Tag: Telelavorabilità

La Telelavorabilità, originariamente, indicava “la praticabilità dello svolgimento di una mansione in modalità telecollaborativa“. Più recentemente il concetto è andato raffinandosi, discriminando fra fattori più materiali e fattori più organizzativi.

Burocratizzazione del termine (“eligibilità“)

I paesi (come gli Stati Uniti) che hanno nel tempo sviluppato una ricca e dettagliata politica sul Telelavoro nelle proprie agencies pubbliche ne hanno conseguentemente proceduralizzato anche l’adottabilità individuale (cd. “Telework Eligibility“).

Onde poter partecipare (participation; U.S. OPM, 2011) ad un’iniziativa telelavorativa un dipendente pubblico, ad esempio uno statiunitense, oltre a non svolgere compiti che richiedano costante comunicazione de visu e/od il costante trattamento di materiale sensibile, deve corrispondere ai seguenti requisiti di elegibilità:

  • Non avere (specifiche) procedure disciplinari recenti od in atto — unico determinante ad una non eligibilità (U.S. OPM, ibidem);
  • Dimostrare un livello prestazionale non inferiore agli standard precedentemente (contrattualmente) definiti;
  • Aver seguito un percorso formativo di addestramento al Telelavoro.
Note
  1. Ogrysko, Nicole. (). Latest OPM telework data reveals leaps and bounds agencies had to make during pandemic. Federal News Network — Hubbard Radio Washington DC;
Bibliografia
  1. U.S. OPM (Office of Personnel Management). (). Guide to Telework in the Federal Government;
  2. Hensvik, Lena, Le Barbanchon, Thomas & Rathelot, Roland. (). Which Jobs Are Done From Home? Evidence From the American Time Use Survey. IZA Institute of Labor Economics;
  • Lo Smart Working farà perdere posti di lavoro?

    Lo Smart Working farà perdere posti di lavoro?

    Non esiste un’unica risposta a riguardo. Volendo considerare l’atteggiamento sinora dimostrato globalmente dalle aziende — una diffusa ricerca degli utili mediante taglio dei costi, anche del Personale, incurante della lapalissianità per cui, a fronte di un’offerta di beni e servizi, ne va preservata, e anzi coltivata, pure la domanda — un humus fertile per una reinterpretazione delle opportunità offerte dal Telelavoro in una chiave prociclica (negativa) indubbiamente c’è; d’altro canto ci siamo abituati a un’Economia a breve o brevissimo termine, talvolta persino da short sell, e l’ormai necessario cambio di rotta sarà per molti assai duro da comprendere, figuramoci da digerire

    In tal senso è auspicabile che l’iniezione di denaro costituita dal programma Next Generation EU, comprendente un bel po’ di finalità in termini di Digitalizzazione, benefici maggiormente le imprese di “prossima generazione” piuttosto che funga da “recovery fund” per quelle della vecchia generazione. Soltanto con nuove imprese e nuovi lavori, infatti, sarà possibile compensare le ricadute economiche e quindi anche occupazionali dell’attuale contingenza sanitaria; nuove imprese e nuovi lavori, ma soprattutto nuovi approcci economico-organizzativi,1 magari più compatibili coi benefici del Telelavoro ed al contempo meno esposti ai rischi provenienti da una sua smodata reinterpretazione.

    Una vulnerabilità dei vecchi lavori e delle vecchie imprese è la diffusa proceduralità delle attività (singole), associata ad una puntualissima suddivisione dei compiti. Per comprendere tale vulnerabilità conviene prendere ad esempio un profilo professionale assai generico come un operatore segretariale/amministrativo” (INAPP): non solo il soggetto sovente è un mero esecutore di procedure ma col tempo, a causa della suddivisione dei compiti (con altri operatori segretariali/amministrativi), piuttosto che diventare specializzato in alcune fra le tante conoscenze ed abilità/capacità che ne caratterizzano il profilo ne resta imprigionato, perdendo expertise ed eventualmente anche aggiornamento sulle altre. In termini di occupabilità ciò può significare che, volendo o dovendo cambiare lavoro, il soggetto, a meno che fortunatamente non trovi una mansione precisamente uguale, sarà costretto a ripianare le lacune accumulate, rispetto al profilo nel suo complesso, prima di poter risultare quantomeno appetibile

