Tag: Virtual Workforce

Quella virtuale, detta anche “distribuita” (“Distributed Workforce“) o persino “dispersa” (..sul territorio: “Dispersed Workforce“), è la parte della forza lavoro di un’azienda che non è co-localizzata nella/e sede/i aziendale/i benì è connessa ad essa in qualche forma di remotizzazione (Telependolarismo/ Telelavoro Domiciliare, Telelavoro Nomadico, etc..).

  • Lo "Spintone" Evolutivo…

    Lo "Spintone" Evolutivo…

    Da svariati lustri, ormai, fin da prima che andasse in pensione e solo anni dopo in una vera quiescenza, ho confronti intellettuali con mio padre: ex-dirigente industriale, ex-“tagliatore di teste“, ex-assessore comunale (al Personale), ex-controparte (datoriale) nella contrattualistica nazionale e così via… Fra il divertito ed il laconico sono solito spiegare che anziché portarmi a pesca, prendendo a prestito dall’immaginario cinematografico americano, mi ha edotto sulla sua più spiccata competenza ed abilità: le dinamiche organizzative (anche nella naturale contestualizzazione politica, in senso lato)…

    Da almeno vent’anni ci confrontiamo anche riguardo al Telelavoro — dettaglio: quando è stato assessore, Anni ’90, l’ha caldeggiato, ed ancora adesso, sulla soglia degli ottanta, lo considera assolutamente ovvio laddove viabile… — e prevedibilmente il Coronavirus, sin dai primi momenti, è stato un tema caldo pure rapportato al primo: nonostante la quiescenza e la differenza d’età, infatti, entrambi siamo stati consci che l’unica soluzione sarebbe stata ricorrervi, ed il più presto possibile, già ben prima che un DPCM lo decretasse; analogamente siamo stati da subito consci che la carenza di progressività nell’adozione avrebbe causato disagi

    Posso parlare solo per me dicendo che, sollecitato anch’io dallo stato di emergenza, mi sono concentrato soprattutto sulle possibili lacune pratiche dei neo-telelavoratori, sul ritardo strategico delle imprese e sull’imbarazzante approccio normativo. Ora che, bene1 o male,2 il meccanismo va operativamente rodandosi se ne notano gli effetti collaterali, senza dubbio favorevoli, seppur prevalentemente nel medio-lungo periodo,5 pur’io mi trovo a contemplare entità eccessive6 delle mie stesse elucubrazioni futurologiche, tali da costituire significativi problemi nel brevissimo7 ma solo un assaggio delle naturali compensazioni rispetto a questi.8

    Volendo tentare un’analogia cinematografica ben più ficcante di quanto potrebbe apparire ben si potrebbe citare la scena cubana di uno dei più recenti Fast & Furious in cui, a causa dell’embargo statiunitense (la siderale lontananza dalla preparedness di questi), a gareggiare sono due scassoni (i paesi europei), fra i quali quello ancora più scassone (il nostro) deve prima essere elaborato alla meglio (agevolazione all’adozione dello “Smart Workingprivato all’inizio dell’emergenza) già solo per partecipare; si spera non anche auto-disintegrarsi pur di vincere, poi, la sfida. È chiaro che siamo ben distanti dalla classica muscle car e/o veicolo ipertecnologico che caratterizzano il resto del franchise ma che richiedono tutt’altro che solo parti originali ed una messa a punto tanto accurata quanto specializzata…

    Analogamente, infatti, il cigno nero del CoViD-19 ha richiesto di sovra-alimentare — ma forse si potrebbe anche dire over-clockare — una situazione, quella sull’adozione del Telelavoro, che è immediatamente apparsa per lo scassone che almeno vent’anni di carente messa a punto ci hanno consegnato: capace di un boost, sì, ma a quale prezzo?

