificata ⇾ Raccomandata tradizionale;
    • Raccomandata tradizionale ⇿ Posta Elettronica Certificata.3

    Per quanto ironico possa sembrare il commento — a quel punto si potrebbe passare alla PEC punto e basta! —, nonché per quanto possa apparire (erroneamente) complesso approntare un siffatto servizio, questo sarebbe perfetto, se altresì legalmente riconosciuto — con una ulteriore intermediazione, ahinoi, da parte di service provider! —, per accompagnare gli “utenti legacy” nel proprio percorso (ormai ineluttabile) di modernizzazione digitale dei propri processi.

  • L’Internet Fax di Vodafone

    L’Internet Fax di Vodafone

    Anni fa scrivevo di come, in un contesto prettamente aziendale, di un gruppo di lavoro, era possibile sostituire il Fax vecchio stampo, sgradevole ma inevitabile compagno di chiunque debba interagire, ad esempio, con la Pubblica Amministrazione, con versatili soluzioni software e/o hardware. Oggi, invece, è la volta dei (singoli) homeworker che vogliano poter avere accesso a tale strumento, a basso costo ed ovviamente da qualsiasi luogo!

    (altri articoli scritti da Davide Cappelli per Blog.Pmi.it)

  • Testo Unico e Sicurezza nel Telelavoro

    Scaltro, a mio avviso, il Consiglio Nazionale degli Ingegneri, il quale, interpellando il Ministero del Lavoro, ha anteposto alla questione fondamentale, ovvero «se l’abitazione del lavoratore sia da considerarsi a tutti gli effetti un luogo di lavoro, così come defini- to dal D.Lgs. n. 81/2008, e debba pertanto essere oggetto di valu- tazione dei rischi..» – tant’è che, fra datori di lavoro e lavoratori, negli ultimi anni i miti e le leggende sono prosperati.. Ovviamente a detrimento delle diffusione del Telelavoro, quello domiciliare almeno.. –, quella, francamente più prosaica, relativa al «se per i lavoratori a domicilio, che risultano dipendenti di un’azienda, ma che hanno come luogo di lavoro la propria abitazione, il datore di la- voro debba fornire a proprie spese tutta l’informazione, la forma- zione e l’addestramento previsto..». Probabilmente agli ingegneri interessava evitare impicci (andare casa per casa) ed assicurarsi attività (di formazione), ma hanno centrato il bersaglio grosso! (altro…)

  • Riderci sopra.. con Scott Adams

    Riderci sopra.. con Scott Adams

    Da tempo volevo pubblicare le strisce telework related di Dilbert e non ci riuscivo perché non era ancora disponibile un buon metodo per il loro incorporamento. Fortunatamente adesso c’è – e chissà da quanto visto che erano mesi che seguivo soltanto il feed –, così posso riprodurre una carrellata di strisce, sin dal lontano 1994 – giusto per ribadire la storicità (ormai) dell’argomento trattato e della sua profonda pervasività nella vita (aziendale) di tutti i giorni.

    Dilbert.com – 30/01/1998
    https://dilbert.com/strip/1998-01-30/
    Dilbert.com – 30/01/1998
    Dilbert.com – 19/09/2000
    https://dilbert.com/strip/2000-09-19/
    Dilbert.com – 19/09/2000
    Dilbert.com – 13/09/2004
    https://dilbert.com/strip/2004-09-13/
    Dilbert.com – 13/09/2004
    Dilbert.com – 12/10/2011
    https://dilbert.com/strip/2011-10-12/
    Dilbert.com – 12/10/2011
    Dilbert.com – 09/02/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-02-09/
    Dilbert.com – 09/02/2012
    Dilbert.com – 09/04/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-04-09/
    Dilbert.com – 09/04/2012
    Dilbert.com – 02/12/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-12-02/
    Dilbert.com – 02/12/2012
    Dilbert.com – 05/12/2013
    https://dilbert.com/strip/2013-12-05/
    Dilbert.com – 05/12/2013
    Dilbert.com – 10/07/2014
    https://dilbert.com/strip/2014-07-10/
    Dilbert.com – 10/07/2014
    Dilbert.com – 23/11/2014
    https://dilbert.com/strip/2014-11-23/
    Dilbert.com – 23/11/2014
    Dilbert.com – 29/06/2016
    https://dilbert.com/strip/2016-06-29/
    Dilbert.com – 29/06/2016
    Dilbert.com – 18/12/2019
    https://dilbert.com/strip/2019-12-18/
    Dilbert.com – 18/12/2019
    Dilbert.com – 19/12/2019
    https://dilbert.com/strip/2019-12-19/
    Dilbert.com – 19/12/2019
  • Dieci idee sul Telelavoro che hanno stufato

    Dieci idee sul Telelavoro che hanno stufato

    Ormai sono più di dieci anni – all’epoca fui colpito da un articolo letto su Web Marketing Tools, che dette un nome al tipo di lavoro che già facevo da qualche anno.. – che mi occupo di Telelavoro, scrivo e (soprattutto) leggo, online ed offline, di Telelavoro..