    Vale, a questo punto, la pena evidenziare il potenziale beneficio che, anche attraverso l’adozione del Telelavoro, la contingenza sanitaria potrebbe indurre nelle organizzazioni. Tradizionalmente le imprese di una certa dimensione avevano impostato l’uso di questo tipo — ricordo: genericissimo… — di profili professionali in “modalità batteria“: suddivise le procedure in gruppi omogenei (e.g. “registrazione fatture“)2 si calcolavano i tempi richiesti ed in base a questi si quantificavano le risorse — metodo alla base di tanti cd. “part-time involontaridistanti, in eccesso o difetto, dal 50% del monte ore settimanale contrattuale —, sicché a curare, l’una al fianco dell’altra (in batteria, appunto), un dato gruppo di procedure si potevano trovare 3-4 persone, magari ciascuna ad orario ridotto ma orizzontale pur di garantirne la compresenza (co-localizzazione) — nonché l’eventuale vicariabilità in caso d’assenza per malattia/ferie. Il distanziamento sociale imposto dalla pandemia sta scombinando quest’approccio e nel richiedere, come minimo, la non compresenza negli stessi luoghi negli stessi orari potrebbe invitare, da un lato, ad una maggior autonomia del singolo, in remoto ed in presenza, entro il gruppo di procedure predefinito e, dall’altro, ad una maggiore versatilità verso (almeno) procedure di gruppi limitrofi. Così mitigando, quantomeno, la summenzionata perdita d’expertise ed appeal occupazionale…

    La vera criticità, tuttavia, è costituita dalla già citata proceduralità dell’attività svolta, nonché da quanto il lavoratore vi si sia spontaneamente appiattito nel tempo.

    Rielaborazione del classico diagramma della Telelavorabilità in funzione della Proceduralità/Creatività del task: aumentando il grado di proceduralità (maggior standardizzazione) oppure quello di creatività/professionalism (quindi pure di autonomia) se ne espande l’area.

    Tanto un task è procedurale e tanto più è, da un lato, facile da (far) apprendere e, dall’altro, automatizzabile

    Per comprenderlo è sufficiente considerare l’esempio degli help desk delle compagnie telefoniche, assicurative, etc.: nella totalità di istanze (domande) che è possibile presentare è stata individuata una prevalenza di reazioni (risposte) predefinite (cd. “script“) — e.g. «Non mi connetto ad internet…», «Ha provato, intanto, a vedere se il router è acceso e poi se quella lucetta è fissa?» — che può essere gestita da un primo livello d’assistenza, persino tecnicamente impreparato, e soltanto se questo primo livello non riesce a soddisfare l’istanza, o se questa ricade nella marginalità (ancora) non contemplata fra quanto ormai predefinito, l’utente viene rimandato a successivi livelli d’assistenza, progressivamente sempre più preparati, magari non sul fronte tecnologico bensì su quello amministrativo e/o commerciale, e spesso progressivamente abilitati a una maggior discrezionalità, vale a dire la facoltà di forzare/aggirare le procedure.3

    Non serve aver visto il film “Generazione 1000 Euro” oppure “Tutta la Vita Davanti” per sapere che è poco o per nulla rilevante il grado di scolarizzazione del soggetto se il quid del lavoro che andrà a fare è intrinsecamente procedurale; al massimo lo favorirà in fase di assunzione — non sia mai che sia più abile ad apprendere gli script da applicare —, ma fintantoché non avrà acquisito almeno un po’ di discrezionalità il suo ruolo resterà intrinsecamente vulnerabile a:

    Outsourcing (Esternalizzazione) tout-court
    Quanto può essere ricondotto a degli script predefiniti può persino essere pacchettizzato e documentalmente inscritto in un contratto di servizio, un po’ come fa la P.A. con i capitolati degli appalti, perfezionato il quale alla azienda esternalizzante non resta che monitorarne il soddisfacimento — o colpevolizzarne il non soddisfacimento intanto lavandosene (relativamente) le mani rispetto alla propria clientela/utenza…4
    Outsourcing + Offshoring (Delocalizzazione)
    Si pensi alle voci (registrate) di molti Call Center a ricordare al chiamante che «l’operatore potrebbe non rispondere dall’Italia»: non sempre il servizio è efficace o soddisfacente, tuttavia il grado d’efficacia e soddisfazione offerto da risorse umane non infrequentemente appena capaci di interagire nella lingua del chiamante è “satisfattivo” di ciò che è stato inserito dall’azienda esternalizzante nel contratto di servizio…
    Offpeopling (Automazione)
    Da programmatore posso affermare con una discreta cognizione di causa che qualsiasi procedura burocratica che possa essere descritta con una logicaITTT” (“If This Then That” – o meglio “If-Then-Else“),5 quando impieghi informazioni dematerializzate o dematerializzabili, è anche sistematicamente automatizzabile: è solo questione di tempo,6 e non a caso già nel settore degli help desk si fa sempre più diffuso l’uso di (ro)bot.