    Forse da troppo tempo esposto alla malizia di mio padre nel rilevare i retropensieri maliziosi altrui l’ho coniugata con una complementare bona fide. Magari è proprio vero che l’intellighenzia ed i primati hanno continuato ad attribuire al Telelavoro esclusivamente una valenza sociale, a favore di lavoratori con prole e/o famigliari di cui occuparsi o per agevolare una maggior salubrità nel Work/Life Balance, tematiche che, se trattate dilettantisticamente, son buone per un salotto culturale e per solleticare qua e là il potenziale elettorato, ma suonano nelle orecchie dei decisori come “benefit“, quindi se va bene di marginale importanza e se va male assolutamente da evitare: “labor“, in latino, significa pure “sofferenza” ed il Paese è notoriamente ricco di “latinisti“, che si sostengono culturalmente l’un l’altro nonostante le evidenze contrarie di un secolo di teorie organizzative sulla produttività individuale e collettiva…

    Tuttavia sempre mio padre mi ha influenzato sull’esigenza d’una diligente rassegna stampa, quantomeno sui temi di mio interesse e di mio interessamento, sicché — prendo ad esempio il caso dello Snowmageddon a Roma del 2010 — trovo, se non già da culpa lata, come minimo sciatta l’assenza di un approfondimento finanche superficiale sul tema a partire dalle contromisure escogitate altrove9 di cui s’abbia notizia,10 preferendovi autoreferenzialmente insistere in un pedissequo citazionismo normativo. Non dico da vent’anni ma quanto si sarebbe potuto fare dal 2010 per non ritrovarsi “in braghe di tela” di fronte ad un qualunque repentino stravolgimento dello “status quo”?

    La “foglia di fico” della Telelavorabilità, dopo esser stata pudicamente incollata a tanti, troppi lavori, già nell’arco di alcune settimane è stata, bene o male — come si è detto —, strappata via dall’esigenza di evitare il totale black-out dell’operatività, soddisfacentemente garantita.

    Tempo alcuni semestri ed il lavoro privato si adeguerà, seppur elaborando la propria struttura sostituendo le parti originali con pezzi nuovi o comunque più idonei alla sfida. Il motivo è semplice: se sai già lavorare il Telelavoro ti cambia principalmente la maniera in cui lo fai, non i suoi effetti.11 Quello pubblico, paradossalmente, secondo me si adeguerà anche prima: non esiste altro contesto organizzativo in cui la proceduralizzazione sia tanto propensa, ma così anche la passibilità d’automazione, sicché lo scenario più spiacevole potrebbe manifestarsi dapprima in una ulteriore disintermediazione fra procedure e cittadini/imprese (e.g. comunicazioni telematiche), con vari lavoratori meri “controllori ex post“, e successivamente in una polarizzazione fra qualificati ed esuberi di fatto (pensionandi?).4

    Non è la quotidiana operatività lavorativa a dover preoccupare, anzi: chiamati  — come invero siamo, per esempio dagli impegni finanziari che ci stiamo prendendo con la UE — a dare un boost alla nostra produttività e dunque al PIL per fugare i rischi di accendere ipoteche sugli anni e le generazioni a venire l’occasione è d’uopo per un rimpasto realmente meritocratico, nelle conseguenze e non, come “si è sempre fatto“, nelle premesse, nella forza lavoro. Sono gli effetti collaterali positivi, a questo punto, a sollecitare maggior attenzione, ed ancor di più i danni collaterali e le ripercussioni che una adozione massiccia di questa modalità — ripeto, senza un percorso di transizione ben governato — può generare sulle città,12 tenendo altresì conto di non mortificare i primi mentre si porta avanti una exit strategy ormai irrinunciabile, nondimeno inoccultabile, sui secondi…

    Sarebbe sperabile che al percorso di transizione ben governato invocato dal Sindaco di Milano, che ha aggiustato il tiro rispetto alle infelici dichiarazioni di qualche giorno prima,13 non corrisponda soltanto il mero ripristino tout court dello status quo antecedente a mesi e mesi di homeshoring dei comunali meneghini, che oggi suonerebbe come una vera e propria restaurazione degli interessi economici di tutto l’indotto commerciale, che con l’accentramento di persone dalle periferie non solo garantisce occupazione ma ha vieppiù corroborato spunti per la speculazione, a danno di quelli che Sala definisce i più deboli. Iniziando, tuttavia, dai lavoratori, pubblici o privati, indotti da questo stesso accentramento (geografico) a sostenere spese solo nelle ultime decadi diventate oggettivamente evitabili (con la remotizzazione) ma che già da prima, sotto l’egida di un mercatistico laissez-faire, si erano gonfiate trasformando il legittimo e meritorio “rapporto Qualità/Prezzo” in un legittimato ma meno meritoriorapporto Centralità/Prezzo“, a sua volta inquinato, in termini di Concorrenza, dalla rendita di posizione: tendenzialmente immutabile nonché perciò conservatriceprotezionistica, a discapito della salubrità dello stesso Mercato…