    Di trattati, più o meno lunghi, più o meno competenti, sui “Miti del Telelavoro” me ne sono sorbiti talmente tanti – anche considerando che la letteratura in tal senso parte dagli Anni ’80.. – che oramai la giovanile partigianeria per la dimostrazione scientifica della bontà di questa evoluzione nel modo di lavorare a dispetto dei tanti, troppi scetticismi ha lasciato il posto ad una sempre più livorosa condiscendenza verso l’ottusità ed il dogmatismo di cui sono intrise troppe argomentazioni.

    Quel che più mi rode è la sensazione che il tempo passi mentre una battaglia campale, combattuta spostandosi di qualche metro da una trincea all’altra, sta finendo in un assai poco edificante cul de sac.

    D’accordo: i dati sono sempre favorevoli, ma è il processo di istituzionalizzazione del Telelavoro, specie a livello di cultura generale, che stenta a incedere, e ciò perché sia i detrattori, da un lato, che i sostenitori, dall’altro, si sono ormai incartati su idee che oggi — historia magistra vitae.! — dovrebbero essere state già riconosciute come semplicemente ridicole..!

    Eccone alcune, fra quelle che mi fanno inca..are di più..

    1. Il Telelavoro in sé non è una forma contrattuale – Forse il peggiore errore compiuto pure dai più sinceri fautori (autoctoni) del Telelavoro è stato — ed insiste tenacemente ad essere, colpevolmente a causa di una localistica autoreferenzialità delle fonti sociologiche e giuridiche — quello di volerlo a ogni costo incasellare, oltretutto con precisione, all’interno di un sistema di prescrizioni contrattuali. Nonostante la palese buona fede, la tutela dei lavoratori, ciò ha comportato la politicizzazione della questione, pertanto il suo oblio in interminabili ed inefficaci discussioni di trincea, tant’è che ancora oggi, almeno in Italia, non abbiamo che sterili dichiarazioni d’intenti. Ciò mentre il mondo intero si è accorto ed adeguato al fatto che la prassi telelavorativa più utilizzata sia quella del Telelavoro Informale (nomadico), cominciando pure a legiferare di conseguenza.
    2. Il Digital Divide non è una scusa buona – Benché sia scandaloso che vi siano (tante) aree, ancora una volta in Italia, in cui persista ancora la sola connessione analogica, così come il fatto che i costi di collegamento – specie se rapportati alle prestazioni! – siano tanto cari rispetto alle medie europee, non si può ignorare il fatto che, sempre in Europa, a spiccare per diffusione del Telelavoro sia la Repubblica Ceca, mentre nel Mondo siano in genere i paesi in via di sviluppo.. – i quali hanno evidentemente già mangiato la foglia e si preparano oggi per essere i destinatari delle prossime delocalizzazioni, stavolta di lavoro concettuale (altamente remotizzabile)..
    3. Telecollaborare non significa lavorare da casa – Nonostate l’evocatività di questa idea, la quale ha certamente una vasta applicabilità e prelude ad una sterminata lista di benefici per il singolo, l’azienda e la Collettività, resta il fatto che sia tecnicamente errata, e foriera di un’orda di detrattori che, sfruttandone l’evidente limitatività, hanno trovato dovunque sponda per opporsi strenuamente – come moderni luddisti..! – al comunque inarrestabile cambiamento, sociale e metodologico, dettato dallo sviluppo tecnologico. A voler essere gli ennesimi a citare Sir Gus O’Donnell: «work is something you do, not somewhere you go»; fissarsi sulla collocazione, domestica od aziendale che sia, è sempre controproducente..
    4. Non si lavora davvero solo in ufficioAbbonati a questa panzana di dimensioni cosmiche sono tutti coloro che si ostinano, ad esempio, a puntare il dito contro le distrazioni tipiche – questa sarebbe la pregiudiziale – del telelavoro domestico: figli e/o coniugi in primis. Se è vero che questo rischio sussiste è anche vero che può essere gestito con un po’ di pratica o diplomatica fermezza. Azioni, di converso, del tutto impraticabili in un ufficio, dove, aldilà dell’antiergonomico subissamento da stimoli (voci dei colleghi, squilli di telefono, richieste verbali, etc.) spesso – è esperienza comune! – anche non strettamente attinenti al lavoro, regna sovrana l’aspettativa di disponibilità del singolo nei confronti di chicchessia, anche a detrimento dell’attenzione necessaria a svolgere il compito e della performance in genere.
    5. Il Telelavoro non è un Benefit – A meno che non si voglia ammettere che le ragioni per cui molti lavoratori sono costretti alla co-localizzazione trascendono troppo spesso la Logica od il banale Buon Senso – il bisogno (patologico) di disporre concretamente dei propri sottoposti, magari solamente a conferma del proprio potere, il timore che questi, diversamente, non si darebbero abbastanza da fare, etc.. – essere esentati da tale (spesso superflua) costrizione non può essere considerato un plus ma il puro e semplice – sillogistico! – ripristino di quella Logica e di quel Buon Senso.. Oltretutto come si potrebbe definire Benefit per il lavoratore un approccio al lavoro che, in una qualunque delle sue eterogenee declinazioni, comunque offre un maggior numero di benefici al datore di lavoro?
