Tag: Telepresenza

La “Telepresenza“, ovvero una situazione nella quale è “come se” si fosse presenti, si realizza di norma attraverso l’impiego di avanzati strumenti (e condizioni) di comunicazione audo/video per la tele/video-conferenza. Il termine, tuttavia, si estende anche al controllo remoto (i.e. la Telerobotica), per esempio in ambito industriale. Vedasi anche Telereperibilità.

  • Le parole che non ci han detto

    Le parole che non ci han detto

    La comunicazione dello Stato e degli Enti Locali, in questi oltre dieci mesi di emergenza pandemica, ha fatto acqua sin dall’inizio, cioè dal momento in cui fu stimata una durata del lockdown di appena tre settimane: era evidente, infatti, che la stima più accorta sarebbe stata, intanto, quella “sine die” ma era altrettanto evidente che ciò sarebbe stato un boccone amarissimo da far digerire ai mercati – in senso lato. Una scelta obbligata a rassicurare, quindi, che tuttavia appare insistere a perpetuarsi nelle ancora spesso settoriali (Scuola, Montagna, etc.) procrastinazioni delle chiusure – laddove altri stati, e non necessariamente solo quelli che possono permetterselo,1 continuano ad optare per interventi più radicali…

    Ciò che senza dubbio la comunicazione istituzionale a riguardo non poteva attendersi è il fragoroso analfabetismo funzionale, diffuso a qualsiasi livello ed in qualsiasi contesto, che ha fatto sì che, perfino quando al burocratichese (talvolta impreciso) non sarebbe stata necessaria una ulteriore parafrasi in lingua corrente, si è dovuto ricorrere a disegnini – ma diciamo pure “infografiche” per smorzare il grottesco della situazione… –, a loro volta spesso rimasti comunque incompresi. Di fronte ad una siffatta platea, oltretutto palesemente lesta ad una proporzionalità inversa fra gradi di comprensione dei provvedimenti e criticismo egoriferito, l’approccio rassicurante, ed invero incespicante, non poteva che uscirne ulteriormente obbligato.

    La sinergia – o meglio: la “tempesta perfetta“… – di questi due (principali) fattori ha creato una biforcazione per cui una parte marginale di cittadini ed imprese ha compreso che non si tornerà mai (esattamente) alla condizione precedente ed una stragrande maggioranza, illudendosi – e lasciandosi illudere – che ciò possa concretizzarsi, sta perdendo tempo rimandando, anche in questo caso sine die, l’unica cosa sensata attualmente possibile: adattarsi.

    Improvise, Adapt, Overcome2

    Era storicamente prevedibile, infatti, che, per esempio, una più pronta adesione al Telelavoro avrebbe riguardato principalmente le aziende più grandi e/o strutturate,3 con visioni più ampie e pianificazioni a più lungo periodo, che agli “stop & go” soltanto apparentemente a sopresa — qui c’è stata un’altra biforcazione, ma a livello mediatico: una prevalenza di fonti palesemente rassicuranti ed una minoranza più scettiche o pure allarmiste, a fronte, tuttavia, del medesimo andamento dei dati — hanno preferito la ri-assunzione d’autonomia e di responsabilità nello scegliere, coltivandole, le soluzioni e declinazioni più adatte alla propria situazione e — perché no? — persino suggestive,4 ad iniziare dal risparmio sui costi immobiliari.5

    Altre, invece, passivamente hanno preferito distogliere l’attenzione dall’ambiguità della comunicazione istituzionale e mediatica e semplicemente attendere, via via, l’alternarsi di disposizioni d’allentamento e poi re-inasprimento delle restrizioni, come se sia le prime che le seconde non fossero largamente anticipabili scrutando l’ossessivo quotidiano aggiornamento sui fattori – gli ormai famigerati 21 parametri – alla base di decisioni operative già comunque minate dall’esigenza di conciliare alla meno peggio l’emergenza sanitaria con quella socio-economica (e sindemica). Alcune fra queste aziende, infine, hanno ripudiato qualsivoglia interdipendenza fra tali disposizioni e la Realtà e semplicemente hanno optato per eluderle entrambe.6

    Una persona, prima di Natale, mi fa: Sai, da domani sarò in smart working perché mio figlio resterà a casa: gli chiudono l’asilo, diventato focolaio. Il “Telelavoro-come-Presidio“, cioè il (totale) distanziamento sociale del lavoratore mediante remotizzazione, è stato adottato solo successivamente – quindi pleonasticamente rispetto agli scopi primari – al periodo durante il quale questi ha costituito un potenziale veicolo di contagio per i colleghi, invero nel momento preciso in cui ha cessato di esserlo.

    Alla base di risposte aziendali così alterne, talvolta devianti, oltre ai fattori endogeni (scarsa cultura organizzativa e/o produttiva, eccesso di burocratizzazione, carenze di leadership, etc…), c’è verosimilmente un burocratichese/legalese non tanto poco comprensibile quanto assolutamente non diretto, che per propria tradizione prepone il metodo ai risultati attesi, così offrendo opportunità di prelazione ad interpretazioni da azzeccacarbugli piuttosto che pratiche, che a loro volta quantomeno sottraggono tempestività, fattore di riconosciuta crucialità nella risposta pandemica, a qualsiasi intervento.7