    Il Telelavoro, di fatto, ci sta facendo scoprire che certe abitudini che ritenevamo inossidabili e soprattutto ineluttabili altro non erano che “bolle speculative” per troppo tempo mantenute. Sarebbe naïf, controproducente e pericoloso imporre alle persone di sottostarvisi di nuovo, in assenza di garanzie sulla programmazione di eque contropartite fin dal prima possibile…

    Tutt’altro che naïf, ed invece senza dubbio assai ponderata, l’altra invocazione di Sala per un possibile ripensamento adeguato ai tempi, dei diritti e dei doveri in generale. Forse di un nuovo Statuto dei lavoratori, a riprova che il lavoro pubblico sia già percepito come solo una parte della sfida da affrontare.14 Non vorrei risultare troppo ottimista od in bona fide ma se un domani venisse sancita la integrazione del Telelavoro nella Legge 300, superando l’accessorio contrattuale qual finora è stato (costretto ad essere), dovremmo riconoscerne il merito a questa precipua scintilla. A suggerire qualche scetticismo, invece, l’aspettativa che non sia superato il regolatorio astrattismo previsionale finora riservato alla questione, laddove il percorso di transizione, cioè la citata strategia d’uscita (dall’induzione a spendere di più rispetto al rapporto qualità/prezzo), andrebbe governato considerando, sì, i tempi di adattamento dell’indotto commerciale ed occupazionale attuale, ma anche che questi tempi verranno finanziati dalle tasche dei lavoratori e dall’indotto commerciale ed occupazionale in pectore (geograficamente re-distribuito), ovvero da un efficientamento sempre produttivo delle spese, e, last but not least, le prospettive a medio termine sulla profilassi sanitaria,1516 rispetto alle quali non si potranno avere amnesie sul ruolo del Telelavoro in funzione del distanziamento sociale.17

    Va a mio avviso ripreso, rielaborandolo, il concetto ben espresso dall’hashtag internazionale #FlattenTheCurve per il contenimento del contagio entro i limiti di sostenibilità dei sistemi sanitari, comunque ben sapendo che il virus, più che evitato, avrebbe dovuto essere endemizzato, fino ad arrivare almeno alla immunità di gregge. In questo caso la sostenibilità è la situazione di diversi comparti economici mentre la curva il tempo per riorganizzarsi, a provare a reinvestire nella propria attività e adeguarla ad un nuovo modello, inziando con un taglio all’incidenza della locazione sui prezzi finali e1819 e continuando coll’accompagnamento verso una progressiva accettazione della dispersione geografica del lavoro, a fronte di una riappropriazione degli spazi urbani da parte della cittadinanza (e del turismo). Tenendo conto che la pandemia ha solo accelerato20 fenomeni noti21 ben più complessi e macroscopici e che non si può né dunque si deve prescindere da una digitalizzazione dei lavoratori, con tutto ciò che questa potrebbe comportare…

    …Che poi, oltretutto, la traccia per imbastire questa progressività è già bella che pronta, testata, ed è stata già usata per diffondere culturalmente il Telelavoro dal lavoro pubblico a quello privato: la normativa statiunitense a riguardo. I differenti tipi di Telelavoro che contempla — in ordine di episodicità: “emergenziale” (e.g. pandemico), “unscheduled“, “medico/igienico“, “situazionale” ed infine “di routine” — sarebbero perfettamente adattabili all’esigenza di governare la transizione poco a poco, ma almeno iniziando,22 anche in termini legislativi.

    A meno che non avesse avuto sempre ragione mio padre ad essere più malizioso

  • Telearbeit Über Alles (In Der Welt)

    Telearbeit Über Alles (In Der Welt)

    Che la Germania fosse tautologicamente tedesca nell’adoperarsi per l’accumulo e lo sviluppo di risorse economico-finanziarie, strumentali e soprattutto umane l’avevano già dimostrato la pur difficoltosa risalita della china dalle esiziali prescrizioni di Versailles – requisito dell’iniziale supremazia tecnica ed umana tedesca nel secondo conflitto mondiale –, la portentosa resilienza del Dopoguerra e l’ammirevole gestione del post-Unificazione. Che, d’altro canto, la Germania abbia insistito ad essere sempre analogamente tedesca nell’atteggiamento espansionistico-imperialista lo dimostrano il posizionamento che, in trent’anni, si è conquistata nell’Unione ed i condizionamenti che, grazie ad esso, ha potuto sostenere. Del resto questi due tratti, preparazione ed espansionismo, soprattutto in un’Economia come quella attuale, si alimentano a vicenda.