    Riprendendo, per la sua semplicità, il caso della registrazione fatture si pensi all’azione di trascriverne gli elementi dai documenti cartacei su cui erano scritti ad un software gestionale — ma anche su un semplice foglio elettronico: già anni fa le operazioni successive potevano essere passate ad uno studio contabile esterno, con al massimo l’esigenza di favorirne copie a quest’ultimo per l’ulteriore — sempre preziosa — verifica ex post. Con la fatturazione elettronica i minuti richiesti da ciascuna trascrizione, da ciascuna fotocopia, da ciascuna preparazione e consegna allo studio ed infine da ciascuna archiviazione7 semplicemente, ma soprattutto definitivamente — a dematerializzazione avvenuta la sorte dei dati è questa —, sono diventati millisecondi: tempistiche e modi altrettanto semplicemente sovrumani

    Un task “abbastanza” procedurale può venir esternalizzato, un task “molto” procedurale può venir automatizzato…

    Non è un caso se tante funzioni aziendali tradizionalmente coperte da batterie di operatori segretariali/amministrativi nel tempo siano state snellite all’interno e vieppiù delegate all’esterno. Né è un caso se imprese anche più strutturate via via siano andate affidandosi a servizi — vieppiù automatizzati (cd. “Software-as-a-Service“) — del tutto esterni… Il Telelavoro, o più genericamente la opportunità di collaborare con immutato successo nel continuum fra totale co-localizzazione e vari gradi di remotizzazione, anche molto spinta, non può che essere considerata uno degli effetti di tale trend piuttosto che una concausa; al massimo può aver funto da volano verso l’optabilità di talune evoluzioni del modus operandi persino nelle mansioni più impiegatizie (“TeleImpiegatismo“) — laddove per quelle più concettuali l’opzione è, di fatto, da sempre sussistita, necessariamente8 —, ciò tuttavia in seno ad una tendenza assolutamente sovraordinata (generale), di natura probabilmente più economica in senso lato che tecnologica tout-court

    Lo spartiacque del Coronavirus rispetto all’adottabilità del Telelavoro forse ha sorpreso i più ingenui ma negli altri ha suscitato un entusiasmo analogo a quello di un genitore allorché il figlio, all’ennesimo tentativo, finalmente riesce a conseguire la patente — ma soltanto perché quel giorno pioveva e l’esaminatore voleva sbrigarsi: può solo sperare che non succeda, come nella canzone, che «Tiratissimi, s’infarinano, s’alcolizzano | E poi s’impastano su un albero».9 Vale, quindi, la pena ribadire ancora una volta che il Telelavoro contingente alla Pandemia, il “Telelavoro Pandemico” od, ancor più stringatamente, il “Covid Work“,10 ha meramente accelerato11 un’evoluzione del Lavoro12 già in essere (WEF, 2016): vista la situazione da un’altra prospettiva si potrebbe pure affermare che la pandemia abbia imposto un riallineamento alle organizzazioni di tutto il mondo prima che la fuga in avanti di poche diventasse in sé irrecuperabile se non a costi (occupazionali) ben più gravosi; come dire che ha tirato le orecchie a norme, imprese e lavoratori da tempo impantanatisi in un “palustreconservatorismo a vieppiù evidente rischio di autodistruttività.