    L’approccio “per metodi” (efficienza), anziché “per obiettivi” (efficacia), se da un lato fornisce un corpus di indicazioni utili, dall’altro ha varie pecche: favorisce la diligenza non partecipata (cieca adesione) e dunque la deindividuazione (nelle azioni) e la deresponsabilizzazione (nelle scelte); di rado è “sartorialmente” applicabile a contesti specifici, risultandovi a volte eccessivo ed a volte riduttivo, o semplicemente non compatibile; richiede impegnative analisi a monte, il costante aggiornamento all’evolversi della situazione ed altrettanto impegno nel comunicarlo; soprattutto inibisce il ricorso all’ideatività, che proprio nell’efficacia ha il proprio riscontro…

    Quanti contagi in meno, sofferenze dei sistemi sanitari locali, malati e, prima ancora, recrudescenze di restrizioni ci saremmo risparmiati se anziché anteporre vari metodi (cd. “lavoratori fragili“, con prole sotto i 14 anni, con impegni d’assistenza, sottoposti al cd. “isolamento fiduciario“, etc.), si fosse detto direttamente che: “qualunque compresenza costituisce un rischio di contagio; contenere al massimo questo rischio è obiettivo primario della Collettività; nel caso dei luoghi di lavoro e nel raggiungimento degli stessi tutti coloro per i quali è possibile una limitazione delle occasioni di tale compresenza vanno agevolati nel soddisfacimento di questo requisito, a favore di coloro per cui questa limitazione non è praticabile… – ricomprendendo, così, pure quei fruitori di mezzi pubblici per spostamenti essenziali seppur non lavorativi (ad es. per visite mediche)?

    Giungere all’estremo, invero a me molto caro ed oltretutto tutt’altro che originale,8 di invertire l’onere della prova sulla telelavorabilità, richiedendo ai datori di remotizzare tutti coloro per i quali non sia argomentabile l’esigenza di (piena) presenza nelle sedi aziendali, sarebbe stato forse eccessivo, senza dubbio prematuro… D’altro canto contare su una fra questi diffusa sensibilità giuridica tale da comprendere il nesso – di fatto un’anteposizione del principio di precauzione, a carico del datore9 – fra la cd. “procedura semplificata10 e l’articolo n°2087 del Codice Civile,11 è stato oltremodo ingenuo: anziché provocare degli interventi attivi (precauzionali) da parte dei decisori aziendali il risultato è stato quello di invocareconcedendo questo punto di vista – di considerare la fragilità, la genitorialità, etc. quali requisiti essenziali per l’accesso all’espediente più banale ed al contempo radicalefar restare a casa quanti più lavoratori possibile – fra quelli prêt-à-porter per il contenimento dei contagi in una data area (comune, regione); agevolandone, di conseguenza, per l’ennesima volta la derubricazione (per via amministrativa) a benefit individuale.

    Si sarebbe dovuto chiarire che il distanziamento sociale, nei casi compatibili, avrebbe dovuto essere considerata la norma e non un’eccezione. Deputare la questione a soggetti avvezzi, da un lato, alla burocratica aderenza a regolamenti e procedure e, dall’altro, alle interpretazioni ed alle attuazioni più conservative e di convenienza, non pare sia stata una scelta opportuna.

    La stessa formula per cui sia tuttora fortemente raccomandato – senza specificare il risultato atteso – di ricorrere al Telelavoro, oltre ad allinearsi alla bonarietà con cui si è demandato alla popolazione di non trasgredire troppo alla rule of six natalizia ed a strizzare l’occhio alle fobie di desertificazione comprensibilmente mosse da pubblici esercizi già fiaccati dalle restrizioni, non è stata argomentata in maniera da fugarne il travisamento in combinato disposto coi requisiti di cui sopra nonché coi protocolli sanitari di cui è stata richiesta l’adozione: i rappresentanti della Pubblica Istruzione – ed utenti diretti e non… – così come di varie categorie di esercenti, nell’opporre alle chiusure gli impegni, anche finanziari, profusi nell’adeguarvisi (distanziamenti, numero di avventori, sanificazioni, etc.), hanno dimostrato unicamente quanto, posta anche l’evidente molteplicità e combinabilità delle situazioni di potenziale contagio, non sia diffusa la capacità di discernere, banalmente, fra “necessario e sufficiente” e “necessario ma non sufficiente“, se non proprio, in troppi casi, fra forma (mera applicazione d’un metodo) e sostanza (perseguimento dell’obiettivo); fra le aziende, specie le piccole e medie non attrezzate per valutazioni di più ampio respiro e/o da risorse finanziarie per coltivarle, molte sembrano non essere riuscite a distaccarsi dal medesimo modus operandi

    Alcune pratiche adottate, per quanto diligentemente, stanno al contenimento del contagio ed alle sue conseguenze secondarie (e.g. continuità operativa) tanto quanto il “coito interrotto” sta alla contraccezione – non per forza inefficace, senza dubbio “più intimo” ma al contempo impegnativo per l’autocontrollo richiesto “durante l’atto” ed ansiogeno a posteriori –, laddove l’evitamento tout-court delle compresenze, posta l’impraticabilità economica dell’”astinenza”, avrebbe corrisposto all’uso del “preservativo“: (più) efficace anche su un più ampio spettro…