    Persino nella contingenza del Coronavirus la preparazione tedesca, salvo qualche defaillance da – chiamiamolo così – eccesso di fiducia, sembra essersi distinta, per l’efficienza e l’efficacia dell’intervento igienico-sanitario e l’entità e la rapidità dell’intervento socio-economico, rispetto ad altri (comparabili per dimensione e popolosità) paesi UE, fra i quali pure l’Italia. Civilmente parlando si potrebbe dire che la Germania probabilmente avrà corruzione, infiltrazioni mafiose e criminalità dei colletti bianchi perfettamente in linea con le medie europee; ciononostante sembra essere stata in grado di addomesticare queste tare quel tanto che basta da non fiaccare, o talora compromettere, la qualità, la quantità né la prontezza della reazione richiesta dall’emergenza. Con la stessa prontezza la Germania, coerente con la propria proattività verso la preparazione, pare già alacremente impegnata nella pianificazione del “dopo

    È plausibile che anche la dichiarazione del Ministro del Lavoro di voler procedere ad una istituzionalizzazione del Telelavoro Domiciliare costituisca uno fra i tantissimi tasselli di questa pianificazione. Finora si tratta solo di un annuncio,1 ovviamente ancora privo delle argomentazioni pure soltanto propedeutiche ad una trattazione di tipo normativo, ma è pur sempre un annuncio tedesco: interpretabile come un invito agli individui ed alle aziende di qualsiasi dimensione perché si preparino a prepararsi all’eventualità, scontata considerando gli scenari economico-sanitari prospettati, di ritrovarsi, già fra pochi mesi, fortemente stimolati a disperdere geograficamente le proprie risorse umane: iniziando dalla soluzione già pronta e più socialmente distanziante, il Telependolarismo (Work From Home), affrontare ed approntare le altre forme di Telelavoro (Remote Working) potrà rivelarsi soltanto una strada in discesa.

    Infographic: Where Europeans Get To Work From Home | Statista

    Distribuzione dei lavoratori di alcuni europei che, nel 2018, regolarmente lavorano da casa. Fonte: Eurostat. Si noti la mediocre percentuale della Germania

    Anche in Italia, ad esempio, sulla scorta dell’osservazione di centinaia e centinaia di migliaia di impiegati ritrovatisi dall’oggi al domani ad improvvisarsi telelavoratori domestici, qualcosa sembrerebbe iniziare a muoversi, ma sempre con modalità e tempistiche distanti dalla preparazione teutonica: non c’è un Ministro del Lavoro, col ruolo che ricopre, a lanciare un sasso nello stagno ma al massimo un Segretario Sindacale che, più che legittimamente, invoca semplicemente l’aggiornamento – ci si auspica anche nelle definizioni… – di una legge che, seppur giovane, è stata resa già vecchia dalla Storia degli ultimi mesi. Piuttosto che una preparazione strategica questa pare una richiesta, flemmaticamente italiana, per una manutenzione straordinaria ad un pezzo di minore importanza, in un Sistema nel quale nessuno sembrerebbe volerci davvero mettere le mani


    La preparazione (Preparedness) è un’altra cosa, e se la mossa del ministro tedesco fosse proattivamente incassata da lavoratori ed imprese la Germania sarebbe nella posizione di accumulare tanto vantaggio competitivo quanto sarebbe il ritardo accumulato dagli altri paesi nell’allinearsi alla medesima presa d’atto sul ruolo del Telelavoro, non più prevalentemente sociale – cui sembrano ancora affezionate Francia ed Italia – bensì sempre più strategico, nell’orizzonte attuale.

    Non le servirebbe, poi, molto: le basterebbe sfruttare i vantaggi che che già ha, ad iniziare dalla propria dimostrata capienza economico-finanziaria — (minima) parte della quale ben potrebbe essere girata su investimenti mirati —, ed effettuare un empowerment digitale del proprio tessuto economico-produttivo, stimolandone — così è possibile interpretare l’uscita del Ministro — pure il successivo self-empowerment, sufficiente a fargli colmare i gap che, senza dubbio (vedasi le inclusioni da Statista.com), ancora dimostra chiaramente di scontare, rispetto persino a due paesi limitrofi…

    Un vantaggio competitivo che potrebbe avere persino sfumature espansionistiche a discapito dei paesi ritardatari ma che può essere facilmente descritto:

    Considerazioni Green
    Dalla ingenua constatazione degli effetti benefici dei lockdown sullo smog nelle aree congestionate di ogni parte del mondo agli studi sulla correlazione fra inquinamento atmosferico e mortalità da SARS-CoV-2 – e ce ne sono (stati) anche sulla veicolabilità del virus grazie ai PM10 – non ci si può che attendere una rinnovata e potenziata coscienza ecologica, almeno bottom-up, oggi ancor più giustificata dall’esigenza, igienica, di disperdere anziché concentrare le persone. La già sussistente, ubiqua, tendenza a promuovere culturalmente e politicamente una riduzione delle emissioni, ad iniziare da quella più banale, relativa al commute (trasferimento casa⇆lavoro) con mezzi inquinanti, privati o pubblici, non solamente ne sarà corroborata, ma potrebbe diventare uno dei fattori per attribuire un’”etichetta di qualità” alla “Responsiveness” (capacità di rispondere, adeguarsi)2 di un paese od una specifica regione (amministrativa, geografica, economica) sia al problema che alle soluzioni stabilite dall’UE.3
    Inurbamento ∴ rischio focolaizona rossa
    Altro fattore di responsiveness alla contingenza attuale nonché di preparedness, pure strategico-economica,4 ad una analoga potrebbe essere costituito da un approccio di maggior centrifugicità territoriale: spuntano già qua e la pareri di illustri urbanisti che propongono ripensamenti degli spazi urbani fino allo sparpagliamento verso la provincia, cui rispondono tecnocrati dei trasporti con ipotesi di soluzioni ad hoc ed a cui fanno eco le strazianti ansie di agenzie ed investitori immobiliari. Ciò non toglie che fra i requisiti di affidabilità di una regione od una singola città potrebbe emergere la minimizzazione del rischio di poter essere trasformata in una zona rossa, dalla quale non poter uscire né entrare, con un sistema economico di fatto semi-sospeso non si potrebbe a priori sapere in quali settori e potenzialmente considerabile come “untrice5 già dalle zone limitrofe,6 al netto del potenziamento delle contromisure sanitarie.
    Digital Divide, Digital Empowerment ed Industry 4.0
    Ultimo fattore di responsiveness è l’adeguamento di infrastrutture ed individui alla rinnovata grandezza dei requisiti digitali, maggiorata dalla contingenza, e ciò non soltanto a livello lavorativo ma anche civile: di certo vi sarà ancor più bisogno di saper acquistare online, dialogare telematicamente con la P.A. ed in special modo con la Sanità, ed in generale maneggiare strumenti digitali; d’altro canto, a livello lavorativo, coll’irrinunciabile decollo della cd. “Industria 4.0“, l’opportunità di una maggior digitalizzazione dovrebbe includere pure i settori industriale e manifatturiero. “Last but not least” questo fattore, che invece è il riconosciuto prerequisito essenziale7 pure solo per percorrere gli altri due.

    Statistic: Share of employed people aged between 15 to 64 that sometimes or usually work from home in selected European countries in 2018 | Statista

    Distribuzione dei lavoratori di alcuni europei che, nel 2018, regolarmente o meno, lavorano da casa. Fonte: Eurostat. Si noti anche qui la posizione, mediana cioè assai migliorabile, della Germania

    È più che sufficiente, a questo punto, porsi una semplicissima domanda:

    Potendo rivolgersi a qualsiasi fornitore di servizio su un mercato mondiale un’azienda cliente, dopo il COVID-19, ne preferirà uno che, ancorché a disparità di prezzo, avrà adottato tutti gli accorgimenti noti per la propria Business Continuity, fra i quali la Dispersione Geografica della propria Forza Lavoro, oppure uno che sarà ritornato alle proprie “abitudini operative” precedenti, per quanto regolarmente dimostratesi efficienti ed efficaci prima del COVID-19..?