    Tornando, ordunque, alla domanda iniziale è possibile concludere che sì, il Telelavoro può agevolare una perdita di posti di lavoro, ma nei termini di un rimpasto geografico: le mansioni più procedurali potranno essere svolte da ovunque da chiunque sarà in grado d’occuparsene, in base al vantaggio economico atteso (ad es. retribuzioni medie inferiori) da una loro eventuale esternalizzazione; potremmo anche assistere ad una globale delocalizzazione delle mansioni valutate come troppo poco complesse (autonome, discrezionali, etc.) per giustificarne il mantenimento…

    Non si tratta di una perdita secca di posti di lavoro bensì di una perdita relativa: tali posti di lavoro semplicemente si potranno spostare altrove. Niente a che vedere con le conseguenze occupazionali dell’automazione, che li eliminerà di sana pianta senz’alcuna possibilità di ritorno se non uno scenario apocalittico alla “Mad Max”. Con ciò non si vuole suggerire una luddistica opposizione alla tendenza in atto, esaltata ormai pure dall’esigenza di recuperare le perdite di esercizio nazionali, ed ancor di più quelle delle singole imprese, accumulate durante i lockdown: un tragico quanto vano tentativo di trattenere nel recinto uno status quo ormai fuggito assieme alle vacche. Tale cambiamento, piuttosto, va accompagnato — ed il moto deve iniziare a livello individuale… — con una progressiva preparazione ad aderirivi e poi a padroneggiarlo: infatti se è vero che le mansioni più semplici saranno delocalizzabili la competizione fra paesi, aziende ed individui si trasferirà via via su quelle più complesse, giocando sul massimizzarne l’efficienza.

    Un adagio dice che “in azienda nessuno è insostituibile“. Piuttosto che un monito all’umiltà, questa è un’esortazione alla condivisione di saperi, alla versatilità/polivalenza individuale e banalmente ad evitare che persino una influenza semplice influisca sull’operatività di un’organizzazione perché una posizione, critica o meno, è detenuta unicamente dall’influenzato di turno. Oggi lo si dovrebbe interpretare nella sua squisita prospettiva competenziale: sostituibile è chiunque svolga dei compiti tanto semplici o semplificabili da poter esser svolti da un principiante o persino da un automa.

     

  • Lo "Spintone" Evolutivo…

    Lo "Spintone" Evolutivo…

    Da svariati lustri, ormai, fin da prima che andasse in pensione e solo anni dopo in una vera quiescenza, ho confronti intellettuali con mio padre: ex-dirigente industriale, ex-“tagliatore di teste“, ex-assessore comunale (al Personale), ex-controparte (datoriale) nella contrattualistica nazionale e così via… Fra il divertito ed il laconico sono solito spiegare che anziché portarmi a pesca, prendendo a prestito dall’immaginario cinematografico americano, mi ha edotto sulla sua più spiccata competenza ed abilità: le dinamiche organizzative (anche nella naturale contestualizzazione politica, in senso lato)…

    Da almeno vent’anni ci confrontiamo anche riguardo al Telelavoro — dettaglio: quando è stato assessore, Anni ’90, l’ha caldeggiato, ed ancora adesso, sulla soglia degli ottanta, lo considera assolutamente ovvio laddove viabile… — e prevedibilmente il Coronavirus, sin dai primi momenti, è stato un tema caldo pure rapportato al primo: nonostante la quiescenza e la differenza d’età, infatti, entrambi siamo stati consci che l’unica soluzione sarebbe stata ricorrervi, ed il più presto possibile, già ben prima che un DPCM lo decretasse; analogamente siamo stati da subito consci che la carenza di progressività nell’adozione avrebbe causato disagi

    Posso parlare solo per me dicendo che, sollecitato anch’io dallo stato di emergenza, mi sono concentrato soprattutto sulle possibili lacune pratiche dei neo-telelavoratori, sul ritardo strategico delle imprese e sull’imbarazzante approccio normativo. Ora che, bene1 o male,2 il meccanismo va operativamente rodandosi se ne notano gli effetti collaterali, senza dubbio favorevoli, seppur prevalentemente nel medio-lungo periodo,5 pur’io mi trovo a contemplare entità eccessive6 delle mie stesse elucubrazioni futurologiche, tali da costituire significativi problemi nel brevissimo7 ma solo un assaggio delle naturali compensazioni rispetto a questi.8