    Dall’ISS e giù fino alle ordinanze comunali sono state recepite le indicazioni dell’OMS,12 che nel caso del contesto lavorativo – vale a dire pure la sua interazione con tutti gli altri – prevedono di coniugare alla valutazione dei fattori ambientali di rischio (e.g. cubatura dei locali condivisi, ricircolo aria, etc.) ed alla attuazione dei protocolli quotidiani (e.g. controllo temperatura all’ingresso) di implement or enhance shift or split-team arrangements, or teleworking. Ognuna di queste indicazioni, eccetto non a caso l’ultima, può costituire un’incognita: le analisi ab initio potrebbero, nel tempo, rivelarsi inadeguate – si pensi alla cd. “variante inglese“, più contagiosa; il lavoratore che pure non mostri alterazione od altri sintomi, e magari si sanifica le mani ogni dieci minuti, con due-tre starnuti potrebbe saturare un locale igienico di droplet infetti; orari contrattualizzati (e.g. part time), o semplicemente consolidatisi nel tempo, così come altre comunissime rigidità e/od abitudini organizzative, potrebbero frustrare qualsiasi proposito di distanziare spazio-temporalmente le persone, al di là della caratura manageriale necessaria già solo per congegnarlo; eccetera…

    Alla luce di queste incognite le forti raccomandazioni risultano finalmente comprensibili con una semplice parafrasi: Anziché impiegare indefinitamente13 persone, tempo e denaro nel (tentativo di) massimizzare la riduzione del rischio di contagio mantenendo la compresenza è preferibile tagliare la testa al toro surrogandola il più possibile con la telepresenza, che oltretutto soddisfa il requisito d’estenderne i benefici dalla singola organizzazione verso l’intera Collettività (in una prospettiva di “Responsabilità Sociale” dell’azienda). Una parafrasi che nondimeno tiene conto anche della lacuna più vistosa manifestatasi: un livello generale di comprensione della trasmissibilità aerea e della diffusività del Coronavirus che dovrebbe imbarazzare qualunque passato insegnante di Scienze delle Superiori, nonché chiunque abbia visto – od, invece, abbia deciso di snobbare… – una manciata di film Pop14 sull’argomento.

    D’accordo: un piglio più teutonico15 alla chiarezza sulla situazione, o solo meno macchiavellico, avrebbe rintuzzato schiere di esercenti scontentati dai cd. “Ristori” e frementi di compensare con qualche rimbalzo le perdite pregresse, e così un Giornalismo ormai indistinguibilmente ondivago fra un’empatica lamentosità ed un più malizioso clickbait. Non è affatto detto, tuttavia, che avrebbe provocato, più in generale, maggior stress di quanto ne abbia instillato un orizzonte reiteratamente impostato sul brevissimo periodo delle 2-3 settimane, specie se associato all’aspettativa di una restaurazione del pregresso. Difficile pure sostenere che maggior coerenza e costanza, anche nel confronto con paesi più rigidi sulla questione, non avrebbero contribuito a limare almeno un po’ il mesto conteggio dei decessi16 e meglio compartimentare” le sofferenze economiche e quelle occupazionali, così agevolandone la gestione nel complesso della contingenza.

    Per quanto questa possa essere speciale prendere atto delle trasformazioni che essa inevitabilmente comporterà e compartimentarne, appunto, le conseguenze primarie avrebbe dovuto essere il primo passo. Invece ci ritroviamo, a trimestri economici dall’inizio della pandemia, con milioni di cittadini che, pur senza negazionismo, cospirazionismo o varie forme di scetticismo, ancora si aspettano che si possa ritornare, immacolatamente, alle abitudini personali ed economico-professional-lavorative di prima. Esemplificativamente fra questi cittadini ci sono pure i titolari ed in genere i decisori legati al settore HoReCa che, opponendo resistenza alla situazione, stanno cedendo il loro posizionamento sul mercato a soggetti più adattativi (e.g. delivery, “dark/ghost kitchen“)17 e dunque competitivi, suggerendo persino l’opportunità di impiegare il Next Generation EU18 per un classicissimo ha da passà ‘a nuttata.19

    Quanti titolari anche in altri settori non sono riusciti ancora a scindere l’umana reazione di rifiuto al trauma in corso da quella necessaria, e richiesta ad un titolare, per affrontarne la quotidianità ed infine adattarvisi? Apparentemente non tanti quanti ci si sarebbe voluto aspettare…

  • Tre ricoveri, tre "Workation"

    Tre ricoveri, tre "Workation"

    Non riesco a dormire, e non è stata la Renasys Touch della Smith & Nephew spompettante sul comodino a pochi centimetri dal letto:

    • Il 02 Gennaio di quest’anno, dopo due anni e mezzo in cui un’ernia post-laparotomica si è allargata fino a quasi tutto l’addome (circa 30×20 cm alla TC), finalmente, con una laparoalloplastica, applicando una protesi mi sono stati rifasciati gli addominali;
    • Da Gennaio in poi si è sviluppato un sieroma multi-concamerato subito sotto pelle le cui produzioni di siero hanno continuato a fuoriuscire — con sviluppi che oserei definire tarantiniani per quanto pulp ed al contempo grotteschi… — da una deiscenza in corrispondenza di quello che un tempo è stato il mio ombelico e che, anche a causa del rischio ospedaliero d’infezione, fino a Pasqua non si è potuto far altro che monitorare con successive ecografie e mantenendo i contatti col chirurgo che mi aveva operato;
    • Intanto, dato che come tutti non vivo in ambienti sterili né dispongo di operatori per medicazioni giornaliere, ho sviluppato un’aggressiva infezione da E.Coli, risalitami dalla deiscenza su per le camere del sieroma; disponendo, però, di un altrettanto aggressivo sistema immunitario, l’alterazione febbrile derivata è stata così bassa — sarei, invece, dovuto schizzare in pochi giorni a 39°-40°C — da poter essere facilmente riconducibile ad una incipente sintomatologia da Coronavirus, sicché per ben due settimane, sino a Pasqua, mi sono dovuto auto-quarantenare aggiornando il chirurgo sull’evolversi della situazione;
    • Subito dopo Pasqua sono stato ricoverato, sottoposto a terapia antibiotica ed all’apposizione di ben due tipi di drenaggio, passando da un drenato di un colore quasi nero ad uno simile al caffellatte;
    • Passa una settimana dalla dimissione e, vuoi perché il drenaggio lasciatomi si è rotto, vuoi per l’insistenza di questo color caffelatte, sono stato ri-ricoverato, ri-aperto sull’addome, lavato in ciascuna camera del sieroma e mi è stata applicata una terapia detta “di pressione negativa“, ossia una pompa mi risucchierà le camere da una ferita che è stata lasciata volutamente aperta — ma coperta ermeticamente — fintantoché sia le camere che la ferita non saranno state ridotte da tutto questo ciucciamento.