    Pur ammettendo altrettanta (ingenua) abitudinarietà da parte dei Small-Medium Business i Big Spender non credo avrebbero dubbi a rispondere

    Ogni semestre di tentennamento delle aziende degli altri paesi, a fronte di imprese teutoniche che avessero già colto l’assist del proprio ministero, aumenterebbe l’esposizione al rischio di subire un “Blitzkrieg Virtuale“, commerciale, da parte delle seconde entro i propri mercati locali di riferimento. E saremmo appena alle potenziali conseguenze di un “effetto annuncio“. Qualora vi seguissero anche i fatti, con quel tanto di sistemico adeguamento dell’intero sistema-paese attraverso la “testa di ponte” giuslavoristica di un diritto individuale a telelavorare persino da casa, peraltro non nuovo nel Vecchio Continente,8 la Bundesrepublik potrebbe accreditare istituzionalmente tale vantaggio competitivo di sistemica maggior affidabilità

    …E tutti sappiamo cosa ha sempre fatto la Germania coi propri vantaggi competitivi: dall’alto della propria posizione comunitaria ha sempre teso — oserei aggiungere: più che legittimamente — ad amplificarli per via politica9


    Ultima considerazione: l’espansionismo tedesco, sempreché — prerequisito fondamentale, data l’attuale posizione tutt’altro che entusiasmante in termini di virtualizzazione organizzativa nelle statistiche europee — le sue imprese capissero l’antifona del Ministro e, gettando il cuore oltre l’ostacolo, vi corrispondessero con la tradizionale teutonicità, potrebbe estendersi dai vari mercati di servizi al Mercati del Lavoro nazionali con vieppiù operativamente sostenibili politiche di Soft Shoring (offshoring/delocalizzazione digitale di mansioni intellettuali mediata dal Lavoro Distribuito).

    Anche in questo caso è possibile sintetizzarne l’eventualità con una semplice domanda:

    Potendo lavorare per un’azienda tedesca, con retribuzioni e prospettive di crescita e carriera tedesche, con la Previdenza tedesca, senza nemmeno spostarsi in Germania se non per uno-due giorni alla volta, che si è assicurata di poter continuare a lavorare in qualsiasi situazione, un lavoratore abbastanza “drainable” vi prefrerirà una simile a quella che non ha potuto far altro se non rinunciare a rinnovargli il contratto oppure metterlo agli ammortizzatori sociali, magari chiudere, ed insiste nelle proprie inerzie a tappare le falle delle proprie vulnerabilità?

    La prospettiva, proprio se non di veder spuntare un bel po’ di “Virtual Expats” (“Emigrati Virtuali“), è quella di veder spuntare qua e la “Insider” nazionali — potremmo anche chiamarli “Collaborazionisti“… — basisti dell’espansionismo commerciale germanico.

  • Sviluppatori di tutto il mondo… Remotizzatevi!

    Sviluppatori di tutto il mondo… Remotizzatevi!

    Nel Developer Survey 2015 vengono declinate moltissime informazioni gustose per chi, come me, fa il developer. Fra queste una è tutta dedicata alla relazione fra retribuzione e grado di remotizzazione dello sviluppatore (software), rispetto alla quale le risposte possibili erano: mai, raramente, in remotizzazione parziale ed in remotizzazione totale.

    Aldilà delle molte spiegazioni socio-economiche che potrebbero essere inferite colpisce il dato per cui i developer totalmente remotizzati sembrerebbero percepire retribuzioni superiori alla media, molto superiori. Di contro quelli totalmente co-localizzati sembrerebbero essere retribuiti sotto la media. Ciò vale considerando globalmente i responsi sia differenziando per macro-aree geografiche.

    Remote work pays. Developers who work remotely full-time earn about 40% more than those who never work remote

    A voler essere più precisi la tendenza è di una aumentata redditività dell’attività di development all’aumentare della frequenza della remotizzazione, tant’è che – così sembrerebbe – in nessuna delle macro-aree identificate è plausibile raggiungere la media della retribuzione senza almeno un filino di remotizzazione.

    Pur con tutte le cautele necessarie nel trattare rilevazioni come quella di StackOverflow almeno questa parte bassa della distribuzione potrebbe essere spiegata adducendo tre possibili motivazioni, una più interessante dell’altra:

    • Si confermerebbe il nesso logico fra remotizzazione ed un aumento della produttività, magari anche grazie al positivo influsso dell’isolamento, tale da ingenerare (concretamente) una maggiore redditività;
    • La diffusione del Telelavoro in questo settore, tanto tradizionalmente quanto paradossalmente assai “Telework Skeptic“, potrebbe essere tale da assumere dimensioni economiche, peraltro significative;
    • Gli sviluppatori, da un lato potendo e dall’altro dovendo – questo già solo per raggiungere la media retributiva –, potrebbero aver imparato a sfruttare il moonlighting ed in genere il secondolavorismo.