    Volendo tentare un’analogia cinematografica ben più ficcante di quanto potrebbe apparire ben si potrebbe citare la scena cubana di uno dei più recenti Fast & Furious in cui, a causa dell’embargo statiunitense (la siderale lontananza dalla preparedness di questi), a gareggiare sono due scassoni (i paesi europei), fra i quali quello ancora più scassone (il nostro) deve prima essere elaborato alla meglio (agevolazione all’adozione dello “Smart Workingprivato all’inizio dell’emergenza) già solo per partecipare; si spera non anche auto-disintegrarsi pur di vincere, poi, la sfida. È chiaro che siamo ben distanti dalla classica muscle car e/o veicolo ipertecnologico che caratterizzano il resto del franchise ma che richiedono tutt’altro che solo parti originali ed una messa a punto tanto accurata quanto specializzata…

    Analogamente, infatti, il cigno nero del CoViD-19 ha richiesto di sovra-alimentare — ma forse si potrebbe anche dire over-clockare — una situazione, quella sull’adozione del Telelavoro, che è immediatamente apparsa per lo scassone che almeno vent’anni di carente messa a punto ci hanno consegnato: capace di un boost, sì, ma a quale prezzo?

    Forse da troppo tempo esposto alla malizia di mio padre nel rilevare i retropensieri maliziosi altrui l’ho coniugata con una complementare bona fide. Magari è proprio vero che l’intellighenzia ed i primati hanno continuato ad attribuire al Telelavoro esclusivamente una valenza sociale, a favore di lavoratori con prole e/o famigliari di cui occuparsi o per agevolare una maggior salubrità nel Work/Life Balance, tematiche che, se trattate dilettantisticamente, son buone per un salotto culturale e per solleticare qua e là il potenziale elettorato, ma suonano nelle orecchie dei decisori come “benefit“, quindi se va bene di marginale importanza e se va male assolutamente da evitare: “labor“, in latino, significa pure “sofferenza” ed il Paese è notoriamente ricco di “latinisti“, che si sostengono culturalmente l’un l’altro nonostante le evidenze contrarie di un secolo di teorie organizzative sulla produttività individuale e collettiva…

    Tuttavia sempre mio padre mi ha influenzato sull’esigenza d’una diligente rassegna stampa, quantomeno sui temi di mio interesse e di mio interessamento, sicché — prendo ad esempio il caso dello Snowmageddon a Roma del 2010 — trovo, se non già da culpa lata, come minimo sciatta l’assenza di un approfondimento finanche superficiale sul tema a partire dalle contromisure escogitate altrove9 di cui s’abbia notizia,10 preferendovi autoreferenzialmente insistere in un pedissequo citazionismo normativo. Non dico da vent’anni ma quanto si sarebbe potuto fare dal 2010 per non ritrovarsi “in braghe di tela” di fronte ad un qualunque repentino stravolgimento dello “status quo”?

    La “foglia di fico” della Telelavorabilità, dopo esser stata pudicamente incollata a tanti, troppi lavori, già nell’arco di alcune settimane è stata, bene o male — come si è detto —, strappata via dall’esigenza di evitare il totale black-out dell’operatività, soddisfacentemente garantita.

    Tempo alcuni semestri ed il lavoro privato si adeguerà, seppur elaborando la propria struttura sostituendo le parti originali con pezzi nuovi o comunque più idonei alla sfida. Il motivo è semplice: se sai già lavorare il Telelavoro ti cambia principalmente la maniera in cui lo fai, non i suoi effetti.11 Quello pubblico, paradossalmente, secondo me si adeguerà anche prima: non esiste altro contesto organizzativo in cui la proceduralizzazione sia tanto propensa, ma così anche la passibilità d’automazione, sicché lo scenario più spiacevole potrebbe manifestarsi dapprima in una ulteriore disintermediazione fra procedure e cittadini/imprese (e.g. comunicazioni telematiche), con vari lavoratori meri “controllori ex post“, e successivamente in una polarizzazione fra qualificati ed esuberi di fatto (pensionandi?).4

    Non è la quotidiana operatività lavorativa a dover preoccupare, anzi: chiamati  — come invero siamo, per esempio dagli impegni finanziari che ci stiamo prendendo con la UE — a dare un boost alla nostra produttività e dunque al PIL per fugare i rischi di accendere ipoteche sugli anni e le generazioni a venire l’occasione è d’uopo per un rimpasto realmente meritocratico, nelle conseguenze e non, come “si è sempre fatto“, nelle premesse, nella forza lavoro. Sono gli effetti collaterali positivi, a questo punto, a sollecitare maggior attenzione, ed ancor di più i danni collaterali e le ripercussioni che una adozione massiccia di questa modalità — ripeto, senza un percorso di transizione ben governato — può generare sulle città,12 tenendo altresì conto di non mortificare i primi mentre si porta avanti una exit strategy ormai irrinunciabile, nondimeno inoccultabile, sui secondi…