    Ieri sono stato dimesso, ed al terzo ricovero in quattro mesi comprensibilmente tornare a casa è stato adrenalinico, da cui l’impossibilità a dormire.

    Una mia peculiarità ormai dimostrata ripetutamente è la Resilienza fisica. Altrettanto dimostrato è il fatto che essa costituisca sia un vantaggio che uno svantaggio — ed ovviamente quest’ultimo ricade esclusivamente su di me:

    • A fronte del vantaggio di riprendermi rapidamente — sia alle laparatomie del 2017 che a quelle del 2020 mi sono rimesso in piedi, anche a vagolare per l’ospedale, in ore; la ripresa ampiamente più lenta è stata quella per l’intervento di Gennaio, sei ore seguite da diciotto di terapia intensiva, meno di quarantott’ore dalla fine del quale ero già al bar dell’ospedale a ricevere mio padre e mia zia  — c’è lo svantaggio che è troppo anomalo per ricadere negli standard degli operatori, forse troppo abituati a pazienti e degenti avanti con gli anni ed indietro con la propria capacità fisica: l’ultima medicazione della VAC un’ora prima della dimissione è stata chiaramente pensata per una persona che avrebbe continuato ad usarla da sdraiato, il che mi ha costretto ad ideare degli escamotage per evitare che, facendo gomito, il tubetto che connette la mia pancia alla pompa non mandasse quest’ultima in errore per blocco del flusso;
    • A fronte di una nocicezionedistale perché i dolori al di sopra del collo li sento! — piuttosto collaborativa — mi sono stati infilati ben due drenaggi, di cui uno radiologico, senza anestesia ed analogamente si sta potendo procedere con le medicazioni all’attuale ferita aperta sull’addome (circa 8×5cm) —, e che perciò sconvolge gli operatori, c’è lo svantaggio che il dolore è un segnale, e percepirlo debolmente costituisce prevalentemente un pericolo — così come l’approccio da trincea dei miei globuli bianchi — di non rilevare in tempo il peggioramento significativo di una condizione;
    • A fronte di un recupero sufficientemente rapido da rendere consigliabile evitare gli sforzi fisici, ma che mi rende comunque operativo quanto basta, la spartanità delle strutture ospedaliere e le limitazioni tipiche — ma anche straordinarie, come il confino in reparto per evitare esposizioni (ulteriori) al rischio di contagio — di qualunque ospedalizzazione costituiscono, altrettanto rapidamente, una fonte di frustrazione ed inquietudine.

    È successo nel 2011, nel 2017 ed in tutti e tre i ricoveri di questi ultimi quattro mesi: sapendo che mi sarebbe stato possibile, mi sono sempre portato dietro — o fatto portare — il necessaire e, poi, potendo, ho sempre trovato l’occasione per telelavorare

    Non è che sia uno stacanovista, un workaholic o, peggio, semplicemente ricattabile dai clienti o dal datore di lavoro. Tantomeno mi manca la voglia di aggiornarmi, di svagarmi ed anche oziare. Per quanto riguarda la tendenza a riflettere, infine, forse dovrei persino darmi una calmata. Il banale fatto è che, dopo aver escluso certe eventualità ed esaurito altre, mi resta sempre quel tanto di tempo che sarebbe un peccato sprecare ricominciando daccapo…


    È esperienza piuttosto diffusa quella di aver lavoricchiato anche durante delle ferie, magari in vacanza da qualche parte: una telefonata o SMS anche informale, apparentemente, di un collega o del capo; un’altra di un cliente, di un fornitore o di un partner che ignorava la più che giustificata assenza da lavoro; una controllatina alla mail; eccetera… È esistenzialmente così famigliare che è stato pure coniato un termine per descrivere quest’esperienza: “Workation” (“Work” + “Vacation“).

    Si noti che un “evento” di Workation costituisce la più semplice dimostrazione del fatto che il Telelavoro trascende una forma contrattuale da incasellare giuridicamente ed è, invece, una modalità di lavoro; è, piuttosto, un approccio alla azione lavorativa di natura culturale e pertanto di superflua definibilità giuslavoristica:

    • Si può essere lavoratori subordinati, para-subordinati o persino autonomi; si potrebbe essere anche i datori di lavoro della situazione specifica;
    • Si è, per definizione, al di fuori dell’orario di lavoro — anzi: il contesto è un’assenza concordata da lavoro — e pertanto non si viene neppure pagati, al massimo ricompensati per la disponibilità;
    • Nessuno si sarebbe mai sognato di perdere un solo minuto per contrattualizzarne in precedenza anche la sola eventualità (Telelavoro Informale) — il che lo fa ricadere già nella medesima informalità del Telelavoro Mobile.