    Queste considerazioni, come si è detto, potrebbero esser applicate alla distribuzione nel suo complesso, senonché nella parte alta probabilmente giocano un ruolo di primaria importanza proprio le differenze geografiche – e quindi economiche. Infatti..

    The disparity is more pronounced in developing countries

    Come si potrebbe giustificare il fatto che in India, destinazione oramai storica di tante delocalizzazioni nel settore IT, e in Russia, culla pure di tantissimi progetti nonché di attività spesso se non proprio illecite (malware) quantomeno assai fastidiose (spam), uno sviluppatore remotizzato full-time guadagna il doppio di quello co-localizzato?

    Non è possibile escludere che i suesposti fattori qualitativi (e.g. aumento della produttività) influenzino in qualche modo il fenomeno. D’altro canto la spiegazione più semplice è economica: probabilmente gli sviluppatori indiani e russi, che abbiano o meno un lavoro co-localizzato, sono in grado di assorbire una parte della domanda (estera) di commesse IT restandosene comodamente a casa loro

    Anche in questo non c’è alcuna novità. Si tratta di uno scenario ampiamente prevedibile, e previsto, da anni. Meno prevedibile è lo smacco, di sapore squisitamente pecuniario e pertanto anche difficilmente occultabile, per tutti quei paesi, Italia in testa, che si ostinano a crogiolarsi a discutere sull’opportunità del Telelavoro quando la competizione nella delocalizzazione delle mansioni intellettuali (Soft Shoring) è già nel vivo

  • Time Tracking (individuale e di gruppo)

    Time Tracking (individuale e di gruppo)

    Nella mia (quota di) attività come formatore mi capita sfortunatamente di rado di insegnare Outlook, che reputo la migliore applicazione che Microsoft – come sempre acquisendola da altri.. – abbia inserito in Ms. Office: nonostante gli apprezzabili tentativi di Evolution Microsoft Outlook insiste ad essere il solo ed unico strumento della suite non sostituibile con alternative open (LibreOffice ed OpenOffice), neppure se preso standalone – se usato unitamente a Ms. Exchange diventa proprio una “cannonata“..!

    Ciò che gl’ιδιώται (la committenza, chi finanzia e in primis chi progetta i corsi) in buona fede trascurano pensando ad Outlook, motivo per cui i corsi sono rari e spesso e volentieri troppo superficiali e spicci,  è che questa applicazione non serve solamente a gestire la posta elettronica – altrimenti basterebbe Windows Mail (ex Outlook Express) od un qualunque altro client – ma a gestire talmente tante altre cosucce in ufficio che, se impiegata in maniera abbastanza consapevole, potrebbe determinare significative riduzioni delle tempistiche di attività (tempo per compito).

    Microsoft Outlook – Journal

    Microsoft Outlook – Journal

    Una di queste cosucce riguarda il tracciamento del tempo impiegato a svolgere una specifica attività (“Task), persino estemporanea e/o di breve durata (“Micro-Task“). Con Journal, infatti, chi usa Outlook può registrare i momenti di inizio e fine di una microattività semplicemente pigiando su dei pulsanti del tipo Start, Pause (e Stop), ottenendo la durata complessiva della stessa. Una funzionalità a dir poco banale, dunque..! Tanto banale che, come sovente capita, prelude a significativi benefici…

    Journal, infatti, oltre al tracciamento quantitativo, permette di fare tre fondamentali associazioni di tipo qualitativo:

    • La data dell’attività, corrispondente o meno ad una di quelle elencate nella Gestione Attività di Ms. Outlook e comunque utile per se nella rilevazione cronologica, anche manuale — ad esempio recuperare, anche a latere, tutte le email del periodo per effettuare un’ultima ricognizione —, di quanto lavorato;
    • La tipologia/natura dell’attività: il fatto che Outlook presenti fra le opzioni predefinite la “Phone Call” dovrebbe essere sufficientemente suggestivo del livello di dettaglio raggiungibile nel tracciamento;
    • Il cliente (“Company“)1 per il quale essa viene svolta, che, a sua volta, può essere pescato fra i Contatti.

    La conseguenza di queste associazioni è che, a fine mese – momento di preparare le fatture o semplicemente uno “Stato di Avanzamento Lavori” (SAL) –, sarà possibile riportare che, per lo specifico cliente, saranno state svolte, per esempio…

    • 11 ore e 42 minuti di telefonate;
    • 35 ore e 17 minuti di elaborazione documenti;
    • 7 ore e 59 minuti di riunioni…

    …per un totale di 54 ore e 58 minuti fatturabili, e così via, per ciascun cliente.