    6. Lavorare da casa non significa avere più tempo per altro.. – Anche omettendo il fatto, da lustri ormai assodato, che i telelavoratori tendono a regalare ore di lavoro, e sottostimando l’altrettanto assodato aumento della produttività, l’idea che nel telelavoro domiciliare sia possibile, in qualche modo, fare la cresta sull’orario di lavoro va ben oltre il pregiudizio per sfiorare lo status di pubblicità ingannevole – persino nel caso di un tradizionale lavoro non task orientedresult oriented.. Pure l’impiegato che deve svolgere delle pratiche, infatti, a fine giornata avrà portato a termine i suoi compiti, con la differenza che se lavora da casa la sua giornata non sarà stata di due blocchi, scanditi dalla pausa-pranzo: i blocchi saranno stati quattro, cinque, etc., scanditi da altre attività (magari genitoriali) e, di conseguenza, la sua giornata lavorativa non avrà avuto un inizio ed una fine netti ma si sarà dispiegata sino ad occupare buona parte della giornata solare disponibile..
    7. Soltanto pochi lavori impiegatizi non sono telelavorabili – Per esperienza c’è un unico tipo di lavoro che non potrebbe essere mai remotizzato: quello svolto da un impiegato che, per non sufficiente esperienza e/o inettitudine, non sarebbe (comunque) capace di svolgerlo con un minimo di autonomia, ossia con professionalità. Aldilà di impedimenti materiali vari, quindi, qualsiasi altro caso potrebbe definirsi trattabile – talvolta basterebbe un pochino di formazione –, se non nell’immediato comunque nel brevemedio termine. Professionalizzato, qualsiasi impiegato potrebbe svolgere almeno parte del lavoro da remoto, ed anche la più piccola parte può costituire, in una sorta di microeconomia di scala, un vantaggio per lui/lei ed il suo datore.
    8. (D’altro canto) non esiste un telelavoro tipo – Benché – più per comodità che per esigenza (se non commerciale) – le offerte di telelavoro, specie negli eMarketplace, si concentrino su attività che potremmo definire di natura dattilografica, e oltretutto assai frammentate, non esiste un prototipo/archetipo di Telelavoro. Chi spinge affinché si cristallizzi quest’idea, oggi che molte limitazioni oggettive sono state ampiamente superate, verosimilmente lo fa per proprio vantaggio, per esempio perché ha costituito un business che lucra sul Proletariato “Binario” e vuole assicurarsi forza lavoro a bassissimo costo o perché, più brutalmente, non è riuscito a lanciare altro business se non la sempreverde truffa. La regola è sempre quella: il Telelavoro è una modalità di svolgimento dell’attività applicabile ad un lavoro esistente, non un – ovviamente rivoluzionario.. – tipo di lavoro..! Vale anche e soprattutto in tempi di crisi!
    9. Il Telelavoro non è dedicato ai tecnocrati – Nonostante richieda un filino di autonomia in più rispetto all’”impiegatismomedio non è assolutamente necessario essere un power user del computer per telelavorare: è da quasi vent’anni (!!) che comunissime applicazioni da ufficio – il classico Ms. Office, ad esempio.. – rendono disponibili, a comunissimi impiegati, workspace virtuali e quant’altro possa servire per collaborare fra loro, indipendentemente dalla distanza..! Pretendere che siano istituiti percorsi aziendali di addestramento formale per apprendere a pigiare quel pulsante o quell’icona, così come a cambiare la cartuccia od il toner della stampante, ricollegare il cavo del monitor ed altre amenità – e magari soltanto perchè «il mio lavoro è un altro» o perché «ho studiato altro»..! – suggerisce che il problema non risieda ancora nell’idoneità a telelavorare ma proprio nella semplice idoneità a lavorare!
    10. La telecollaborazione non attenta alla sicurezza né alla privacy aziendale – Anche senza scomodare uno dei guru dell’hacking ma soprattutto del social engineering – il quale rivela, placidamente, che il metodo migliore per ottenere una password è chiederla (nella maniera giusta..) – resta pur sempre il fatto incontrovertibile che qualsiasi rete aziendale connessa direttamente od indirettamente a Internet è virtualmente a rischio. Virtualmente nel senso che se la rete aziendale fosse quella di un istituto di credito abbonderebbe sia la domanda di esperti capaci di penetrarla che il budget per farlo; se, invece, la rete fosse quella di una azienda che produce «laminati plastici» più che evidentemente latiterebbe ogni stimolo..! Il rischio – anche di fuga di notizie..! – sussiste comunque, co-localizzato o remotizzato che sia lo staff, perché non dipende da questo fattore. Anzi.. Plausibilmente l’atto, ad esempio, di connettersi da remoto alla VPN aziendale potrebbe suscitare quel minimo di attenzione in più da parte dei lavoratori da scongiurare il pressapochismo frutto di un eccesso di sicurezza tipicamente percepita nelle situazioni in site.
  • 9 Poster DeMotivazionali sul Telelavoro