    Se non è “Telelavoro“, o quella porcata terminologica di “Smart Working, un “evento” di Workation resta ugualmente “Telelavorare“, nella sua forma più pura: magari in una sola oretta, destrutturata in sette-otto operazioni brevissime (telefonata, mail, altra telefonata…) svolte durante tutta la giornata — mentre i propri congiunti (…) sono presi dai Social o sono andati alla toilette, aspettando che si liberi il tavolo, in fila per il check-in o per il chiosco delle bibite, etc… — si possono disinnescare crisi emergenti in ufficio o semplicemente risolvere problemi a chi vi sta ancora…

    Dato che, da un lato, ci scorderemo ancora per un po’ le vacanze di una volta e che, dall’altro, io — mio malgrado; oltretutto molto più raramente mi è capitato di lavorare proprio in vacanza… — posso offrire un’esperienza un po’ differente, propongo d’includere nella definizione di Workation pure il binomio “Work + Hospitalization“: lavorare, od almeno lavoricchiare di tanto in tanto, mentre sei ricoverato

    Il bello è che questo giochino di parole lo si potrebbe fare anche con “Work At/From Home“, che diventerebbe “Work At/From Hospital“…


    Non è un tentativo di auto-elogiarmi e, tantomeno, una proposta così peregrina, specie con gli scenari prospettatici nel breve periodo:

    • Lavoratori ancora abili ma precauzionalmente isolati, preferibilmente non a casa propria per salvaguardare gli altri abitanti, sulla base della compatibilità di pur comuni sintomi con quelli provocati dal SARS-CoV-2;
    • Lavoratori ancora abili ma quarantenati in quanto trovati positivi, ancorché asintomatici;
    • Lavoratori ancora abili ma ospedalizzati in quanto variabilmente sintomatici;
    • Lavoratori in progressiva ripresa delle proprie abilità dopo l’infezione.

    Tre sono i concetti chiave di questo scenario:

    • L’indeterminatezza sui luoghi di isolamento, di quarantena e di ospedalizzazione in una prospettiva di progressiva istituzionalizzazione di tali procedure successiva all’emergenza;
    • La variabilità delle tempistiche di suddette procedure caso per caso;
    • L’abilità residua dei lavoratori interessati.

    Non è sistematico che qualsiasi lavoratore, nell’opportunità di “ferie pagate” dall’INPS o dall’INAIL, ne usufruisca solo per godersi la “villeggiatura” obbligatoria in qualche struttura individuata dal SSN o dai servizi territoriali locali: io, ad esempio, non sono riuscito a resistere neppure tre giorni prima di cedere alla crescente necessità di fare qualcosa, e sì che avrei potuto limitarmi a messaggiare

    Nell’arco di tre settimane sono stato ricoverato per due, all’inizio di ciascuna delle quali sono stato svariate ore (…) ad attendere, in Pronto Soccorso, l’esito dei tamponi d’ingresso in ospedale. L’attesa del tampone, da un lato, e la prospettiva di ricovero dall’altro ti fanno pensare due volte: che potresti essere già positivo e soprattutto che, fra il Pronto Soccorso ed il reparto, potresti avere ancora maggiori possibilità di diventarlo a breve. A quel punto ti fai due calcoli sulla base delle esperienze lette online od ascoltate in TV e, al netto del rischio di soffrire ed anche di morire, quantifichi il numero di settimane di vita che ti potrebbe infine costare l’eventuale infezione od anche la sola positività:

    • Settimane di ulteriore lockdown lavorativo e professionale — e qui penso soprattutto ai lavoratori autonomi, non altrettanto coperti da INPS, INAIL o da ammortizzatori sociali e già abbondantemente colpiti dal lockdown collettivo;
    • Settimane di ulteriore lockdown relazional-affettivo;
    • Settimane di ulteriore lockdown sociale (andare per strada, in un caffé, etc.).

    In estrema sintesi: settimane di ulteriore lockdown esistenziale, nelle quali l’unico elemento del suddetto trittico ancora relativamente aperto per continuare a percepire una propria esistenza residua potrebbe essere, appunto, l’opportunità di trasformarle in una Workation “sanitaria”, qualsiasi possa esserne la destinazione o le condizioni… Io ho contemplato con orrore l’eventualità di un’infezione privo di ancore di salvezza e non credo che sarei il solo…

    Ecco perché forse, prima di esporre centinaia di operatori pel supporto psicologico anti-straniamento e suicidio al rischio di passare fra le schiere dei supportati, sarebbe meglio quantomeno cautelarsi anche con un rinnovamento delle strutture di potenziale destinazione di isolati, quarantenati, pazienti e convalescenti. Niente di mirabolante: più prese per collegare trasformatori e caricabatterie, più salottini e soprattutto un accesso a Internet che non implichi connessioni a consumo

    Alla peggio i beneficiari sfrutteranno queste agevolazioni per poter messaggiare

  • Decalogo per impiegati ai “Tele…Lavori Forzati“

    Decalogo per impiegati ai “Tele…Lavori Forzati

    Di guide dedicate ai “neo-smartworkers” — rabbrividisco già solo ad usare la parola! — ne sono comparse e ne stanno fioccando sempre di più, via via che da preferenziale l’homeshoring sta diventando è diventato imperativo quale ripiego obbligato per la “continuity of operations” (CoOp) della maggioranza delle funzioni impiegatizie, per le quali la “comprovabile necessità” di una presenza fisica sul posto di lavoro si affievolisce ad ogni nuova emanazione di un’ordinanza locale o nazionale…