    Sarebbe sperabile che al percorso di transizione ben governato invocato dal Sindaco di Milano, che ha aggiustato il tiro rispetto alle infelici dichiarazioni di qualche giorno prima,13 non corrisponda soltanto il mero ripristino tout court dello status quo antecedente a mesi e mesi di homeshoring dei comunali meneghini, che oggi suonerebbe come una vera e propria restaurazione degli interessi economici di tutto l’indotto commerciale, che con l’accentramento di persone dalle periferie non solo garantisce occupazione ma ha vieppiù corroborato spunti per la speculazione, a danno di quelli che Sala definisce i più deboli. Iniziando, tuttavia, dai lavoratori, pubblici o privati, indotti da questo stesso accentramento (geografico) a sostenere spese solo nelle ultime decadi diventate oggettivamente evitabili (con la remotizzazione) ma che già da prima, sotto l’egida di un mercatistico laissez-faire, si erano gonfiate trasformando il legittimo e meritorio “rapporto Qualità/Prezzo” in un legittimato ma meno meritoriorapporto Centralità/Prezzo“, a sua volta inquinato, in termini di Concorrenza, dalla rendita di posizione: tendenzialmente immutabile nonché perciò conservatriceprotezionistica, a discapito della salubrità dello stesso Mercato…

    Il Telelavoro, di fatto, ci sta facendo scoprire che certe abitudini che ritenevamo inossidabili e soprattutto ineluttabili altro non erano che “bolle speculative” per troppo tempo mantenute. Sarebbe naïf, controproducente e pericoloso imporre alle persone di sottostarvisi di nuovo, in assenza di garanzie sulla programmazione di eque contropartite fin dal prima possibile…

    Tutt’altro che naïf, ed invece senza dubbio assai ponderata, l’altra invocazione di Sala per un possibile ripensamento adeguato ai tempi, dei diritti e dei doveri in generale. Forse di un nuovo Statuto dei lavoratori, a riprova che il lavoro pubblico sia già percepito come solo una parte della sfida da affrontare.14 Non vorrei risultare troppo ottimista od in bona fide ma se un domani venisse sancita la integrazione del Telelavoro nella Legge 300, superando l’accessorio contrattuale qual finora è stato (costretto ad essere), dovremmo riconoscerne il merito a questa precipua scintilla. A suggerire qualche scetticismo, invece, l’aspettativa che non sia superato il regolatorio astrattismo previsionale finora riservato alla questione, laddove il percorso di transizione, cioè la citata strategia d’uscita (dall’induzione a spendere di più rispetto al rapporto qualità/prezzo), andrebbe governato considerando, sì, i tempi di adattamento dell’indotto commerciale ed occupazionale attuale, ma anche che questi tempi verranno finanziati dalle tasche dei lavoratori e dall’indotto commerciale ed occupazionale in pectore (geograficamente re-distribuito), ovvero da un efficientamento sempre produttivo delle spese, e, last but not least, le prospettive a medio termine sulla profilassi sanitaria,1516 rispetto alle quali non si potranno avere amnesie sul ruolo del Telelavoro in funzione del distanziamento sociale.17

    Va a mio avviso ripreso, rielaborandolo, il concetto ben espresso dall’hashtag internazionale #FlattenTheCurve per il contenimento del contagio entro i limiti di sostenibilità dei sistemi sanitari, comunque ben sapendo che il virus, più che evitato, avrebbe dovuto essere endemizzato, fino ad arrivare almeno alla immunità di gregge. In questo caso la sostenibilità è la situazione di diversi comparti economici mentre la curva il tempo per riorganizzarsi, a provare a reinvestire nella propria attività e adeguarla ad un nuovo modello, inziando con un taglio all’incidenza della locazione sui prezzi finali e1819 e continuando coll’accompagnamento verso una progressiva accettazione della dispersione geografica del lavoro, a fronte di una riappropriazione degli spazi urbani da parte della cittadinanza (e del turismo). Tenendo conto che la pandemia ha solo accelerato20 fenomeni noti21 ben più complessi e macroscopici e che non si può né dunque si deve prescindere da una digitalizzazione dei lavoratori, con tutto ciò che questa potrebbe comportare…