    Lo ammetto: sono un po’ indietro con la lettura del mio canale feed su “Telelavoro e dintorni“.. Talvolta ciò può portare a perdersi l’attualità  di simpaticissime chicche come quella scoperta su BuzzFeed: una serie di 9 “Demotivational” dedicati al freelancing domestico (più che al Telelavoro in genere, per come inteso in questo blog..). A me, specie se penso all’argomento del mio ultimo post, fa scompisciare l’ultima immagine..

    Teamwork

    Un ringraziamento, quindi, a Donna D. per i minuti di sollazzo..

  • Homepreneurs

    Buone Feste! Suggestiva l’infografica apparsa ieri su ContactMe, versatile servizio on-line per la gestione di contatti ed attività, sullo sviluppo dell’imprenditoria domiciliare negli Stati Uniti, che sembra godere, non si sa se nonostante o grazie alla Crisi, di ottima salute. Dovremmo essere invidiosi, in Italia, oppure cercare di essere semplicemente più creativi..?

    The Homepreneurs (Home Entrepreneurs)
  • Cumulo IRPEF e Rimborsi nel Telelavoro

    Cumulo IRPEF e Rimborsi nel Telelavoro

    *L’aspetto più grottesco, personalmente, è la tempistica: si è dovuti arrivare alla fine del 2007 per fare luce su una questione francamente ovvia, as is: le spese affrontate dal telelavoratore e riconosciute, come rimborso, dal datore di lavoro non vanno a fare comulo sull’Imponibile; non solo, il datore di lavoro può – altrettanto ovvio, in teoria.. – scaricarle come costi.

    È ciò che si evince dalla lettura della Risoluzione n°357/E/07 dell’Agenzia delle Entrate in risposta ad un interpello avanzato da un (altro) ente pubblico alle prese con gli aspetti fiscali della ennesima sperimentazione – ma questo è un altro discorso.! – del Telelavoro. L’ente ha interpellato l’Agenzia per chiarire «se i rim- borsi delle spese documentate sostenute dal lavoratore per l’attività svolta in telelavoro siano da considerare o meno redditi di lavoro di- pendente e quindi siano da assoggettare o meno a contribuzioni ed alle ritenute fiscali».

    Di seguito, in estrema sintesi, la risposta (ufficiale) dell’Agenzia delle Entrate.

    ..ai sensi dell’art. 51 del TUIR, concorrono i rimborsi spese, con esclusione soltanto di quanto disposto per le trasferte e dei trasferimenti nella medesima disposizione e dei rimborsi relativi a spese diverse da quelle sostenute per produrre il reddito, di competenza del datore di lavoro, anticipate dal dipendente per snellezza operativa..

    Di norma i telelavoratori – ma anche i lavoratori colocalizzati.. – che debbano affrontare spese surrogando, di fatto, il datore di lavoro possono procedere in due modi:

    • Disponendo dei dati fiscali del datore di lavoro – ed una delega (possibilmente scritta..) al loro uso –, possono far intestare a quest’ultimo la fattura o la ricevuta inerente alla specifica spesa, anticipare il dovuto e richiederne il rimborso – tipico è il caso dell’anticipo cancelleria..
    • Non disponendo dei dati fiscali del datore di lavoro – proprio sostituto d’imposta! – possono, in costanza di un ordine di servizio (anche non specifico ma ricadente nelle c.d. “prassi aziendali“..), intestare a sé la spesa, anche se non prevede ricevuta fiscalmente valida – il classico esempio è l’acquisto di un biglietto ferroviario/aereo (senza notazione del codice fiscale dell’acquirente).

    Esclusivamente nel secondo caso si ricade esplicitamente in quanto ricordato dall’Agenzia delle Entrate, anche perché nel primo il datore di lavoro non è tenuto a dare rilievo sulla busta paga della erogazione del rimborso, che resta una questione privata con il solo dipendente.