    Rispetto a queste guide, in troppi casi riferibili a “gitanti del Telelavoro” più alle prese con la scelta del più adatto abbigliamento per una call che con un contenimento del danno sempre più trascendente l’azienda, la città, la nazione od un dato continente, l’elenco seguente vuol essere nettamente meno sovrastrutturale

    1. Imparare a concentrarsi sulle attività da svolgere anziché sull’ambiente di lavoro (sociale), quello attuale (figli e parenti in una condizione ad alta densità negli spazi disponibili) obbligato dalle restrizioni e quello appena abbandonato: non è più possibile alcuno scaricabarile; non è più possibile accentuare la condivisione su una scelta qualunque per diluirne le responsabilità in capo a sé stessi; non è più possibile sperticarsi per una bella figura formale in quanto n’è rimasta l’opportunità solo per una sostanziale; forme di seduttività, orizzontale o verticale, sono almeno assai limitate; eccetera, eccetera, eccetera… Si è nudi di fronte ad un’attività probabilmente già quantificata sulla base di un più o meno venturo ricorso agli ammortizzatori sociali e non si può far altro che prenderne definitivamente atto.
    2. Dedicare quanto tempo possibile a colmare le proprie lacune informatiche, da ufficio ma non solo, sfruttando le risorse (testuali! — leggasi il quarto punto) disponibili online. La richiamata nudità, infatti, si estende all’esigenza di una maggiore autonomia nella manutenzione ordinaria, predittiva e straordinaria di strumenti di lavoro oggi come oggi difficilmente sostituibili, nonché alla probabile carenza di supporto tecnico esterno. Primissima lezione: ridurre la dimensione di un file usando strumenti di compressione (vedi sotto). Seconda lezione: la cd. “stampa su file” in Postscript (idem con patate).
    3. Dedicare non minore attenzione all’ergonomia della situazione: alla prima fitta alla testa (occhi affaticati?), al primo dolore alla schiena (postura?) od alle articolazioni è preferibile, potendo, interrompere del tutto quella lavorativa dedicandosi ad attività diverse, che consentano un tempo di recupero congruo. Salvo differenti accordi su un’eventuale reperibilità oppure deadline imminenti, infatti, quell’ufficiosa opportunità di distribuire flessibilmente l’orario di lavoro che da decenni è il corollario dalla maggior parte degli arrangement telelavorativi, in una situazione straordinaria come quella contingente, deve diventare ordinaria pur di preservare l’individuo sia sotto il profilo fisico che, soprattutto, quello psichico, per quanto più tempo possibile.
    4. Ridurre al minimo indispensabile qualsiasi forma di streaming Audio/Video per preservare la propria e l’altrui banda, tentando di accorgersi che forse risulterà già dal medio periodo meno dispensabile avere delle brevi conversazioni non lavorative con singoli colleghi, a qualsiasi ora del giorno, pur di mantenere i rapporti sociali, piuttosto che impegnarne tre o quattro, nello stesso momento schedulato, per una senza dubbio meno breve tele/video-conferenza… Se poi, mitigate le lacune di cui al punto (2), si sarà divenuti capaci pure di ridurre la qualità audio/video delle comunicazioni andrà ancora meglio!
    5. Per la stessa ragione disabilitare eventuali automatismi di sincronizzazione (posta elettronica, cloud storaging, etc.), provvedendo manualmente sia al download che all’upload di qualsiavoglia file o flusso di dati ed organizzandosi perché almeno una copia di sicurezza delle “major version” dei propri elaborati sia sempre memorizzata su un altro dispositivo, purchè accessibile anche da altri colleghi (mailbox/webmail, Google Drive/DropBox/etc..).
    6. Predisporre soluzioni di backup temporaneo per tutto: qualora non funzionassero né il PC né il tablet ci si dev’essere già preparati ad usare lo smartphone, e così via, ricordandosi che tante assistenze tecniche per questi dispositivi sono e resteranno attive il più possibile; se morisse la connessione wired ad Internet si deve avere già configurato ciascun device per passare ad una wireless (3G/4G) — e qualora non se ne possedesse nemmeno una ci si deve pre-accordare con eventuali vicini di SSID.
      (Si noti l’alterazione volontaria della “consecutio temporum”!)
    7. Eleggere a massima priorità la forma dematerializzata (paperless) di qualsiasi documento, vuoi perché carta ed inchiostro/toner non sono infiniti, vuoi, soprattutto, perchè ne va garantita la massima condivisibilità possibile. Oltretutto oggigiorno non è così ovvio il possesso domestico d’una stampante standalone o multifunzione, sicché il vizio di stampare “la qualunque” andrebbe quantomeno rimandato al futuro ritorno in ufficio. Nella situazione di potere o dovere, invece, procedere alla (originaria!) digitalizzazione di una fonte cartacea è preferibile aver già imparato a contenere la dimensione del file prodotto manipolando i parametri di scansione, laddove la capacità di applicarvi un’elaborazione OCR è apprezzabile ma non immediatamente necessaria.
    8. Tornare a valorizzare la Posta Elettronica in virtù della sua asincronicità e della sua leggerezza (lightweight) rispetto a strumenti tanto più moderni quanto più onerosi in termini di consumo di bandwidth. In tal senso rimando a quattro esaustivi post scritti ed aggiornati negli anni:
    9. Emanciparsi da quello proto-industriale abbracciando un approccio artigianale nella gestione delle attività, che vieppiù necessariamente andranno distribuite nella loro completezza (check-in/check-out) in quanto la suddivisione in fasi delle stesse, e rispettivi differenti operatori, poco a poco soccomberà alla necessità di minimizzare le variabili (dalla mera difficoltà a connettersi ad un parente da accudire, fino — ahinoi! — ad un ricovero) che potrebbero compromettere i tempi o la riuscita del lavoro. A fronte di un livello organizzativo di questa prassi, per il quale ciascuna attività potrebbe essere affidata, a caduta, a non meno di tre individui (principale, vice e vice del vice), ne esiste pure uno individuale: non andrebbe avviata una nuova micro-attività, la “pratica” da espletare ad esempio, fintantoché non è stata terminata — in tal senso vedasi il punto (5)! — la precedente; pur di soddisfare questo requisito ci si dovrebbe rassegnare a sfruttare l’orario flessibilizzato, anticipando ad oggi le chiusure che in una situazione ordinaria si sarebbe potuto tranquillamente rimandare all’indomani.
    10. Compreso che l’arco temporale di questa situazione, salvo l’avvento d’un risolutivo vaccino che moderi l’esigenza di prolungare il distanziamento sociale quale profilassi, s’estenderà assai oltre uno sperabile rientro dall’emergenza attuale in settimane o pochi mesi sta ai singoli lavoratori assumersi quel tanto di responsabilità e d’intrapreneurship da investire nelle proprie capacità telelavorative:
      • Ripetendo ossessivamente i punti dal primo al nono (strutturali) per poi passare alle citate guide sovrastrutturali;
      • Recependo le soluzioni di groupware telecollaborativo scelte dal datore di lavoro per quello che probabilmente sono, cioè un affrettato tentativo senza dubbio perfezionabile da quella sorta di “Research & Development Department” a cui ogni dipendente dovrebbe contribuire, se non altro nel proprio ambito di attività;
      • Prendendo atto che di qui ad un anno quella stessa posizione lavorativa, o proprio l’azienda, potrebbero non esistere più, ma resisteranno ubiquamente le competenze fintanto apprese.
  • Riderci sopra… coi meme