    Tenendo presente che le registrazioni possono essere salvate anche manualmente a posteriori è, dunque, possibile, avere traccia delle tempistiche raggiunte per tutte le attività. Queste, infine, possono essere usate direttamente da chi ha effettuato le registrazioni oppure passatecome allegato email in assenza di Ms. Exchange2 – a chiunque debba elaborare la relativa fatturazione.

    Si tratti, quindi, di un individuo – un lavoratore autonomo, un libero professionista ma pure il semplice subordinato – o di un gruppo di lavoro, in una situazione co-localizzata come in una di “lavoro distribuito” – o, banalmente, di un rapporto fra fornitore (esterno) e beneficiario di servizio – il tracciamento, al minimo dettaglio, sarà assicurato…

    Senonché Journal offre una ulteriore possibilità, coerente con l’intenzionale intregazione con le altre applicazioni di Ms. Office, ossia l’associazione con singoli documenti, così da tracciarne totalmente in automatico l’elaborazione: è sufficiente importare nella finestra della singola attività l’icona del relativo documento e, da quel momento in poi, sarà lo stesso Ms. Outlook a monitorarne costantemente il cd. Total Editing Time.3

    Insomma.. Un servizio completo, manuale, semi-assistito o completamente automatico per controllare la gestione economica non soltanto del proprio lavoro ma anche di quello altrui, ad esempio nel ruolo di project manager.

    Tanto che oserei dire che se Microsoft offrisse (gratuitamente) alle aziende una licenza di Ms. Exchange ogni TOT licenze di Ms. Outlook contrasterebbe significativamente le fughe verso applicazioni open.

    Mio progetto di interfaccia grafica per applicazione Web Based di Time Tracking (2005-2006)

    Mio progetto di interfaccia grafica per applicazione Web based di Time Tracking (2005-2006)

    Lo dimostra anche il fatto che dall’epoca – tali funzionalità di Ms. Outlook sono presenti da almeno una decade! – le soluzioni alternative, capaci di emulare il ruolo di Ms. Exchange nella condivisione, a livello organizzativo, del Time Tracking di Ms. Outlook sono andate accumulandosi, persino in funzionali quanto ancor più distribuite – a vantaggio della gestione del Telelavoro dei Team Virtualivarianti online.

    Una di queste è Toggl.com. Ecco il post scritto ieri da me per Blog.Pmi.it.

    Toggl, il Time Tracking per tutti

    Fra gli strumenti di Time Tracking, per tenere traccia del tempo speso su singoli task (e quindi anche su interi progetti), sicuramente uno dei più accessibili e versatili è quello offerto da Toggl.com, che si differenzia da altri servizi online (i.e. Beebole, FreshBooks, Harvest o myHours.com) per i pochi fronzoli con cui svolge, egregiamente, la sua funzione. Toggl.com è dedicato a gruppi di lavoro anche minuscoli – esiste persino un account gratuito per singoli professionisti, mentre per le soluzioni “pro” si parte dai 5 dollari al mese – gestiti da un amministratore, che può definire diversi Clienti e, per ciascun cliente, diversi Progetti; in ogni progetto, poi, possono essere definite diverse Attività  (Task) – discriminando fra fatturabili e non – che possono a loro volta essere attribuite a questo o quell’altro membro del team.

    La vera forza di Toggl.com, oltre alla semplicità , risiede nella sua estrema accessibilità : è possibile inserire i dati sull’avvio e chiusura di un’attività  – il funzionamento è uguale alle Voci Diario di MS Outlook, con uno “Start”, uno “Stop” ed un contatore – sia nell’interfaccia Web che, attraverso dei widget – sul desktop del computer (Win, Mac & Linux) o dello smartphone (iOS, Android), per poter fare Time Tracking anche scorrazzando qua e là.

    Nel sinottico delle rilevazioni, Toggl.com consente all’amministratore di avere costantemente sotto mano il polso della situazione, lasciandogli decidere con quale prospettiva osservare ciò che viene svolto dal team: per progetto, per cliente, per membro (del team) o, più semplicemente, per intervallo di tempo, personalizzabile al massimo; il tutto condito con una buona dose di grafici per ottenere il giusto colpo d’occhio.