    ..In tale contesto, si ritiene che le somme erogate per rimborsare i costi dei collegamenti telefonici in questione non siano da assoggettare a tassazione essendo sostenute dal telelavoratore per raggiungere le risorse informatiche dell’azienda messe a disposizione dal datore di lavoro e quindi poter espletare l’attività lavorativa..

    Forse è troppo presto per ricorsi e sentenze cassazionistiche che dirimano ogni dubbio, tuttavia si potrebbe verosimilmente dedurre che la posizione trascenda il semplice “raggiungimento digitale” (delle «risorse informatiche dell’azienda») per estendersi a tutte le fattispecie concrete in cui sussista funzionalità e finalità rispetto al «poter espletare l’attività lavorativa». In pratica: la non imponibilità di quanto corrisposto come legittimo rimborso a favore dei telelavoratori non va intesa come limitata alle spese telefoniche e/o di connessione..

    Soprattutto, la legittimità della spese e dei successivi rimborsi non avrebbe alcuna connessione con la loro certificabile domesticità, cioè il fatto che l’esborso sia contestuale ad un’utenza domestica fissa (telependolarismo puro), ma sarebbe estesa a qualsiasi esborso funzionale all’attività lavorativa, e quindi applicabile a qualunque forma e declinazione di Telelavoro.

    Ricorre quindi l’ipotesi considerata dalla citata circolare n. 326 del 1997 di rimborso di spese di interesse esclusivo del datore di lavoro anticipate dal dipendente.

    La stessa circolare fa ancora (anacronistica) menzione del lavoro a domicilio, parasubordinato o subordinato che sia, e ne individua i requisiti per la riconoscibilità ai fini fiscali, tra i quali il primo è il radicamento presso il domicilio fiscale del lavoratore…

    Fortunatamente la circolare è di più di dieci anni fa, laonde per cui l’interpretazione più attuale – quella della risoluzione in oggetto – dovrebbe essere anche quella predominante.

    ..ai rimborsi in questione non vanno applicate da parte del sostituto le relative ritenute fiscali, previdenziali e assistenziali.

    Alcune considerazioni pratiche..

    L’ente interpellante fa esplicito riferimento ad alcune sentenze di Cassazione ma, soprattutto, ad accordi sindacali in merito. Questo fattore, nonostante oramai tutti i CCNL, a seguito degli accordi europei e dei recepimenti nazionali, trattino – almeno superficialmente..! – di Telelavoro, è decisivo in quanto evidenzia il legame fra legittimità e formalizzazione (contrattuale) all’interno del rapporto di lavoro. In parole povere: se questionato il lavoratore deve poter dimostrare documentalmente che i rimborsi rientrano in pregressi accordi formali (contrattuali) con il proprio sostituto d’imposta; se l’Agenzia delle Entrate contestasse al contribuente telelavoratore delle irregolarità sull’imponibile IRPEF relative ai rimborsi ottenuti, quest’ultimo dovrebbe disporre di pezze d’appoggio per chiarire la vicenda.

    Detto questo mi permetto di elargire alcuni semplici consigli – taluni al limite della paranoia..:

    Leggere i propri Contratti
    Il primo passo è quello di conoscere cosa prevedano i propri contratti, quello Nazionale ed i vari integrativi, il Regionale ed eventualmente quello Aziendale, riguardo ai rimborsi ed alla situazione telelavorativa; probabilmente si limitano ad un bel nulla ma c’è sempre l’eccezione che conferma la regola. Diversamente ci si può sempre rivolgere alle rappresentanze sindacali (RSU, RSA) per ottenere un chiarimento formale dall’azienda – perché di questo si tratta, non di vere trattative sindacali..! – a livello d’integrativo aziendale. Se niente di tutto ciò soddisfa contemplare l’opportunità di far mettere all’azienda nero su bianco la questione a livello di contratto integrativo individuale.
    Rendicontare dettagliatamente le spese
    Benché gli impiegati di molti uffici paghe siano comparabili a quelli del Fisco per come tentano, in ogni maniera, di portare acqua al mulino del proprio datore di lavoro – forse perché in cerca di premi di produzione?!? – i secondi possono fare molti più danni dei primi ma, soprattutto, sono addestrati con costanza per perpetrare questo risultato sfruttando qualunque appiglio. L’ufficio paghe, dunque, non va considerato come affidabile di fronte a dubbi di natura fiscale, specie se riguardante requisiti formali. Il principio è il seguente: anche se l’ufficio paghe si accontenta di un collage di scontrini per dare seguito al rimborso mensile in busta, provvedere con un altrettanto mensile rendiconto delle spese, firmato e poi sottoscritto (per accettazione) dal proprio diretto responsabile, consegnato all’ufficio paghe e da quest’ultimo timbrato (per notifica). Nelle grandi organizzazioni si fa comunque così, a garanzia del lavoratore così come del datore di lavoro, non solo ai fini fiscali. Suprefluo dovrebbe essere aggiungere che una volta ricevuta la busta paga il rendiconto va pinzato e conservato insieme ad essa, quantomeno fino al termine di prescrizione (fiscale) – indicativamente fino al 31/12 del sesto anno successivo alla mensilità archiviata.
    Farsi rendicontare dettagliatamente i rimborsi
    Alcuni uffici paghe, pur sapendo di sbagliare, non trascrivono con precisione i giustificativi dei rimborsi sulla busta paga limitandosi ad accorparli in un’unica, inintellegibilile – e pertanto non valida fiscalmente – voce fra i crediti del lavoratore. Una volta ottenuta una trascrizione valida si è già ad un buon punto. Meglio ancora, però, se l’erogazione del rimborso avviene in contanti, slegata dal versamento della retribuzione ordinaria e pertanto previa ricevuta – in alternativa attraverso bonifico bancario con esplicitata la causale del rimborso – firmata dal lavoratore. La certificazione del rimborso, sotto forma di ricevuta o di avviso della banca, va anch’essa allegata alla busta paga ed archiviata.
    Tracciare le autorizzazioni alle spese
    Per superiori e datori di lavoro vale lo stesso discorso fatto per gli uffici paghe: si accontentano spesso con molto meno di quanto richiesto dai solerti ispettori del Fisco, in questo caso persino a proprio danno perché l’eventuale contestazione all’imponibile del lavoratore può preludere a più di una grana ex post per il suo sostituto d’imposta. Ragion per cui, a tutela del datore di lavoro e del lavoratore, è preferibile che quest’ultimo si mostri piuttosto zelante nel formalizzare ogni richiesta, non solo per vedersi autorizzata una spesa per la quale sa di dover anticipare di tasca propria. Un botta e risposta, persino via e-mail, purché per iscritto, con chiunque sia legittimato a concedere l’autorizzazione, è più che sufficiente a placare qualsiasi successiva perplessità, anche quella fiscale od in sede giudiziale. Il cumulo delle autorizzazioni può essere allegato al suddetto rendiconto mensile delle spese ed eventualmente pinzato con esso alla busta paga da archiviare.

    Per essere un fautore del paperless office mi sembra di aver un po’ esagerato con le carte da archiviare. Va da sé, però, che, pur trattandosi di indicazioni «al limite della paranoia», sono orientate a soddisfare le potenziali richieste di un soggetto terzo, l’Agenzia delle Entrate, accreditate da una (non sempre chiara.!) normativa vigente. È proprio questa l’unica eccezione ad un principio, appunto quello del paperless office, che altrimenti prevedrebbe di non sprecare così futilmente (tempo, ..) carta e spazio per conservarla.

    Nota Bene: pure volendo aderire alla totalità dei miei consigli sarebbe sufficiente non più di un giorno al mese presso la sede aziendale – a fare, ovviamente, anche altro..

  • Telelavoro Domestico e Mestruazioni

    Non vorrei vestire i panni, a me alieni, del femminista ma la prospettiva – tanto diffusa da sembrare mainstream – che vede nel Telelavoro un presidio per favorire le donne nel loro duplice ruolo di madri e lavoratrici mi avvilisce per quanto sia svilente di tale ruolo: che ci siano da sempre state donne lavoratrici per le più disparate motivazioni – ultima delle quali, magari, la propria auto-estrinsecazione – è un fatto noto, ma del resto questo è un tratto da tempo condiviso con tantissimi maschi; d’altro canto è pur vero che il Telelavoro Domestico, in tal senso, può rivelarsi molto comodo – anche per i mammi.. Pardon! I papà.. –, ma tutta questa storia puzza di “percezione di reddito” e non di lavoro, nel suo senso più lato – iniziando dalla professionalità..

    Sembra si voglia pigliare due piccioni con una fava: da un lato la genitorialità giustificherebbe la tolleranza verso il Telelavoro, dall’altro renderebbe persino giustificabile la minor performance (?!?!) supposta connessa con la condizione telelavorativa! L’idea, dietrologica, per cui vi sia una massa critica di opinion leader sufficiente a propugnare un revamping della percezione professionale secondaria delle donne di qualche decade fa mi ha anche toccato, tuttavia è per me talmente insopportabile che solo di fronte all’evidenza, e statisticamente dimostrata, cederei e le darei credito..