    Riderci sopra… coi meme

    Telelavoratrice Domestica vs Pendolare Automobilistico
    Telelavoratrice Domestica vs Pendolare Automobilistico
    Ghostbusters
    …cose da Vecchio Testamento, signor sindaco; proprio roba del tipo collera divina, fuoco e zolfo che piovono dai cieli, fiumi e oceani che bollono! Quarant’anni di tenebre, eruzioni, terremoti! Morti che escono dalle fosse! Sacrifici umani, cani e gatti che vivono insieme! Telelavoratori!
    Telelavoro, Straordinari e Cassa Integrazione
    Telelavoro, Straordinari e Cassa Integrazione
    Quando, tornato a spendere nei negozi in centro dopo mesi a casa, facendo felice il Sindaco, il locale non ti fa lo scontrino
    Quando, tornato a spendere nei negozi in centro dopo mesi a casa, facendo felice il Sindaco, il locale non ti fa lo scontrino
    Associazione di Categoria - Sindaco - Telelavoratore Domiciliare
    Associazione di Categoria – Sindaco – Telelavoratore Domiciliare
    Blues Brothers
    Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! E pure quelli che lavorano da casa!
    Lavoro da Casa e Buoni Pasto
    Lavoro da casa e Buoni Pasto
    Penserà ad un'altra… Meglio Zoom, Meet, Teams oppure Skype per le prossime call?
    Penserà ad un’altra… Meglio Zoom, Meet, Teams oppure Skype per le prossime call?
    Terminologia
    Terminologia
    Il capo che contempla quanto si potrebbe risparmiare mandando tutti in Telelavoro
    Il capo che contempla quanto si potrebbe risparmiare mandando tutti in Telelavoro
    I Telelavoratori ormai navigati che brindano ai nuovi arrivati: «Bravi! Ma ora non intasateci la banda, ok..?»
    I Telelavoratori ormai navigati che brindano ai nuovi arrivati: «Bravi! Ma ora non intasateci la banda, ok..?»
    3a Riunione di fila in Telepresenza ed ormai, che per oggi si lavori davvero, è escluso…
    3a Riunione di fila in Telepresenza ed ormai, che per oggi si lavori davvero, è escluso…
    Ripensando alle tipiche pause-pranzo che fai quando puoi Telelavorare da casa
    Ripensando alle tipiche pause-pranzo che fai quando puoi Telelavorare da casa
    Quando, dopo varie ore di riunioni online, il collega ti chiama per schedularne altre
    Quando, dopo varie ore di riunioni online, il collega ti chiama per schedularne altre
    Quando il desiderio di Telelavorare è struggente ma… non hai ancora potuto figliare …e la legge è quella che è
    Quando il desiderio di Telelavorare è struggente ma… non hai ancora potuto figliare …e la legge è quella che è
    Smart Working: Italia vs Resto del Mondo
    Smart Working: Italia vs Resto del Mondo
    Mi dice che pure se non lo si fa
    Mi dice che pure se non lo si fa “da casa” è comunque telelavorare?
    La tua azienda, che ti chiede il Telelavoro e ti fornisce la strumentazione migliore
    La tua azienda, che ti chiede il Telelavoro e ti fornisce la strumentazione migliore
    Smart Working vs Telelavoro
    Smart Working vs Telelavoro
    Lo Stato italiano che, confrontatosi con giuristi ed esperti, legifera di Telelavoro
    Lo Stato italiano che, confrontatosi con giuristi ed esperti, legifera di Telelavoro
    Quando gli Italiani si inventano lo Smart Working ma tu svariati anni prima hai siglato il Telework Enhancement Act
    Quando gli Italiani si inventano lo Smart Working ma tu svariati anni prima hai siglato il Telework Enhancement Act
    Quando, dopo mesi di lavoro da casa, ti dicono che devi ritornare in ufficio
    Quando, dopo mesi di lavoro da casa, ti dicono che devi ritornare in ufficio
    Smartworking vs Remote Working (Telelavoro)
    Smart Working versus Remote Working (Telelavoro)
  • L’Internet Fax di Vodafone