    …Che poi, oltretutto, la traccia per imbastire questa progressività è già bella che pronta, testata, ed è stata già usata per diffondere culturalmente il Telelavoro dal lavoro pubblico a quello privato: la normativa statiunitense a riguardo. I differenti tipi di Telelavoro che contempla — in ordine di episodicità: “emergenziale” (e.g. pandemico), “unscheduled“, “medico/igienico“, “situazionale” ed infine “di routine” — sarebbero perfettamente adattabili all’esigenza di governare la transizione poco a poco, ma almeno iniziando,22 anche in termini legislativi.

    A meno che non avesse avuto sempre ragione mio padre ad essere più malizioso

  • Sempre più estrema la frontiera del Reverse Telecommuting

    Sempre più estrema la frontiera del Reverse Telecommuting

    Nel report del World Economic Forum 2016 tenutosi a Davos viene prevista la scomparsa di cinque milioni di posti di lavoro, concentrati nei ruoli amministrativi e di ufficio, a causa dell’automazione nell’ambito industrial-manifatturiero e della digitalizzazione (Offpeopling) in quello impiegatizio, sui quali insisteranno sempre di più fenomeni come la Internet Of Things ed i Big Data.

    Forse la sorpresa con cui queste previsioni sono sono state accolte da molti commentatori è verace, ed è frutto dell’erronea percezione di un’estrema complessità dei driver di tali cambiamenti sociali. Magari cambiando prospettiva, in questo caso ribaltando la questione dal piano professionale a quello personale, essa potrebbe apparire nella sua effettiva semplicità. Prendiamo ad esempio questa pentola wi-fi, che fa parte di una serie dispositivi compatibili con la piattaforma di home automation WeMo della Belkin.

    Superato il compiaciuto sorriso per tale diavoleria – sempreché non vi si opponga un rifiuto filo-luddista del tipo «una volta, in campagna, si appendevano le pentole direttamente sul focolare e il cibo era comunque squisito..!» (sul piano professionale di norma vengono avanzate le medesime considerazioni) – si vaga fra le potenziali applicazioni, per esempio crogiolarsi in poltrona mentre si controlla lo stato di avanzamento della cottura sullo smartphone, tra una whatsappata e l’altra..

    L’addetto ai lavori, invece, con piglio ingegneristico potrebbe fare alcune considerazioni:

    • Posto che non è possibile trasportare il semilavorato dal frigorifero alla pentola forse sarebbe meglio prevedere anche una funzione di raffreddamento, per conservarlo tra la fase di preparazione e quella di cottura, e magari aggiungere anche quella di mescolamento;
    • A questo punto, anche se non fosse già integrata la possibilità di comandare la pentola dall’esterno della LAN, ossia persino da fuori casa, sarebbe sufficiente armeggiare qualche minuto con il modem-router per ottenere la stessa funzionalità.

    Risultato: il pranzo o la cena potranno essere preparati da remoto, per sé stessi (ad esempio nel tragitto verso casa) ma anche per i propri cari (restando fuori casa, magari durante il lavoro). Non ho provato il prodotto ma sono più che convinto che conduca ad una situazione più soddisfacente di quella del cibo precotto, surgelato e poi passato al microonde.

    La pentola wi-fi è solo un esempio fra i tanti di domotica spicciola, grazie a cui occuparsi delle faccende domestiche da remoto. Sono, infatti, ormai notoriamente appificate e connesse alla Rete:

    • Il controllo del riscaldamento invernale (ad es. Nest);
    • Il controllo del raffrescamento estivo;
    • Il controllo de(i contenuti de)l frigorifero;
    • Il controllo della lava-asciuga;
    • Il controllo della casa in sé, in termini di videosorveglianza (sia delle cose che delle persone).