    Oltretutto tale connessione tra maternità e Telelavoro è estremamente limitata e limitante, in primo luogo per le donne: non tutte le donne hanno avuto, stanno avendo od avranno – è un trend sociologico ormai ampiamente dimostrato e diffuso in tutti i paesi avanzati – prole. Queste ultime non sarebbero giustificate nell’adottare il Telelavoro per altre ragioni, mentre le colleghe mamme sì?

    Il medesimo discorso potrebbe essere fatto per i maschi – e per fortuna i molti paesi i distinguo fra madre e padre, a livello di cure parentali, sono stati estirpati, anche a suon di leggi..! C’è, tuttavia, un’argomentazione che è tutta al femminile per non escludere le “donne-non-madri” dall’eligibilità al Telelavoro: le mestruazioni, quel fenomeno fisiologico – cioè incontrollabile, salvo abuso costante di estroprogestinici – e periodico che per molte donne rappresenta esclusivamente l’informazione di non essere rimaste incinte nelle ultime settimane ma che per una fetta (considerevole) costituisce anche un disagio di estremamente variabile entità, talvolta tale da costringere alcune all’assoluto riposo, fra i dolori (commercialmente denominati, appunto, “mestruali“)..

    Nel disagio, però, va compreso l’insieme di quei fastidii legati propriamente al ciclo mestruale: dalle variabili irregolarità alle problematiche fisiologiche, sino ad un vero e proprio quadro clinico psico-fisicamente sindromico. Questo si deve sia alle modificazioni fisiologiche che periodicamente avvengono nell’arco del ciclo mestruale sia al (pesante) coinvolgimento ormonale che, a sua volta, interessa pure il sistema nervoso (sia centrale che periferico). Infine, se sommassimo le incidenze delle alterazioni del ciclo (menorragia, metrorragia, etc), i disturbi clinici (ovaio micropolicistico ed endometriosi, etc.) e quelli a carico pure dell’umore (e.g. sindrome premestruale), raggiungeremmo una discreta percentuale nella popolazione femminile – tautologicamente più estesa ed importante (per frequenza) rispetto a quella delle “donne-madri“.

    Più che evidentemente la creazione di un contesto organizzativo in cui queste donne, a propria discrezione, possano usufruire, ogni mese, di qualche giornata – o mezza giornata! – di Telelavoro Domiciliare costituirebbe un beneficio. Non sarebbe risolutivo per le situazioni più gravi, quelle in cui è necessario il ricorso al medico di base per un’assenza per malattia, ma per tutti casi nei quali il commute quotidiano e la successiva permanenza in ufficio rappresenterebbero in sé un peso clinico senza dubbio sì! Di sicuro se il suddetto pensiero mainstream si ri-orientasse in tal senso andrebbe a intaccare, anche in termini di Consenso, una platea di beneficiari(e) più vasta di quella attuale..

    Un tanto premesso.. Il leit motiv di questo post non è la giustezza del consentire alle donne – per lo meno quelle in età fertile.. – la facoltà di prendersi, ogni tanto, una giornata di “lavoro a domicilio– neanche si trattasse di lavorare al telaio durante la Rivoluzione Industriale, ma questa è (ancora!) la sua definizione giuridica, almeno in Italia..! – quale mezzo di conforto per gestire al meglio le mestruazioni bensì l’opportunità, per le organizzazioni, di studiare politiche di homeshoring intensivo allo scopo d’armonizzare il fenomeno delle mestruazioni, nel suo complesso, – come si è detto inevitabile! – con le esigenze produttive.

    L’argomentazione che segue è applicabile a tutte le organizzazioni a forte componente femminile – per ragioni trascendenti dallo specifico settore – ed è frutto del rilievo sulle osservazioni condivise (anche direttamente con me) da vari responsabili/direttori del Personale in questi anni, per i quali, in siffatte condizioni, le mestruazioni acquisiscono il tratto dell’epidemicità entro lo Staff, con le più che prevedibili conseguenze organizzative, anche a livello di assenteismo (legittimo).

    Se è la Biologia ad aver indagato sugli eterogenei disagi potenzialmente legati alle mestruazioni ed, in generale, al ciclo ovulatorio, la Sociobiologia ha aggiunto un minuscolo quanto fondamentale dettaglio: in comunità di donne strettamente a contatto l’una all’altra – come ad esempio in un ufficio, non soltanto in fabbrica..! – il ciclo mestruale di queste tenderà a sincronizzarsi.

    Grazie agli studi principalmente su primati si è giunti ad indicare in questo fenomeno una fitness evolutiva volta a ridurre la competizione riproduttiva tra le femmine dello stesso gruppo (branco): se tutte le femmine hanno il medesimo ciclo ovulatorio, e pertanto pure gli stessi periodi di fertilità ed infertilità, i maschi non otterrebbero vantaggio alcuno dall’abbandonare una partner copulativa per cercarne un’altra, e possono così dedicarsi anche alle cure genitoriali.