    L’Internet Fax di Vodafone

    Anni fa scrivevo di come, in un contesto prettamente aziendale, di un gruppo di lavoro, era possibile sostituire il Fax vecchio stampo, sgradevole ma inevitabile compagno di chiunque debba interagire, ad esempio, con la Pubblica Amministrazione, con versatili soluzioni software e/o hardware. Oggi, invece, è la volta dei (singoli) homeworker che vogliano poter avere accesso a tale strumento, a basso costo ed ovviamente da qualsiasi luogo!

    (altri articoli scritti da Davide Cappelli per Blog.Pmi.it)

  • Riderci sopra.. con Scott Adams

    Riderci sopra.. con Scott Adams

    Da tempo volevo pubblicare le strisce telework related di Dilbert e non ci riuscivo perché non era ancora disponibile un buon metodo per il loro incorporamento. Fortunatamente adesso c’è – e chissà da quanto visto che erano mesi che seguivo soltanto il feed –, così posso riprodurre una carrellata di strisce, sin dal lontano 1994 – giusto per ribadire la storicità (ormai) dell’argomento trattato e della sua profonda pervasività nella vita (aziendale) di tutti i giorni.

    Dilbert.com – 30/01/1998
    https://dilbert.com/strip/1998-01-30/
    Dilbert.com – 30/01/1998
    Dilbert.com – 19/09/2000
    https://dilbert.com/strip/2000-09-19/
    Dilbert.com – 19/09/2000
    Dilbert.com – 13/09/2004
    https://dilbert.com/strip/2004-09-13/
    Dilbert.com – 13/09/2004
    Dilbert.com – 12/10/2011
    https://dilbert.com/strip/2011-10-12/
    Dilbert.com – 12/10/2011
    Dilbert.com – 09/02/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-02-09/
    Dilbert.com – 09/02/2012
    Dilbert.com – 09/04/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-04-09/
    Dilbert.com – 09/04/2012
    Dilbert.com – 02/12/2012
    https://dilbert.com/strip/2012-12-02/
    Dilbert.com – 02/12/2012
    Dilbert.com – 05/12/2013
    https://dilbert.com/strip/2013-12-05/
    Dilbert.com – 05/12/2013
    Dilbert.com – 10/07/2014
    https://dilbert.com/strip/2014-07-10/
    Dilbert.com – 10/07/2014
    Dilbert.com – 23/11/2014
    https://dilbert.com/strip/2014-11-23/
    Dilbert.com – 23/11/2014
    Dilbert.com – 29/06/2016
    https://dilbert.com/strip/2016-06-29/
    Dilbert.com – 29/06/2016
    Dilbert.com – 18/12/2019
    https://dilbert.com/strip/2019-12-18/
    Dilbert.com – 18/12/2019
    Dilbert.com – 19/12/2019
    https://dilbert.com/strip/2019-12-19/
    Dilbert.com – 19/12/2019
  • Home Sweet Home..

    Pare che stiano volgendo ad “un” termine – chiunque sa bene che non si finisce mai davvero.. – i lavori di ristrutturazione della mia casa iniziati nell’estate del 2008. Tralasciando qualche piccolo intervento qua e la il solo vano che, vuoi per l’impegnativo 2008, vuoi per gli incasinati 2009-2010, è evidentemente ancora impreparato e disadorno è lo studio/ufficio. Il ritorno ad una situazione meno caotica e più produttiva, quindi, sarà preceduto dal ri-imbastimento di quello che fino a due anni fa era il mio vero centro operativo – va detto: da programmatore..

    Progetto nuovo ufficio domestico - Davide Cappelli

    Progetto nuovo ufficio domestico

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  • Micro-Mannaggiæment..

    Anybots© QB - Telepresence Robot

    Fra il serio e il faceto la notizia, ripresa nientepopodimeno che dalla CNN, è che la Anybots ©, azienda di robotica californiana, ha aperto le prenotazioni per il prodotto che chiamano Telepresence Robot, un robot dall’apparenza «fra il Segway e Johnny 5» (immagine a sx), provvisto di collegamento a/v e telecomandabile. (altro…)

  • «Lei non sa dove sono io…»

    «Lei non sa dove sono io…»

    Dopo aver estenuamente utilizzato il servizio Skype IN – e che prima avevo tanto desiderato e che ho sottoscritto appena possibile… – posso, con un tecnicismo molto acuto, affermare che si tratta di una figata pazzesca: ovunque io sia – pure all’estero purché con una W/LAN a tiro – sono, quasi gratuitamente, raggiungibile presso – bada bene – una numerazione geografica di Milano, dove peraltro non risiedo da anni. Il fatto che io da tempo mi sia dotato di uno Skype Phone Wi-Fi (foto a sx) costituisce un plus: avendo anche un abbonamento Skype Out posso chiamare ed essere chiamato praticamente dappertutto ed a costi risibili.
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