    Forse l’esempio più estremo è un baby monitor che permette di guardare il bebé, la sua stanza e di parlargli, ma è incalzato dalla stampa 3D di pietanze (Foodini). Coinugandovi altre divolerie come i robot aspirapolveri e un eCommerce dedicato alla spesa quotidiana – magari recapitata via drone (tipo Amazon Prime Air).. – in breve tempo il concetto di “Telelavoro Domestico” cambierà radicalmente prospettiva:

    Il Telelavoro domestico non consisterà più nell’eseguire alcune attività lavorative da casa ma nello sbrigare alcuni lavori di casa al di fuori di questa. Persino dall’ufficio!
    Dal Telelavoro Domestico al Tele.. Lavoro Domestico..

    Ritorniamo ora sul piano professionale e riconsideriamo le previsioni del #WEF16:

    • Così come per il seppur estremo baby monitor non si tratta di un futuro potenziale bensì di una realtà già attuale, in un percorso evolutivo abbastanza ben marcato, pertanto “Resistance is Futile“;
    • Le tecnologie impiegate corrispondono a standard consolidati, così come la pentola wi-fi può essere amministrata passando per il modem-router che sta già in casa, senza bisogno di nuovi acquisti;
    • Così come il frigorifero che può persino auto-approvigionarsi online, la interoperabilità fra i sistemi è già oggi e sarà sempre di più un tratto caratteristico;
    • La differenza nel prezzo fra dispositivi (e metodi) tradizionali e smart giustifica già la propensione per questi ultimi e non potrà che ridursi.

    Un discorso più approfondito meritano i foschi presagi sul fronte occupazionale, rispetto ai quali il WEF di quest’anno non ha potuto che consigliare caldamente una riqualificazione preventiva di massa, tale da agevolare il riassorbimento dei lavoratori le cui funzioni diventeranno in breve tempo «ridondanti». Il robot aspiratutto ritorna utile nelle seguenti analogie..

    Potendosi permettere un addetto alle pulizie in casa il proprietario ieri doveva affidargli l’intera opera di pulizia, divisa in uno o più interventi a settimana, oggi può decidere di esentarlo dalla parte relativa ai pavimenti, riducendo l’impegno orario richiesto, e pertanto la spesa; se prima magari erano necessarie due persone ora ne basta solo una, magari specializzata nella cura del legno dei mobili o, ancora meglio, diversificata nella manutenzione ordinaria e straordinaria dei robot. Un altro proprietario, tentennando sull’opportunità di permettersi o meno l’addetto, potrà trovare nel robot un’occasione per procrastinare questa decisione, e la conseguente rimodulazione delle proprie spese. Un terzo proprietario, che sa per certo di non potersi permettere l’addetto, verrà ammaliato dai prezzi sempre più accessibili dei robot.

    Restare genericamente, mediamente bravi in tutte le parti costituenti un dato lavoro non è più sufficiente: risulta via via ridondante nella misura (macroscopica, a livello occupazionale) in cui alcune di queste sono progressivamente automatizzate. I ruoli già generici in sé, ad esempio quelli indicati dal WEF, sono quelli evidentemente più a rischio, e per mitigare questo rischio è essenziale procedere su almeno uno dei due fronti possibili: arroccarsi, raffinandosi, sulle parti meno automatizzabili e/od arrendersi alla automazione, diventandone attore (anche marginale, come nel caso della manutenzione).

    Il tempo è tiranno, al solito, e in questo caso anche irriverente: sarebbe proprio assurdo se, traguardando ai prossimi 3-4 anni, le aziende, ormai già raggiunte da lavoratori in grado di gestire da remoto il proprio altro lavoro, quello delle banali faccende di casa, fino a poco tempo fa di gran lunga meno telelavorabile di quello ufficiale, fossero da questi anche vistosamente superate..

  • I rischi connessi ad un "ping affettivo" morboso

    I rischi connessi ad un "ping affettivo" morboso

    Dai rilievi di un recente sondaggio britannico, segnalato anche dalla BBC e volto a profilare il consumo di telefonia mobile da parte dei giovani e dei loro genitori, emergono almeno due fenomeni: che i ragazzi fra gli 11 e i 17 anni usano il cellulare prevalentemete per gli SMS (i messaggini) piuttosto che per le telefonate e che molti di loro, se il telefono non squilla neppure una volta durante la giornata, si sentono soli, non voluti, «fuori dal gregge». Una sensazione alla quale sono soggetti anche i genitori: l’11% ha ammesso sentimenti analoghi (26% dei ragazzi, fra i quali soprattutto le ragazze). (altro…)