    Nelle femmine umane – che, avendo cicli molto più frequenti, non è detto intervallino fra di essi con una gravidanza –, invece, si pensa che questa sincronizzazione, osservata per la prima volta nel 1971 da Martha McClintock su un gruppo di 135 studentesse dello stesso dormitorio, favorisca la sincronizzazione dei parti, e quindi della cooperazione ed eventuale vicariazione nell’allattamento e cura, di gruppo, dei neonati: nelle società primitive con specializzazione sessuale delle mansioni ciò potrebbe essere stato estremamente utile perché avrebbe permesso alle donne, lasciate dai mariti andati a caccia, di occuparsi, organizzando dei turni, sia dell’allevamento che dell’agricoltura.

    Ad ogni modo, sia nelle femmine animali (e primati) che in quelle umane, il fenomeno, chiamato “Effetto McClintock“, dovrebbe essere propagato da stimoli olfattivi (semiochimici). Per le femmine umane, tuttavia, più di qualche autore suggerisce che ad influire siano anche stimoli visivi (vedere il comportamento altrui durante il ciclo). In entrambi i casi sarebbe comunque (più che) sufficiente la prolungata compresenza – come nella colocalizzazione lavorativa – per il manifestarsi del fenomeno.

    Il fenomeno non ha soltanto una valenza nosografica. Esso concorre, invece, a spiegare perché il tasso di assenteismo femminile risulti, quandanche scremato dalle astensioni riconducibili alle cure parentali, più elevato di quello maschile, e maggiormente connesso a un ciclo di 28 giorni. Secondo Ichino e Moretti (2006) la ciclicità su 28 giorni crea un’addizionale differenza del 44% (rispetto alle medie generali di tutte le età) fra le assenze delle femmine in età fertile (≤45 anni) e quelle maschili. Essi concludono che il ciclo ovulatorio sia il fattore determinante nelle differenze fra l’assenteismo maschile (più basso) e quello femminile – e tenuto conto che la loro ricerca denuncia che a causa di queste sensibili differenze i datori di lavoro, in genere, riservano alle donne livelli retributivi inferiori rispetto ai maschi, di certo non è possibile imputare loro una qualunque velleità maschilista..

    Quindi, da un lato abbiamo il fenomeno della sincronizzazione del ciclo ovulatorio, dall’altro un aumentato assenteismo, in base proprio a questo ciclo, nella forza lavoro femminile. Un’interazione fra i due fattori può ragionevolmente provocare una ciclizzazione di massa delle assenze – oltreché dei precedentemente citati disagi..

    È inoltre plausibile supporre che sulla sincronizzazione possa influire, in un qualche modo, pure la dimensione del gruppo femminile: in un primo momento magari come freno – data l’eterogenea ciclicità degli stimoli olfattivi e/o visivi – ed in un secondo momento come fonte – quando gli stimoli iniziano a stabilizzarsi. Un gruppo piccolo potrebbe sincronizzarsi in minor tempo di uno grande, e de-sincronizzarsi altrettanto celermente. Non ho avuto occasione di approfondire l’argomento, ma ciò potrebbe pure significare che tanto maggiore sarà la dimensione del gruppo, tanta sarà la stabilità dell’assenteismo ciclico dovuta alla sincronizzazione.

    Appare chiaro, pertanto, che se la remotizzazione domestica di una parte più o meno ampia della forza lavoro femminile di un’azienda potrebbe, da un lato, costituire un efficiente sgravio ai possibili disagi individuali – ad esempio statuendo la previsione del “Telelavoro Imprevisto“ –, dall’altro qualsiasi accorgimento (telecollaborativo) che emancipi il personale femminile da una coesistenza forzata e costante potrebbe sortire significativi effetti in termini di riduzione dell’assenteismo.

  • Telelavoratori del 2000

    La Third European Survey on Working Conditions 2000, pubblicata qualche settimana fa, offre un interessante spaccato, benché un po’ troppo out of date, sulla situazione dei telelavoratori europei all’inizio del nuovo millennio. Gran parte delle informazioni che vi si evincono non costituiscono, in realtà, una grossa novità; a destare, invece, un certo compiacimento è la sussistenza, finalmente, di riscontri oggettivi. (altro…)

  • Imbastire una Workstation Domestica

    Una premessa: questa non vuole essere una guida buonista – fra le tante..! – in cui si spiega come ricavare in un’abitazione, sia essa un appartamento od una villa, uno spazio dove potere lavorare coniugando obblighi personali e professionali. Questa vuole essere una guida cattiva, prevalentemente tecnica, dalla quale trarre spunti per realizzare, ma senza svenarsi, una vera e propria Stazione di lavoro, affidabile e soprattutto versatile. (altro…)